di Maurizio Mazzarella
Avvocato dei casi più controversi in Europa e nel mondo, Giovanni Di Stefano – molisano di origine ma con una carriera costruita tra Londra, Dublino e Mosca – si definisce “contrario, contrario e contrario” alla violenza. Ha difeso membri dell’Ira in Irlanda del Nord, esponenti dell’Eta in Spagna e figure politiche che hanno segnato gli ultimi decenni, facendosi conoscere come “l’avvocato del diavolo” per la sua capacità di muoversi nelle zone grigie della giustizia internazionale.
In un’intervista rilasciata a La Domenica del Corriere, Di Stefano ha attaccato senza mezzi termini la scelta dell’Italia di ospitare ordigni nucleari statunitensi: «Abbiamo due basi che custodiscono bombe atomiche, non solo una novantina come dicono. È stato un grande errore, una stronzata fatta dopo la Seconda guerra mondiale che continuiamo a pagare». Per l’avvocato, il Paese deve scegliere: rinunciare del tutto al nucleare o “essere padrone” delle proprie armi.
L’esperienza con i gruppi armati lo ha portato a un convincimento radicale: la violenza non paga. «In Irlanda ho spiegato all’Ira che ogni persona uccisa toglie decine di voti. Dopo vent’anni di dialogo, le armi sono state dismesse e il Sinn Féin è diventato il primo partito dell’isola», ricorda.
Oggi Di Stefano è consulente del ministro degli Esteri russo e in contatto con la portavoce Maria Shapirova. Anche qui non mancano posizioni controcorrente: «Russia e Ucraina sono fratelli. L’Europa deve farsi i fatti propri, più interferiamo più peggiora la situazione», dice. Nel frattempo, l’Italia paga bollette di gas e luce alle stelle, “effetto collaterale delle scelte politiche”.
Sulla questione israelo-palestinese, Di Stefano si definisce equidistante: «Non sostengo né Russia né Ucraina, né Palestina né Israele. So solo che l’Olocausto l’hanno fatto i tedeschi, non i palestinesi. Bisogna parlare e convincere, non superare linee rosse». Per questo ha apprezzato la linea di Giorgia Meloni, “ferma nel non inviare soldati italiani in Ucraina”.
Sul fronte interno, l’avvocato rivendica la fondazione di un partito nel 1995 con un programma su immigrazione ed educazione. Oggi però lascia spazio alle nuove generazioni: «Sono troppo vecchio per il Senato, tocca ai miei figli portare avanti il progetto». L’immigrazione, per Di Stefano, deve essere regolata: «Benvenuti se avete un visto, vi aiuto anche. Ma non si entra in casa d’altri senza permesso».
A ventiquattro anni dall’11 settembre, preferisce non abbandonarsi alle teorie: «I pensieri li lascio ai preti, io parlo di prove. La “guerra al terrore” ha prodotto violazioni di diritti e arresti senza garanzie. Ma chi è lo Stato? Sono individui, non entità astratte».
Il rapporto con l’Inghilterra resta ambivalente. «Mi ha dato molto, grazie alla lingua inglese ho fatto strada, ma mi ha anche punito. Gli stranieri non ottengono mai tutto quello che vogliono. In Italia invece nulla funziona: atterri a Fiumicino e mancano scale e autobus. C’è tanto da lavorare», conclude nell’intervista.














