Ancora una volta, la passione viene repressa e sacrificata sull’altare di una sicurezza che sceglie la via più comoda: quella del divieto.
La disposizione che proibisce la vendita ai residenti della provincia di Taranto dei tagliandi per l’incontro tra Atletico Acquaviva e i rossoblù ionici, valido per il ritorno del secondo turno di Coppa Italia Eccellenza – in programma giovedì 13 novembre 2025 ad Acquaviva delle Fonti (BA) – rappresenta l’ennesimo capitolo di un copione ormai stanco.
Come comunicato dalla stessa società del Taranto, la decisione nasce su proposta del Questore di Bari, accolta dopo le valutazioni dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. La motivazione è sempre la stessa: il “potenziale rischio connesso alla storica rivalità tra le tifoserie delle due province”. Una fredda formula burocratica che inibisce migliaia di persone, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Di fronte all’ennesimo divieto, viene spontaneo chiedersi se la sicurezza non sia diventata sinonimo di rinuncia. Una misura di prevenzione così sproporzionata certifica il definitivo fallimento della gestione dell’ordine pubblico. Il sistema, invece di governare la complessità, preferisce non provarci neppure. La logica è quella dell’inerzia amministrativa: si vieta per evitare problemi, anche se a pagarne il prezzo è un’intera comunità.
Il criterio su cui si fonda la limitazione – la residenza provinciale – è tanto illogico quanto superato. Come se le province, specie quelle adiacenti, fossero entità impermeabili; come se la distanza tra due paesi di province confinanti non potesse risultare inferiore persino a quella che separa un sobborgo dal capoluogo comunale. Una visione geografico-amministrativa fuori tempo massimo.
Eppure, su questa mappa antiquata si costruisce una misura che penalizza indiscriminatamente tutti i residenti di Taranto. È l’applicazione, per via di ordinanza, del principio di colpevolezza collettiva: chiunque viva in provincia diventa un potenziale pericolo, colpevole per residenza. Un’idea che ribalta il fondamento del nostro diritto: non più la responsabilità individuale, ma la punizione preventiva di massa.
Questo divieto, che segue numerosi altri analoghi provvedimenti di questa stagione e delle precedenti, rivela l’incoerenza di un intero sistema. Lo stesso apparato che infligge DASPO individuali e misure restrittive mirate a chi commette azioni punibili negli stadi, colpisce preventivamente in modo cieco e indiscriminato. Da un lato si vanta di colpire i facinorosi, dall’altro preferisce fermare tutti per non rischiare di sbagliare, alimentando così il risentimento invece di spegnerlo.
A peggiorare la situazione, a ogni trasferta “negata” o partita svolta “a porte chiuse”, qualcuno riesce sempre a intrufolarsi. Pochi privilegiati, spesso favoriti da conoscenze personali e agevolazioni informali, ottengono ciò che a tutti gli altri è negato. Così si crea una nuova gerarchia interna: i prescelti e tutti gli altri costretti a casa. Una frattura che logora l’essenza stessa della solidarietà tra tifosi, la comunità più vasta della città.
La rassegnazione al divieto non può più essere la nostra divisa. Quando lo Stato desiste dal trattare i cittadini come individui dotati di diritti, per considerarli una massa da contenere, a perdere non è più solo il calcio: a crollare è il fondamento stesso della civiltà democratica.














