«C’è una riflessione che in questi giorni ci sembra inevitabile. Da anni sentiamo ripetere che l’ex Ilva è strategica per il Paese: strategica per la manifattura italiana, per l’autonomia industriale nazionale e per il Made in Italy. Una valutazione che condividiamo. Proprio per questo, però, una domanda continua a tornare con sempre maggiore forza: se l’ex Ilva è davvero così importante per l’Italia, perché non immaginare una soluzione costruita attorno alle migliori energie industriali italiane?».
Lo dichiara Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Imprese Taranto.
«Il recente dibattito cittadino, alimentato anche dal sondaggio pubblicato nei giorni scorsi, ha evidenziato un aspetto interessante. Molti ritengono importante che il futuro dell’ex Ilva mantenga un forte legame con l’Italia. Una posizione comprensibile. Ma allora diventa inevitabile interrogarsi su chi dovrebbe rendere possibile questo obiettivo.
Il sondaggio offre certamente spunti interessanti e contribuisce ad alimentare una discussione utile. Resta tuttavia una curiosità che, da tarantini, riteniamo legittima: quale sarebbe il risultato se le stesse domande venissero poste direttamente alla comunità che da decenni convive con le conseguenze economiche, sociali e ambientali di questa vicenda? Non conosciamo, o forse possiamo immaginare, la risposta. Ma siamo convinti che anche questa voce meriterebbe di essere ascoltata con particolare attenzione».
«Negli ultimi tempi abbiamo ascoltato numerosi richiami alla sovranità industriale, alla tutela delle filiere strategiche, alla necessità di difendere il Made in Italy e di preservare competenze produttive considerate essenziali per il Paese. Temi importanti, che condividiamo. Proprio per questo continuiamo a porci una domanda semplice.
L’Italia non osserva la siderurgia da spettatrice. Dispone di produttori di acciaio presenti nelle principali classifiche internazionali del settore. Dispone di imprese che negli ultimi anni hanno realizzato acquisizioni, investimenti e percorsi di crescita significativi. Dispone di competenze riconosciute a livello mondiale nella progettazione e nella costruzione di impianti siderurgici e forni elettrici.
Le competenze, le tecnologie e le capacità industriali ci sono. Ed è proprio per questo che la domanda appare legittima».
Secondo Paolillo, vi è poi un ulteriore elemento che merita attenzione.
«Nel mondo esistono diverse decine di grandi produttori siderurgici e oltre cento gruppi industriali di rilevanza internazionale. Eppure, al netto delle manifestazioni di interesse emerse negli ultimi mesi, non si è assistito a una competizione globale particolarmente intensa per l’acquisizione dell’ex Ilva.
Una constatazione che non deve essere letta soltanto in chiave negativa. Forse suggerisce semplicemente che ci troviamo di fronte a una delle operazioni industriali più complesse d’Europa. Ed è proprio per questo che diventa ancora più importante valorizzare il patrimonio di competenze industriali che il Paese possiede già».
«A Taranto siamo forse meno esperti di finanza internazionale, ma una cosa la comprendiamo: quando un bene viene definito strategico, normalmente i primi a volerlo difendere sono proprio coloro che ne sottolineano il valore. Gli stessi industriali che da anni ne evidenziano l’importanza per il Paese e che spesso vengono qui a ricordarcelo.
Forse il vero interrogativo non è chi arriverà da fuori a credere nell’ex Ilva. Forse il vero interrogativo è chi, in Italia, sia disposto a crederci per primo.
E forse, come Confartigianato Taranto sostiene da mesi, la prima dimostrazione concreta di questa fiducia non sarebbe nemmeno particolarmente difficile da individuare: l’avvio del cantiere del primo forno elettrico.
Perché, al di là delle trattative in corso, dei passaggi societari e degli assetti futuri, esiste un dato difficilmente contestabile: se si fosse partiti quando la decarbonizzazione è entrata ufficialmente nel dibattito industriale e politico del Paese, oggi probabilmente vedremmo già il cantiere aperto e avremmo recuperato anni preziosi. Anni che nessuno potrà restituire a Taranto, ai lavoratori, all’intero sistema industriale nazionale e alle opportunità di sviluppo diversificato che questo territorio attende da troppo tempo».
Paolillo sottolinea inoltre il ruolo che potrebbe svolgere il settore pubblico nella fase di rilancio.
«Se lo Stato continua a investire risorse pubbliche nel futuro dell’ex Ilva, appare legittimo chiedersi se tali risorse non possano contribuire a costruire una soluzione industriale che veda un ruolo centrale delle migliori realtà produttive italiane, eventualmente accompagnate, nella fase iniziale, da una presenza pubblica di supporto, come già avvenuto in altri Paesi europei».
«Non si tratta di contrapporre investitori italiani e investitori esteri. Si tratta di comprendere quale politica industriale intenda perseguire il Paese. Perché, se l’ex Ilva è davvero strategica, allora è naturale interrogarsi sul ruolo che potrebbero svolgere proprio quei protagonisti dell’industria italiana che operano nella siderurgia e nelle filiere che dall’acciaio dipendono e che da anni dimostrano sui mercati internazionali solidità, capacità di investimento e visione industriale».
Infine, l’appello alla città e alle istituzioni.
«Taranto non chiede miracoli, ma chiarezza, coerenza e una prospettiva industriale stabile. Chiede che le parole spese in questi anni trovino finalmente una traduzione concreta.
Dopo decenni di sacrifici, la città ha il diritto di uscire da questa vicenda a testa alta: con una siderurgia moderna e competitiva, una manifattura forte e nuove filiere produttive capaci di crescere accanto all’acciaio. Con un porto e una logistica avanzati, con l’economia del mare, la cantieristica, il turismo, la cultura, l’artigianato, il commercio, l’innovazione, l’agroalimentare e tutte quelle attività che possono e devono contribuire a costruire un modello economico più equilibrato e resiliente».
«Se davvero crediamo che l’acciaio sia strategico per il Paese, allora forse è arrivato il momento che il tema della sovranità industriale esca dai convegni, dalle dichiarazioni pubbliche e dai documenti programmatici per entrare nei piani industriali, negli investimenti e nelle scelte concrete.
Perché la più efficace dimostrazione di una convinzione non è una dichiarazione, ma una decisione. Ed è su quella che, prima o poi, tutti saremo chiamati a misurarci».














