di Luca Pietranelli
Il calcio a Taranto, da anni, vive più di speranze che di progetti concreti. L’illusione è sempre la stessa: che un giorno arrivi un magnate pronto a rilevare la società e trascinarla nel calcio che conta. Ci ripetiamo da troppo tempo che “Taranto ha blasone”, come se la sola storia, ormai sbiadita, bastasse a convincere qualcuno a investire milioni.
Le società che si sono alternate negli ultimi decenni hanno rispecchiato la situazione reale della città: una piazza passionale, certo, ma economicamente fragile e socialmente provata. Chi ha guidato il club finora lo ha fatto con sacrifici ma con mezzi limitati, senza un supporto concreto dal territorio, dando vita a un ciclo che si è ripetuto nel tempo: debiti accumulati, passaggi di mano, ripartenze forzate.
Oggi è inevitabile porsi delle domande: più che chiederci chi verrà a salvarci, dovremmo chiederci perché un forte investitore dovrebbe scegliere proprio Taranto.
Nel marzo scorso la città si affacciava con entusiasmo a una possibilità di ripartenza da zero, con il nuovo stadio pronto a fare da calamita per grandi imprenditori. Ma, ad oggi, di quello stadio — ancora in costruzione — non sono chiare né le modalità di utilizzo che potrebbero essere concesse all’eventuale nuova società, né i futuri costi di gestione che graveranno sulla stessa. Di conseguenza, la fila di investitori annunciata non si è ancora materializzata. Evidentemente, la crisi economica e sociale che la città vive scoraggia chiunque non voglia rischiare di perdere denaro.
Alle difficoltà locali si aggiunge la condizione attuale del panorama calcistico nazionale, che da troppo tempo si regge su un sistema incapace di produrre profitti e in grado solo di bruciare risorse.
È quindi lecito pensare che, probabilmente, il massimo che oggi Taranto può permettersi sia proprio quello che abbiamo visto negli ultimi anni: un calcio di sopravvivenza, costretto a fare i conti con la crisi del territorio, la mancanza di strutture e l’assenza (o quasi) di supporto da parte delle istituzioni e dell’imprenditoria locali.
Sperando di essere clamorosamente smentiti entro la mezzanotte di oggi, resta l’amarezza di constatare che da marzo ad oggi la città avrebbe almeno meritato la presentazione di qualcosa di concreto e solido. Perché ripartire solo per necessità e senza fondamenta solide significa correre il rischio di rivivere lo stesso film già visto nel 2012.













