di Maurizio Corvino
C’è una dignità sportiva che la città di Taranto continua a difendere strenuamente sui gradoni dello stadio, ma che sul rettangolo verde viene calpestata ormai da troppo tempo. Il pareggio per 2-2 acciuffato al 92′ contro la Polimnia non è soltanto l’ennesimo passo falso di un campionato regionale che, per storia, tradizione e ambizioni, dovrebbe rappresentare soltanto una parentesi. È il sintomo di una crisi più profonda, strutturale, che va ben oltre le difficoltà di una squadra apparsa, almeno in questo avvio di stagione, priva di identità e di anima.
La reazione della società è arrivata immediatamente. Il Taranto ha azzerato in poche ore l’area tecnica, sollevando dai rispettivi incarichi il direttore sportivo Danilo Pagni, l’allenatore Alberto Giuliatto e l’intero staff tecnico. Una decisione forte, quasi inevitabile alla luce di quanto espresso dalla squadra, che rappresenta di fatto la certificazione del fallimento della prima impostazione progettuale.
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui e trasformare tutto in un processo alla proprietà guidata dai fratelli Ladisa.
Il peccato originale: fidarsi troppo dei professionisti
Ripartire dalle macerie del fallimento del 2025 non era un compito semplice. La famiglia Ladisa ha rilevato il club in una fase di autentica desertificazione calcistica e istituzionale, mettendoci risorse, faccia e responsabilità.
È un dato che non può essere cancellato dalle difficoltà del momento.
L’errore, semmai, appare di natura strategica. La ricostruzione sportiva è stata affidata a figure considerate esperte e ritenute in grado di conoscere perfettamente le dinamiche della categoria. Una scelta legittima, ma che si è trasformata in una delega forse troppo ampia.
Perché il calcio, soprattutto a Taranto, non può essere affidato soltanto alla reputazione dei singoli.
I fatti di queste settimane raccontano di una gestione tecnica che non ha prodotto le risposte attese. Il binomio Pagni-Giuliatto avrebbe dovuto rappresentare il punto di riferimento della ripartenza, ma il campo ha restituito una squadra incapace di trasmettere certezze, intensità e soprattutto un’identità riconoscibile.
Anche la gestione di alcune situazioni individuali, come quella legata a Nicola Loiodice, ormai ai margini del progetto tecnico, ha contribuito ad alimentare dubbi e interrogativi.
La proprietà, in buona sostanza, ha agito con la fiducia di chi voleva costruire e non distruggere. Ma nel calcio la fiducia, quando diventa una delega senza un controllo costante, può trasformarsi rapidamente in un boomerang.
Il mea culpa di Ladisa e il tempo perduto
Le parole pronunciate dal presidente Sebastiano Ladisa dopo la partita con la Polimnia hanno il sapore di un mea culpa. Non soltanto per il risultato, ma per una serie di scelte che la società oggi sembra riconoscere come non pienamente convincenti.
È un atteggiamento che merita di essere sottolineato: ammettere un errore non significa essere deboli, ma dimostrare di avere compreso che la situazione richiede una correzione immediata.
Il problema è che il Taranto ha già perso tempo prezioso.
L’estate è trascorsa tra le aspettative legate al possibile ripescaggio in Serie D e le conseguenze della finale playoff persa al novantesimo contro il Gladiator. Una situazione che ha inevitabilmente condizionato la programmazione e ritardato le scelte necessarie per affrontare un campionato di Eccellenza che, invece, avrebbe richiesto fin dall’inizio idee chiare, organico adeguato e una precisa identità tattica.
L’Eccellenza non concede sconti.
Non basta il nome Taranto. Non basta il blasone. Non basta il peso della storia.
Serve una squadra affamata, costruita per quella categoria e capace di interpretarne ogni partita con la necessaria cattiveria agonistica.
Ora serve una società più presente
La decisione di azzerare l’area tecnica apre inevitabilmente una nuova fase.
I nomi che iniziano a circolare per la panchina, da Nicola Ragno a Salvatore Ciullo, appartengono a profili che conoscono il calcio meridionale e le difficoltà delle categorie inferiori. Esperienza e conoscenza del territorio possono rappresentare elementi importanti.
Ma il nome del prossimo allenatore, da solo, non risolverà i problemi.
Il vero cambio di passo dovrà riguardare il metodo.
La società dovrà riappropriarsi del proprio ruolo di controllo, senza rinunciare alle competenze degli specialisti ma evitando nuove deleghe in bianco. Una proprietà non deve necessariamente occuparsi di tutto, ma deve sapere sempre cosa sta accadendo dentro il proprio settore sportivo.
A Taranto, soprattutto, questo controllo assume un valore ancora maggiore.
Perché il calcio rossoblù non vive soltanto di bilanci, contratti e risultati. Vive di una relazione quotidiana con una piazza che ha già attraversato fallimenti, delusioni, promesse disattese e ripartenze.
Una piazza ormai sfinita
La tifoseria ha dimostrato ancora una volta di esserci. Anche nei momenti più difficili, sugli spalti e sui gradoni non è mai mancato il sostegno.
Ma il credito non è infinito.
La città chiede una squadra che rappresenti la maglia, che combatta, che abbia un progetto e che dia l’impressione di sapere dove vuole arrivare.
Il 2-2 con la Polimnia, arrivato al 92′, può essere letto come un punto conquistato all’ultimo respiro. Ma può anche essere interpretato come l’ennesimo campanello d’allarme.
E quando i campanelli d’allarme diventano troppi, cambiare qualcosa non è più una scelta: diventa una necessità.
Ai Ladisa il merito di esserci ancora
Alla famiglia Ladisa va riconosciuto un elemento fondamentale: non avere abbandonato il Taranto nel momento più difficile della sua storia recente.
Dopo il fallimento e la ripartenza, assumersi la responsabilità di riportare in vita il calcio rossoblù richiedeva coraggio e disponibilità economica. Nessuno può ignorarlo.
Ma proprio per questo, la proprietà non può permettersi di commettere altri errori.
La fiducia nei professionisti deve rimanere, perché una società seria ha bisogno di competenze. Ma deve essere accompagnata da verifica, confronto e controllo.
Da oggi, quindi, serve meno ingenuità e più pragmatismo.
Il Taranto non ha più tempo
Il tempo degli alibi è finito.
La nuova guida tecnica dovrà avere immediatamente un’identità, mentre la società dovrà dimostrare di avere imparato dagli errori commessi nella prima fase della stagione.
Non è ancora il momento di emettere sentenze definitive sul campionato. Ma è certamente il momento delle scelte.
Taranto non chiede miracoli.
Chiede una squadra che rispetti la maglia, una società che sappia assumersi le proprie responsabilità e un progetto costruito con competenza.
Perché risalire dal fondo non sarà semplice.
Serviranno organizzazione, qualità, polso fermo e soprattutto una consapevolezza che a Taranto vale più che altrove: quella maglia pesa. E chi la indossa deve dimostrare ogni domenica di esserne all’altezza.














