Nella settimana che ci porterà al match di cartello contro l’Andria, abbiamo deciso di ascoltare un doppio ex di tutto rispetto. All’anagrafe risponde al nome di Riccardo Innocenti, ma a Taranto è ricordato con il soprannome “Riccardone cuor di leone”. Il bomber di Alfonsine a quarantaquattro anni è ancora decisivo nella squadra del suo paese e ricorda con affetto i suoi trascorsi in Puglia.
Sei rimasto legato a Taranto e segui ancora le sorti della tua ex squadra?
Ho un bellissimo ricordo di Taranto e cerco di tenermi aggiornato ogni domenica. Vedo un Taranto in fase d’ascesa, che ora più che mai ha trovato una grande coesione tra squadra, società e pubblico. Questo per me è un presupposto fondamentale in una piazza così calorosa.
Luigi Panarelli è l’attuale allenatore del Taranto ma anche tuo ex compagno, cosa pensi del suo operato fino ad ora?
Sta facendo un ottimo lavoro e oltre ad essere un bravo tecnico sta dimostrando di gestire al meglio la pressione. Ha superato brillantemente i momenti difficili in cui la vittoria stentava ad arrivare, riuscendo a compattare il gruppo senza che si scoraggiasse e questo può fare la differenza per l’esito finale del campionato.
Questo Taranto può arrivare alla promozione?
Ci sono tutti i fattori per arrivare quantomeno a giocarsela fino in fondo. Ovviamente il calcio è anche fatto di imprevisti ed episodi incalcolabili, non sempre la squadra migliore vince, ma sicuramente ad oggi ci sono segnali positivi che mi portano a pensare che sia l’anno buono.
Arrivi a Taranto nella stagione 2009/2010 e sulla carta quella squadra poteva arrivare in alto. Il campionato, invece, si chiuse con una salvezza arrivata nel finale. Come te lo spieghi?
Probabilmente le aspettative su quella squadra erano troppo alte. Era una rosa nuova in quasi tutti i suoi effettivi, con giocatori che avevano bisogno di equilibrio e continuità per potersi esprimere al meglio nel prosieguo della stagione. La società dell’epoca, invece, per poter vincere subito non ha badato a spese appesantendo l’organico. Troppa concorrenza, poca organizzazione e tanti cambi di allenatore hanno portato a risultati negativi. Io ho giocato pochissimo per vari infortuni, ma ricordo che i miei compagni erano costantemente in confusione e alla fine per fortuna si arrivò alla salvezza.
Dal punto di vista personale come andò quella stagione?
La ricordo come la stagione peggiore della mia carriera. Ho avuto tre fratture ed in particolare una al perone che mi fece star fermo per tre mesi. Il medico non riusciva a capire da cosa fosse procurato il dolore che avevo e mi fecero giocare in condizione pietose, scoprendo solo a dicembre l’origine del problema. Successivamente mi sono rotto un dito del piede ed il metacarpo, in poche parole una stagione disastrosa.
Nella stagione successiva avevi una media gol invidiabile ma sei stato ceduto nel mercato invernale. E’ stata una tua richiesta o una scelta societaria?
In quella stagione la rosa fu sfoltita, dando la possibilità ai giocatori dell’anno precedente di avere più tranquillità e continuità. C’erano idee più chiare e lo si poteva notare dalle belle prestazioni che portarono la squadra alla semifinale di Roma, dove per un episodio sfortunato i miei compagni videro sfumare la possibilità di giocarsi la finale. Io dovetti andar via per motivi personali sui quali non voglio tornare, dico solo che è stata la decisione più dolorosa della mia carriera, non avrei mai voluto lasciare Taranto.
Domenica il Taranto affronterà l’Andria, squadra nella quale ti trasferisti l’anno dopo il tuo addio a Taranto. Cosa ricordi di quella parentesi?
Subito dopo Taranto conquistai una salvezza incredibile a Barletta e venni ceduto all’Andria. Il primo anno però rimasi solo fino a dicembre e passai in prestito al Fano, quindi di quell’anno non ho particolari ricordi. Nell’estate successiva tornai ad Andria per giocare una stagione intera e fu un anno particolarmente sofferto. Trovai una società sull’orlo del fallimento con gravi disagi, la stagione partì con dei punti di penalizzazione ed iniziammo la preparazione a meno di due settimane dall’inizio del campionato. Ricordo comunque con orgoglio quel campionato perchè chi rimase per tutta la stagione lottò insieme all’allenatore contro tutto e tutti, nonostante le mancanze della società. La stagione purtroppo finì nel peggiore dei modi, in uno scontro fratricida ai play-out contro il Barletta ed il successivo fallimento della società.
Giochi ancora e il campo ti dà ragione. Raccontaci il prosieguo della tua carriera.
Nel 2014 sono sceso in Eccellenza giocando da capitano nel Ravenna, la squadra della mia città. Ho passato tre anni meravigliosi in cui siamo passati dall’Eccellenza alla Lega Pro. L’anno scorso, invece, ho deciso di centrare l’ultimo obiettivo della mia carriera: giocare con mio fratello e sono tornato in Eccellenza ad Alfonsine, che è il paesino dove sono nato. Siamo arrivati quarti con una squadra piena di giovani e sono stato il capocannoniere del girone con ventidue reti. Quest’anno l’ho iniziato al Classe, squadra della provincia di Ravenna neo-promossa in Serie D, però a dicembre sono tornato all’Alfonsine ed ora siamo primi in Eccellenza con due punti di vantaggio sulla seconda. Alla mia veneranda età mi diverto ancora a giocare.
Gabriele Campa















