È tempo di verità. Continuare a credere che sia possibile vendere l’ex Ilva mantenendo lo stabilimento siderurgico di Taranto nelle attuali dimensioni, sia strutturali sia occupazionali, rischia di trasformarsi in un boomerang per la città, per il Paese e per i lavoratori stessi.
Nonostante la buona volontà del Governo di vendere l’intero asset, vincolando l’operazione alla decarbonizzazione e ai livelli occupazionali, la realtà del mercato è impietosa: gli investitori industriali cercano solo i pezzi migliori, più snelli, redditizi e privi di criticità ambientali o occupazionali. Il resto – cioè il “colosso” di Taranto che consuma risorse, salute e speranze – viene lasciato nelle mani della città. Le offerte presentate dai fondi di investimento speculativi lo dimostrano chiaramente.
Per troppo tempo si è alimentata la favola di un’acciaieria infinita, mentre Taranto continuava a pagare il prezzo in termini di salute, ambiente ed economia locale. La verità è che il futuro dell’acciaio in città non può più passare per un impianto gigantesco e ingestibile: serve un impianto moderno, sostenibile e ridimensionato, come avviene già in altre realtà europee.
Il sacrificio necessario
Questo comporta inevitabilmente un drastico ridimensionamento della forza lavoro: probabilmente la metà della manodopera, se non di più. I dati della cassa integrazione degli ultimi 15 anni indicano che mediamente il 40% dei lavoratori è fermo, segno evidente che l’attuale sistema è insostenibile. Continuare a difendere lo status quo rischierebbe di condannare operai, famiglie e imprese a un declino senza ritorno.
Confartigianato sottolinea la gravità della situazione: preservare i livelli occupazionali totali senza una strategia reale equivale a difendere l’indifendibile. Per salvare la fabbrica ambientalizzata, è necessario puntare su un piano di riconversione serio, che supporti i lavoratori e dia spazio a nuove imprese, competenze e modelli di sviluppo sostenibile.
Formazione e indotto locale
Un siderurgico dimezzato ma funzionante e ambientalizzato potrebbe creare lavoro anche nell’indotto locale. È fondamentale implementare con urgenza un piano di formazione per riconvertire gli esuberi del settore, coinvolgendo le piccole imprese locali, che hanno una grande richiesta di manodopera qualificata.
Il mito tossico dell’Ilva infinita
Per decenni a Taranto è stata raccontata la favola: “senza Ilva la città muore”. La verità è che la fabbrica ha dato lavoro e benessere, ma da quasi vent’anni si è chiusa su se stessa, approvvigionandosi da poche imprese predilette, spesso non locali, mentre l’economia cittadina veniva sacrificata. Ridimensionare il siderurgico non significa la morte di Taranto: il vero rischio è continuare a ruotare attorno a un gigante malato, con problemi economici, produttivi e ambientali che condizionano l’intero territorio.














