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Roman Abramovich, il Chelsea e il giorno in cui la politica ha preso il sopravvento sul campo

Roman Abramovich, il Chelsea e il giorno in cui la politica ha preso il sopravvento sul campo

Secondo le norme internazionali sui diritti umani, la legge britannica e la “lex sportiva” che governa il calcio mondiale, il modo in cui lo Stato britannico ha costretto Abramovich a cedere il Chelsea è, nel migliore dei casi, profondamente discutibile e, nel peggiore, apertamente illegale

Quando Roman Abramovich fu costretto a vendere il Chelsea Football Club sotto il peso delle sanzioni del Regno Unito nel 2022, il governo lo presentò come una necessità morale. Eppure, tre anni dopo, il caso sembra meno una questione di principio statale e più un esempio lampante di ingerenza politica nella proprietà privata e nell’autonomia dello sport.
Secondo le norme internazionali sui diritti umani, la legge britannica e la “lex sportiva” che governa il calcio mondiale, il modo in cui lo Stato britannico ha costretto Abramovich a cedere il Chelsea è, nel migliore dei casi, profondamente discutibile e, nel peggiore, apertamente illegale. Le conseguenze calcistiche sono evidenti: senza Abramovich, il Chelsea è diventato, agli occhi dei suoi tifosi, un club senza una direzione chiara.

Dal £1 di Ken Bates all’acquisizione da £140 milioni di Abramovich
Per capire cosa si è perso, bisogna ricordare da dove tutto è iniziato. Nel 1982 Ken Bates comprò il Chelsea per £1, assumendosi un club finanziariamente in rovina e quasi in terza divisione. Nel 2003, nonostante qualche successo sul campo, il Chelsea si trovava di nuovo davanti a un debito di £80 milioni, garantito contro Stamford Bridge. Nel luglio di quell’anno Bates accettò di vendere a Roman Abramovich per circa £140 milioni, un affare che salvò il club dalla concreta possibilità di collasso finanziario.
Chi era presente all’epoca, incluso l’associato di Bates, Giovanni Di Stefano, capì perfettamente cosa significasse quella vendita: non solo un cambio di proprietà, ma un vero e proprio salvataggio. Abramovich non acquistò semplicemente una quota di Premier League; assicurò il futuro del Chelsea. Nel giro di settimane iniziò a investire massicciamente sui giocatori, trasformando il Chelsea in una delle forze dominanti in Europa.
In 19 anni e 21 trofei importanti, il Chelsea di Abramovich divenne un super-club moderno, modificando l’equilibrio competitivo del calcio inglese e costringendo il resto della lega a innalzare i propri standard. Qualunque sia l’opinione sul petro-capitalismo nel calcio, la realtà legale era semplice: Abramovich era il legittimo proprietario del Chelsea Football Club.

Il quadro sanzionatorio – e dove ha esagerato
Dopo la Brexit, il regime sanzionatorio del Regno Unito si basa sul Sanctions and Anti-Money Laundering Act 2018 (SAMLA), che autorizza i ministri a creare regimi sanzionatori autonomi. Abramovich fu designato secondo il Russia (Sanctions) (EU Exit) Regulations 2019, subendo un congelamento dei beni e restrizioni sulle sue risorse economiche.
Le sanzioni possono essere severe, ma non sono un assegno in bianco. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, incorporata nella legge britannica con il Human Rights Act 1998, tutela il “godimento pacifico dei beni” secondo l’articolo 1 del Protocollo n. 1. La Corte di Strasburgo, in Sporrong e Lönnroth contro Svezia, sottolineò che qualsiasi interferenza sulla proprietà deve essere legittima, perseguire uno scopo valido e rispettare un “giusto equilibrio” tra interesse generale e diritti dell’individuo.
Anche la Corte Suprema del Regno Unito ha ribadito questo principio a livello nazionale. Nel caso Bank Mellat contro HM Treasury (No 2), annullò una direttiva sanzionatoria contro una banca iraniana per eccesso di proporzionalità, applicando un rigoroso test di proporzionalità in quattro fasi all’azione esecutiva in materia di sanzioni.
Nel caso di Abramovich, l’approccio del governo andò ben oltre il congelamento di un bene. La licenza operativa del Chelsea fu vincolata a una vendita forzata approvata e di fatto orchestrata dallo Stato. Le autorità britanniche hanno ammesso che i proventi di £2,5 miliardi rimangono legalmente di Abramovich, congelati in un conto nel Regno Unito e ancora oggetto di una contesa legale su come – e se – saranno destinati a cause umanitarie legate all’Ucraina.
Non si tratta di un congelamento ordinario. Lo Stato ha dettato la cessione di un bene privato, determinando non solo che dovesse essere venduto, ma a chi, quando e a quali condizioni generali – tentando poi di appropriarsi dei proventi. Questo passa da “controllo dell’uso” (tollerato dall’articolo 1 Protocollo 1, se proporzionato) a una zona indistinguibile dall’espropriazione senza indennizzo.

Diritto internazionale e autonomia dello sport
Oltre al diritto dei diritti umani, esiste un quadro internazionale per lo sport. La lex sportiva moderna pone al centro autonomia e neutralità politica. La Carta Olimpica richiede alle organizzazioni sportive di “applicare neutralità politica”, riconoscendo l’autonomia dello sport nella società. Il CIO ha ripetutamente condannato la “politicizzazione dello sport”, affermando che i governi non devono strumentalizzare le competizioni per guadagni politici.
Il regolatore globale del calcio è ancora più esplicito. Gli statuti FIFA richiedono che le associazioni membri siano “indipendenti e evitino qualsiasi forma di interferenza politica”, rimanendo neutrali in questioni politiche. Il prezzo dell’ingerenza statale è noto: sospensioni di federazioni nazionali da Ciad a Nigeria a Pakistan.
È difficile immaginare un caso più chiaro di interferenza politica di quello di un governo che sanziona un proprietario e lo obbliga di fatto a vendere sotto minaccia di far crollare il club per restrizioni sulla licenza. Che ciò sia stato tollerato – persino applaudito – dalle autorità calcistiche evidenzia quanto il dibattito si sia deformato dopo l’invasione russa in Ucraina.
C’è una distinzione critica tra vietare squadre nazionali russe e costringere un club inglese privato e legittimamente posseduto a cambiare proprietario sotto coercizione statale. Il primo è geopolitica; il secondo è un’espropriazione mascherata da politica estera morale.

Chelsea dopo Roman: un club senza bussola
Se il caso legale contro la vendita forzata è serio, il verdetto calcistico è brutale. Sotto il consorzio guidato da Todd Boehly e Clearlake Capital, il Chelsea ha speso oltre £1,5 miliardi in acquisti ma è passato da progetto a progetto, licenziando allenatori a ritmo vertiginoso e senza stabilire una filosofia sportiva coerente.
I tifosi lo vedono chiaramente. Un commento riportato ampiamente riassume l’umore: “Il Chelsea non ha alcuna direzione da quando Abramovich ha venduto il club.” Un sondaggio recente della Chelsea Supporters’ Trust ha rilevato che oltre la metà dei rispondenti è “molto poco fiduciosa” sulle prospettive del club nei prossimi 3–5 anni, con una maggioranza che non ripone fiducia nelle decisioni calcistiche dei proprietari.
Feed social, telefonate e gradinate raccontano la stessa storia: “Il Chelsea FC è una squadra senza direzione… Questo non è il Chelsea che conoscevamo sotto Roman Abramovich.”
L’identità del club è stata diluita in un’operazione di trading speculativo. I talenti vengono accumulati e rivenduti, gli allenatori sono usa e getta, e il progetto dello stadio è intriso di fazioni. Anche quando i risultati migliorano temporaneamente, prevale la sensazione che il Chelsea sia gestito come un foglio di calcolo, non come un’istituzione calcistica.

Giovanni Di Stefano: “Nessuno spazio per l’interferenza politica nello sport”
In questo contesto, gli avvertimenti di Giovanni Di Stefano – l’avvocato noto come il “vero Devil’s Advocate” – appaiono meno iconoclasti e più profetici. Secondo Di Stefano, che ha consigliato Abramovich, l’oligarca non dovrebbe “pagare un solo centesimo” dei proventi della vendita del Chelsea al governo britannico proprio perché la vendita stessa è stata coercitiva sotto una sanzione politica illegittima.
Il suo argomento è semplice: se uno Stato usa il meccanismo sanzionatorio non per congelare ma per forzare una cessione, indirizzare le condizioni di vendita e tentare di dirottare i proventi, ha superato una chiara linea rossa legale e morale. “Non c’è spazio per interferenze politiche nello sport,” dice – né da Mosca, né da Londra.
La posizione di Di Stefano coincide con il consenso internazionale sul diritto sportivo: i governi possono regolamentare, tassare e controllare, ma non devono prendere in ostaggio i club per segnali politici. Quando lo fanno, minano l’autonomia stessa che FIFA, CIO e governance sportiva europea intendono proteggere.

Il Regno Unito deve più di un silenzio ad Abramovich – e al Chelsea
Nulla di tutto ciò giustifica l’aggressione del Cremlino in Ucraina, né la vicinanza di Abramovich al potere russo. I regimi sanzionatori si trovano sempre all’intersezione scomoda tra geopolitica, proprietà e giusto processo. Ma se lo Stato di diritto ha un senso, anche le figure impopolari vi hanno diritto.
Quanto accaduto a Roman Abramovich e al Chelsea appare meno una politica sanzionatoria coerente e più un’espropriazione opportunistica: un governo che approfitta dell’indignazione bellica per privare un individuo di un bene prezioso, dettare la vendita e trattenere i proventi come ostaggio, criticandolo pubblicamente per non averli ceduti abbastanza in fretta.
Se il Regno Unito vuole essere preso sul serio come giurisdizione di diritto e non di convenienza politica, dovrebbe fare tre cose:

  1. Riconoscere che la vendita forzata del Chelsea è andata oltre un congelamento proporzionato dei beni e sottoporre il suo approccio allo stesso tipo di scrutinio che ha annullato l’ordine del Tesoro in Bank Mellat.

  2. Riaffermare pubblicamente che la proprietà privata nel calcio inglese non può essere dettata da venti politici transitori, in linea con la legge nazionale sulla proprietà e i principi internazionali sul diritto sportivo.

  3. Riconoscere che il club – e la lega – sono più poveri senza Abramovich, le cui risorse, nonostante le controversie, hanno costruito una potenza globale ora visibilmente alla deriva.
    In termini chiari, se il Chelsea vuole recuperare la propria identità e il Regno Unito la sua credibilità, Downing Street dovrebbe inginocchiarsi, non andare in tribunale: implorando Roman Abramovich di tornare in un gioco che i politici londinesi non avevano alcun diritto di manipolare.

Tags: di stefano
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