In questi gironi di assenza di notizie ed eventi sportivi, perché in piena emergenza per l’epidemia Coronavirus, un’emittente televisiva locale sta riproponendo, quale amarcord, le gare del Taranto che sono rimaste impresse nella mente della tifoseria ionica.
Martedì 24 marzo, con il commento del giornalista ed opinionista storico Gianni Fabrizio, è stato riproposto il match Taranto Bari del novembre 1977, in un campo gremito all’inverosimile, per l’epoca, di cuori pulsanti rossoblu e pietra miliare per il compianto Iacovone che, in quella occasione fu consacrato come beniamino e soprattutto nacque la famosa leggenda del mito calcistico rossoblu, tramandato nei nostri tempi, alle generazioni che non ebbero la fortuna di apprezzarlo sia come atleta che come uomo.
Stagione sportiva 1977 – 78 – serie B, con il format di venti squadre e l’attribuzione dei punti con i canonici due per la vittoria.
Il Taranto di Tom Rosati, del patron Giovanni Fico, in maniera quasi sorprendente, era posizionato al 2° posto, in compagnia dell’Avellino, con 13 punti, alle spalle dell’Ascoli di Mimmo Renna, vera e propria corazzata. In quelle prime dieci giornate, il cammino dei rossoblu era stato abbastanza regolare, tanto che le quattro vittorie, i cinque pareggi e l’unica sconfitta, a Cremona (2 -1), alla seconda giornata, con la certificazione delle 11 reti realizzate, a fronte delle 6 subite, risultava attestazione della bontà della rosa a disposizione del compianto tecnico marchigiano.
In quella domenica novembrina, soleggiata, ventitremila spettatori accorsero per quel derby d’alta classifica, affidata al principe dei fischietti italiani, Michelotti di Parma, match attesissimo da entrambi gli entourage e delle tifoserie, acerrime rivali da sempre.
In quegli anni, chi scrive, era uno studente di scuole superiori e frequentatore della gradinata del glorioso impianto Salinella, allora costituito da struttura composta da telaio di tubi “Innocenti” e tavoloni abbastanza spessi, in legno, tipici “tamburi” che rullavano, già nel pre partita. Tanti spettatori assiepati sugli spalti del Salinella, già un’ora prima del fischio, avevano “saltato” il pasto domenicale (si giocava, allora, in rigorosa contemporanea al canonico orario delle 14.30), con gli altoparlanti dello stadio, a tutto volume con musica e, soprattutto, con l’inno gracchiante, martellante nelle orecchie, del Taranto di quegli anni, pioneristici per la serie B, ma d’oro per la passione che suscitava. Nel mentre, il famoso “omino” cominciava a percorrere i gradoni della gradinata, con i famosi lupini e gli”spassatemp” (semini di zucca), con i classici “Borghetti”, mini contenitori di plastica contenenti in caffè ristretto, buono in tutte le stagioni, l’attesa fu quella della formazione che lo speaker dell’epoca, annunciò, con gli “olè”, di accompagnamento, dell’intero pubblico.
I primi nomi snocciolati furono quelli della formazione barese, accompagnata da fischi e famosi “buuuu”, team temuto perché alcuni di quei nomi, intimorivano per qualità e tecnica, soprattutto in avanti, con Penzo e Pellegrini, autentici spauracchi per le difese avversarie.
Il Taranto in quella domenica scese nella formazione tipo con Petrovic, in porta, quindi Giovannone , Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Fanti, Selvaggi, Iacovone e Caputi. La partita fu vissuta sugli spalti con grande palpitazione dalla tifoseria ionica, anche se entrambe le formazioni si rispettavano e si temevano. Sugli spalti, dopo il primo tempo concluso sullo zero a zero, fiduciosi di una ripresa più intraprendente, la ripresa iniziò con Rosati che schierò il buon Serato, al posto di Caputi, proprio per ravvivare il reparto offensivo e cercare di scardinare la difesa barese (fino ad allora, impermeabile, con i soli cinque goal subiti). Quando sembrava che la gara scivolasse sulla divisione dei punti, al 28° minuto, l’arbitro Michelotti fischiò una punizione fuori area, a circa una decina di metri dal limite dell’area di rigore, per un fallo di Fasoli su Iacovone.
Dopo lo schieramento della barriera, Panizza batté la punizione verso Selvaggi che scodellò la palla in area dove Iacovone, solo davanti alla porta barese, bloccò la palla ed attese che il portiere De Luca (sostituì ad inizio secondo tempo, il titolare Venturelli) gli andasse incontro, ma questa scelta consentì, al bomber di Capracotta, di effettuare un pallonetto magistrale, colpendo la palla da sotto, che, infilandosi in rete, dopo una frazione di secondo di suspence, scatenò la gioia dei tifosi e noi tutti, in quel momento, non facemmo altro che abbracciarci con i nostri vicini, taluni sconosciuti, ma estasiati per la magia compiuta dall’attaccante rossoblu.
Quella rete, la sesta realizzata (furono otto, quelle realizzate fino al giorno della tragica scomparsa) da Erasmo, lo consacrò “mito” della tifoseria ionica, anche perché la speranza era quella che consentisse ai rossoblu di poter sognare la serie A, mai tanto vicina come in quel momento, poi, il beffardo destino decise diversamente.
Da quella domenica, sono passati 42 anni e quattro mesi, ma la gioia del post gara contro i baresi, la voce roca per aver urlato l’incessante supporto ai ragazzi rossoblu, non fu più replicato e per questo l’augurio che possiamo farci e che, prima o poi, quei tempi possano essere se non uguagliati almeno replicati, affinché il nostro posto possa essere nuovamente nel calcio nazionale, nei piani nobili, perché la nostra tradizione, la passione, il blasone, dopo anni di buio, possano tornare a risplendere.
L’emergenza del Coronavirus, in questi giorni, ha ovviamente distolto l’interesse da altri aspetti della nostra vita quotidiana, distanziandoci anche dalla minima normalità, ma un momento di stacco da tante notizie allarmanti, negative, drammatiche nell’attuale contesto, serva perché non si rischi di cadere in depressione, pertanto la passione per il calcio e per il Taranto, riemerga affinché resti il faro che illumini la sportivissima ed inimitabile Città Bimare.
La Redazione













