Non è stata certamente la sua miglior stagione, ma Kelvin Matute da professionista quale ha dimostrato di essere nel corso della sua carriera, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Immerso nella tranquillità della sua casa di Ponte Pattoli, alle porte di Perugia, il centrocampista camerunense racconta le sue sensazioni alla Gazzetta.
Matute, come vive questa quarantena?
”In questo momento l’obiettivo primario è quello di azzerare il numero dei contagi per tornare quanto prima verso una situazione di normalità. Il calcio viene in secondo piano, perché oggi c’è tanta gente che si ammala e muore, e tanti uomini e donne in prima linea a combattere il virus rischiando in prima persona”.
Com’è la situazione in Camerun, suo paese di origine?
”Fortunatamente nel mio paese il Covid-19 non si è diffuso così tanto come qui in Italia. L’auspicio è che i casi restano limitati in modo da evitare situazioni di collasso degli ospedali”.
Passando al calcio è inevitabile chiederle come mai, un calciatore della sua esperienza non è riuscito a rendere al meglio qui a Taranto.
“E’ una risposta non semplice da dare, perché inizialmente quando sono arrivato c’era grande entusiasmo ed autostima. Poi la prima sconfitta contro il Brindisi ha fatto scricchiolare tante certezze. Da quel momento, nonostante successivamente fossimo riusciti ad inanellare tre vittorie consecutive, qualcosa si è perso. Il fallimento sportivo è stato di tutti, non dei singoli. Io, personalmente, quando sono giunto qui, avevo voglia di strafare, di ripetere ciò che avevo fatto ad Avellino. Lì, però la situazione è stata completamente diversa. Anche in Irpinia il mio avvio di stagione non è stato semplice, ma gli episodi, nei momenti chiave della stagione, hanno girato a nostro favore, cosa che non è accaduta qui a Taranto. E poi lì avevamo un grande alleato: il terreno di gioco sintetico del Partenio, che ha permesso di recuperare tante gare nelle quali eravamo anche sotto attraverso il gioco. Il manto erboso dello Iacovone, invece, non ce lo ha permesso”.
E’ stata solo una questione di sfortuna, dunque?
“Non dico questo, ma in questa annata nemmeno la grande applicazione che tutti ci abbiamo messo è stata premiata. Probabilmente abbiamo badato ad essere troppo belli e buoni, ed in questa categoria non va bene. Se c’è una cosa che ho capito della serie D è quella che il bel gioco non serve. Vedete il Foggia, per esempio: brutto, ma vincente. E nel calcio comandano sempre i risultati e gli obiettivi.
Fonte: Alfredo Ghionna – Gazzetta del Mezzogiorno













