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Manuel Mancini, “Se un giocatore a Taranto soffre la pressione non è adatto alla piazza”

Manuel Mancini, “Se un giocatore a Taranto soffre la pressione non è adatto alla piazza”

"Esordii il primo anno con mister Marino, ma con mister Papagni ci siamo tolti tantissime soddisfazioni e lo ricordo con grande affetto”

Centrocampista dall’ultimo passaggio, rifinitore dai piedi buoni e con il vizio del gol. Si posso sintetizzare così le caratteristiche di uno dei giovani che da Taranto hanno intrapreso la loro carriera grazie alle proprie qualità ma anche alla lungimiranza dell’allora direttore sportivo Luca Evangelisti e del presidente Luigi Blasi. Parliamo di Manuel Mancini, giunto al Taranto dal Sudtirol e in precedenza dal settore giovanile della Lazio. Un giocatore dalla fantasia e tecnica indiscutibile sbocciato sotto la guida tecnica di mister Cadregari prima e Aldo Papagni poi. Con i rossoblù ha collezionato in tutto sessantacinque presenza ufficiali impreziosite da dieci reti e un ottimo bottino di assist. La sua abnegazione e le sue giocate per i compagni, spesso risolutive hanno fatto si che i tifosi del Taranto ricordino ancora con affetto il trequartista di origini laziali. In primis gli abbiamo chiesto un parere sulla situazione dell’emergenza italiana legata al covid-19 e di conseguenza sul calcio, dalla serie A alle serie minori.

Sistema calcio senza i calciatori non esiste: Come tutti sto seguendo le vicende degli ultimi mesi e tutti stiamo seguendo le direttive del governo. Allo stesso tempo, anche per quanto riguarda il calcio dico che deve essere il Governo a prendere la decisione definitiva su cosa bisogna fare. Spero solo che quando questa decisione sul nostro mestiere verrà presa si tenga in considerazione che il sistema calcio si basa su persone come noi, calciatori che fanno questo anche in misura minore e non come avviene in società. Molti calciatori lo svolgono come una professione. Noi veniamo sempre emessi all’ultimo posto della scala; chi fa sacrifici ritengo che debba essere considerato. Sappiamo che senza la serie A non esisterebbero probabilmente neanche quelle minori, ma anche dalla serie D in giù sono importantissime. Io negli ultimi anni mi sono trovato a fare tutte le categorie minori per la passione che mi lega a questo sport. Al timone abbiamo bisogno di persone che smettano di pensare ai propri interessi, di persone che siano leali e forti che non debbano cambiare pensiero. Abbiamo bisogno di un calcio meritocratico, penso ad esempio alle regole degli under che non rispettano il concetto di meritocrazia. Tanti giocatori importanti si trovano a non giocare o giocare in categorie inferiori perché secondo i vertici dello sport bisogna valorizzare i giovani. I giovani a mio avviso di valorizzano da soli se sono forti. Tornando alla decisione tra la sospensione o la ripresa, è chiaro che adesso giocare equivale ad assumersi dei rischi, ma di questo devono discuterne i medici. Non saprei dire quale è la cosa giusta da fare.

Gavetta e ricordi di Taranto: Sono partito dal settore giovanile della Lazio e dopo l’esperienza al Sudtirol arrivai a Taranto. Posso dire che per emergere ho fatto la gavetta, all’epoca noi più giovani eravamo svantaggiati e per poter giocare non c’erano regole che lo imponessero. Arrivai a Taranto sotto la presidenza Blasi, mi volle il direttore Evangelisti. Mi ricordo la prima amichevole nel ritiro di Penne dove accorsero tantissimi tifosi, rimasi impressionato. Nei tre anni in cui sono stato io a Taranto ci siamo tolti tante soddisfazioni, ci sono sfuggite un paio di promozioni che avremmo meritato; la squadra era davvero forte, c’erano giocatori come Toledo, Cejas, Ambrosi, De Florio, Cosenza, Cammarata. Mi ricordo il gol che segnò lui a Salerno su assist mio dopo un recupero palla e il gol sotto il settore dei nostri tifosi. Ricordo anche la partita in casa con l’Ancona in quella pazza rimonta. Ci sentiamo spesso tra di noi e ci diciamo che avevamo una squadra davvero forte; se giocassi oggi con la stessa squadra nel calcio attuale penso che faremmo sfracelli.

Dono della fede: A Taranto con me in squadra c’era una ragazzo bravissimo non solo tecnicamente ma molto buono a livello umano, molto solare che era Tesser. Mi sono avvicinato grazie a lui alla fede e ho scoperto perché fosse così sereno. Sono diventato anche io Atleta di Cristo e ho avuto risposte a tante domande. Credo che in una squadra siano necessarie delle guide, dei compagni che facciano capire ai giovani cosa è giusto e cosa no. Vivere insieme ai compagni serve per imparare le cose positive. In serie A molti giocatori arrivano a giocare in quella categoria perché sono già uomini, hanno una famiglia e si danno delle regole. In sostanza sono professionisti a tutti gli effetti, pensiamo a Maldini, Del Piero, Zanetti, Totti. Ci vuole la capacità di saper rinunciare anche a fare le cose che solitamente si fanno a vent’anni. I grandi club sono composti da dirigenti che hanno valori, bisogna sempre allenarsi al massimo. Il calcio deve essere fatto da persone che si impegnano davvero. Io farei dei contratti a meritocrazia. Ho conosciuto tanti calciatori che con condotte di vita poco professionali si trovavano in categorie superiori e viceversa chi si impegna invece a volte si trova in serie minori.

Scelta personale: “A un certo punto mi sono trovato in un momento storico del calcio in cui per la crisi che c’è, le mie qualità calcistiche non sono state apprezzate. Avrei dovuto accettare destinazioni che mi portavano a dei disagi come stare lontano da casa per dei contratti che mi sottostimavano. Ho deciso di rimanere vicino casa, gioco nel Montalto calcio in Promozione. Questo sport è in crisi già da un po’ di tempo e lo avevo capito quando passavo l’estate a trattare con procuratori e ricevere promesse puntualmente disattese. Sono comunque felice di quello che ho fatto, a Salerno ho vinto un campionato e una supercoppa di categoria. Inoltre, non ho perso l’amore per questo sport motivo per il quale continuo a giocare, nelle serie minori il calcio è più genuino anche se ovviamente il livello è più basso. “

Mister Papagni: “Io penso che il professionista e l’uomo vadano di pari passo. Lui incarna questo modello sia di uomo che di allenatore. Esordii il primo anno con mister Marino ma con mister Papagni ci siamo tolti tantissime soddisfazioni e lo ricordo con grande affetto”.

Tifosi del Taranto unici, la pressione è una scusante: “Mi dispiace che il Taranto da sei anni sia in serie D e non riesca a venirne fuori, la ricordo come una grande piazza con un pubblico fantastico. Credo che chi investa costantemente nella squadra e società lo faccia per risalire. Non credo però alla teoria che una piazza così calorosa possa condizionare il rendimento in campo. Se un giocatore a Taranto soffre la pressione vuol dire che non è adatto alla piazza, il problema è trovare calciatori adatti alla piazza. Al pubblico di Taranto e alla città auguro sempre un futuro migliore in campo sportivo e sociale”.

Andrea Loiacono

Tags: Interviste
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