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Nicola Ragno: “Taranto, tutta la mia verità” (ESCLUSIVA)

Intervista a cura di Alessandra Carpino

Come un vaso di Pandora da scoperchiare. E’ un autentico racconto a cuore aperto, quello che ci regala Nicola Ragno. Senza filtri. Trasparente, per evocare la dote che lui ama attribuirsi. E’ una catarsi emotiva ed intellettiva al tempo stesso, dedicata al popolo rossoblu. Un inno alla verità cantato con stile e coraggio, scevro da censure e privo di remore. Una narrazione approfondita, un’osmosi di confidenze e pensieri, un’inclinazione naturale alla filologia dei ricordi e degli aneddoti. Una sorta di oracolo dell’anima, da interpretare tanto nelle sue spiegazioni perentorie, quanto nelle sensazioni sibilline, tanto nel surrealismo di certi eventi, quanto nella drammaticità sottile degli enigmi. Ispirazione e coscienza esortano l’allenatore originario di Molfetta ad inanellare i capitoli di una storia interrotta prematuramente: la dietrologia è critica ed illuminante, l’esperienza è illustrata con cura e raffinatezza in ogni suo dettaglio, l’originario percorso onirico sfuma nella classica malinconia per quel che non è stato realizzato. Taranto avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione definitiva del suo talento, della sua competenza, soprattutto di una carriera già altisonante, che gli ha donato la seducente fama di professionista serio ed eclettico, di specialista in promozioni e stratega di imprese memorabili. Celebrato come pioniere di un “nuovo inizio”, di un’inversione di tendenza nel microcosmo calcistico ionico intrappolato nel dilettantismo e nei suoi demoni, Nicola Ragno aveva raccolto con orgoglio l’ambizioso guanto di sfida, forte dei suoi studi, dei suoi metodi, dei suoi campionati. Ad un anno di distanza, la fede nella sacralità del progetto, nella mentalità dell’attesa, nella teoria dell’opera da sviluppare con equilibrata prospettiva, sembra un concetto astratto. E la meditazione, la descrizione dei fatti, il giudizio ed il dilemma da parte dell’interlocutore equivalgono a passaggi obbligati, a tappe irrinunciabili.

Mister Ragno, una narrazione consta sempre di un antefatto: è un patto d’onore a sottendere la genesi stessa del progetto Taranto, protagonisti tu ed il presidente Massimo Giove.

Col Taranto Calcio mi sono sentito immediatamente dopo l’epilogo fallimentare di Cerignola (finale play off, 19 maggio 2019, ndr). Dopo una settimana, ho incontrato il presidente Massimo Giove ed abbiamo parlato dei programmi del Taranto di quest’anno. Rientravo nel novero delle candidature per la panchina, ma non pensavo di concludere nel giorno stesso della nostra chiacchierata: ci siamo accordati sulla parola, con una stretta di mano, per risentirci al termine del mio contratto col Potenza Calcio, che scadeva il 30 giugno. La promessa era reciproca: io non avrei accettato altre proposte né ascoltato le richieste di altri presidenti (in quel momento, il mio nome era sul taccuino proprio del Cerignola), mentre Giove non avrebbe dovuto contattare altri tecnici. Un patto che è stato rispettato, come accade fra persone serie: siamo rimasti fedeli al principio d’intesa, Abbiamo individuato i tempi maturi per trattare all’inizio di luglio.

La carica di demiurgo del nuovo Taranto era stata conferita a Franco Sgrona, col quale tu avevi condiviso esperienze trionfali nel corso della carriera.

Con Sgrona, persona e professionista di rara lealtà in questo mondo, abbiamo lavorato ed abbiamo vinto insieme: un campionato di Eccellenza a Noicattaro nel 2001/02 e la Coppa Italia Dilettanti Puglia alla guida del Monopoli nel 2010/11. La società ionica aveva incaricato lo stesso direttore a dialogare con me per indagare circa la mia disponibilità ad accettare la panchina del Taranto.

Entusiasmo, ambizione e speranza hanno permeato l’atmosfera in quel caldo pomeriggio in cui Nicola Ragno è stato insignito ufficialmente come nuovo allenatore del Taranto.

Il 1° luglio è una data per me indimenticabile, poiché ho perso mia figlia (Simona, deceduta nel 2008 all’età di soli undici anni per un male incurabile, ndr), così pregai il presidente Giove di rinviare la mia presentazione al giorno successivo. Nel corso dell’incontro in agenda il 2 luglio, avvenuto fra me, coadiuvato dal mio avvocato, ed i vertici del sodalizio ionico (oltre al proprietario, il direttore generale Montella ed il d.s. Sgrona), è stato stipulato il contratto. Una progettualità triennale, con l’obbligo di vincere il campionato di quest’anno. L’obiettivo del Taranto era quello di puntare ad allestire una squadra competitiva: il presidente Giove mi aveva chiesto chiaramente la promozione. Abbiamo cominciato a stilare un programma in base alle idee da me illustrate: il direttore Sgrona aveva già fornito indicazioni sul modo di impostare il mio lavoro. In sede di presentazione, ho annunciato di essere “costretto” a conquistare la vetta col Taranto, compagine che non avrebbe potuto beneficiare di un eventuale ripescaggio. Non ho avvertito la sensazione di un azzardo o di una responsabilità. Lo sapevo. Quando uno accetta, accetta tutto. Sapevo di non avere alternative e l’ho detto pubblicamente. Ero convinto di fare bene, mi conosco.

Trasparenza nei concetti: hai spiegato il contrasto degli epiteti e delle etichette attribuite al neonato Taranto.

In occasione delle mie interviste, non ho mai definito il Taranto una “corazzata”, ma ho parlato di “squadra competitiva”. La differenza esiste. “Corazzata” erano il Bari dello scorso anno o il Palermo attuale, che annovera in rosa tutti i migliori under dalla serie A ed almeno sei, sette elementi over prelevati dalla serie B, i quali hanno accettato un nuovo progetto nel Dilettantismo. Non paragonabile quindi ad un organico di serie D che inserisce qualche nome altisonante, ma sempre inerente alla categoria di appartenenza. Gli investimenti effettuati dal presidente Giove assicuravano una ricerca ordinata di giocatori idonei all’allestimento di una rosa di primissima fascia, nonostante le somme a disposizione apparissero inferiori o simili rispetto ai fondi impiegati da club concorrenti come Bitonto, Foggia, Cerignola, Casarano, fatta eccezione per il Sorrento.

Quali sono stati i criteri adottati per la costruzione del tuo Taranto?

L’obiettivo del sodalizio ionico era quello di puntare ad allestire una compagine competitiva. Sotto il profilo tecnico, nutrivo la consapevolezza che potessero far parte del mio progetto determinati atleti mutuati dal campionato precedente: la lista comprendeva D’Agostino, Stefano Manzo, Oggiano, Croce, Favetta, Lanzolla, inclusi i due under Pelliccia e Ferrara. Per quel che riguarda i neo acquisti, ho ingaggiato calciatori che vantavano esperienze vittoriose recenti, non certo smarrite nel tempo. Ed alludo a gente come Guaita, Matute, Luigi Manzo, Allegrini, Genchi, Galdean.

Nella contestualizzazione del calcio moderno, tutti gli allenatori rifuggono dalla singolare accusa di “integralismo tattico”.

Quando allestisco una squadra, la mia idea è operare con giocatori che si adattino a due moduli. Mi è capitato spesso di aver in mente la predilezione per un certo sistema di gioco ma, negli ultimi anni, i miei atleti mi hanno “smentito”. Ero informato e consapevole delle caratteristiche tecniche dei calciatori che avevo riconfermato, quindi avrei dovuto approfondire e valutare l’adattamento ad almeno due schieramenti tattici. La mia prima idea di gioco, conoscendo il materiale umano a disposizione, era improntata sul 3-4-3, trasformabile in 3-4-1-2 o 3-5-2, studiando la migliore posizione per D’Agostino. Non tralasciavo il 4-4-2, impianto tattico che mi ha regalato tante soddisfazioni in passato.

In relazione alla tua dottrina calcistica, hai sempre catechizzato sull’affidabilità degli interpreti giovanissimi schierati obbligatoriamente, dai quali il modulo non può non prescindere.

Ho ingaggiato i migliori under in circolazione. Ho svolto un lavoro coadiuvato dal mio match-analyst, selezionando su tutto il panorama calcistico italiano quelli che avrebbero potuto essere identificati come “under da Taranto”. La crescita di un ragazzo non è immediata, necessita di pazienza e di esperienza da assimilare. Ho selezionato giocatori che avevano già saggiato campionati di un certo spessore in serie D: mi riferisco ai portieri Sposito e Giappone, a Masi che aveva sperimentato un intero torneo nelle fila del Sorrento. Il parco giovani plasmato comprendeva i nuovi Cuccurullo e Marino, così come i riconfermati Ferrara e Pelliccia. De Caro, classe 2000, aveva rivestito il ruolo di capitano della Primavera del Benevento, mentre si diceva un gran bene anche di De Letteriis, un giovane 2001 scuola Torino.

Le insinuazioni circa una tua presunta riluttanza a non concedere provini ai rappresentanti del vivaio rossoblu proliferano tuttora.

Ho assistito ad alcune trasmissioni che ospitavano personaggi propensi a parlare senza cognizione in materia di selezioni giovanili. Un solo ragazzo di Taranto era stato aggregato al ritiro estivo di Polla: Luca Dettoli, un centrocampista centrale mancino classe 2001. Lo ritenevo un elemento di prospettiva. Era uno fra i migliori, eppure non reggeva il ritmo degli allenamenti. Dopo circa una settimana di preparazione, lo stesso ragazzo mi chiamò confessandomi di non ritenersi “da Taranto”: con molta umiltà, mi chiese di andare via. E’ diverso stabilire una continuità agonistica in serie D piuttosto che in una formazione del vivaio. Sposito, per esempio, aveva inanellato 34 presenze nel Campobasso: non è paragonabile alla dimestichezza esclusiva del portiere della Juniores. Io preferisco l’esperienza di colui che è già abituato alle migliaia di presenze alle spalle, alla curva. Un ragazzino rischia di essere pure bruciato. Talento, disinvoltura e competenza si intuiscono subito: tanti giovani da me allenati nel corso della mia carriera sono approdati nel calcio professionistico.

Stefano D’Agostino diventerà il “casus belli” del Taranto e della sua stagione compromessa. In quale posizione tattica avresti dovuto collocarlo?

D’Agostino è stato riconfermato perché parte integrante del mio progetto. Un giocatore che io non conoscevo dal punto di vista umano, ma a livello calcistico: i numeri erano chiari, era un cannoniere da oltre venti marcature. Quando ho optato per D’Agostino, la mia intenzione era quella di provarlo in tre soluzioni. Innanzitutto come esterno nel 4-4-2. Essendo lui un trequartista, ho pensato ad atleti dalle caratteristiche simili che io avevo gestito in carriera, come Partipilo, Pepe, Montinaro, Berardino, Bitetto, Zotti, Aperi, Palazzo, Corvino, Lo Grieco: tutti fortissimi, posizionati da esterni di qualità e col fiuto del gol. Nella stagione precedente, D’Agostino era stato impiegato solo ed esclusivamente davanti alla punta: ho riflettuto quindi sulla seconda opzione, il 3-4-3. L’avrei collocato anche in un 3-5-2 come interno. Ho cercato di lavorare molto sulla fase difensiva, anche non facendo rientrare D’Agostino: ero consapevole che, a livello tecnico, avrebbe potuto garantirmi qualcosa in più negli ultimi trenta metri, ma avrebbe accusato difficoltà a ripiegare e proteggere. L’equilibrio si trova dopo aver lavorato sui concetti, sull’idea di gioco da me inculcata. Sarebbe dovuto accadere dopo tempo, ma in ritiro una squadra avrebbe dovuto già evidenziarlo.

Il primo atto della tua avventura come stratega rossoblu va di scena a Taranto, nel tradizionale raduno allo stadio “Erasmo Iacovone”.

La collaborazione con i rappresentanti del mio staff tecnico è stata costante, gli aggiornamenti sono stati assidui e dettagliati: prima dell’inaugurazione del ritiro, abbiamo stilato e dettato le linee di comportamento valide per la squadra. Coadiuvato dal mio preparatore atletico Riccardo Liso, ho inviato a tutti i giocatori, attraverso un apposito “gruppo” creato su Whatsapp, un piccolo programma, utile affinché gli stessi atleti potessero presentarsi in forma, per affrontare un discorso motorio efficiente ad incominciare gradatamente la preparazione, astenendosi dalle doppie sedute nelle prime fasi di allenamento. Quando sono arrivato a Taranto, ho avuto la “sorpresa”: D’Agostino ed Oggiano avevano problemi di pubalgia, e questo non mi è stato mai comunicato. In quei giorni, entrambi non si sono allenati regolarmente: spogliarsi ed effettuare soltanto stretching o un giro di campo non significa mettersi a disposizione della squadra. Durante la settimana trascorsa nel capoluogo ionico, ho illustrato subito le mie idee: una compagine realizzata “ex novo” per l’inserimento di tanti elementi ha necessità di lavorare parecchio e con metodo preciso. In tutta questa fase primigenia fondamentale, non ho avuto a disposizione né D’Agostino, né Oggiano.

Insidie inattese che non possono non aver influito sui ragionamenti tattici insiti nel tuo progetto.

Alcuni giocatori riconfermati mi confidarono di aver accusato simili problemi fisici nel corso della stagione precedente: ho dovuto tenerli d’occhio, concedendo lo svolgimento di esercizi differenziati. Se fossi stato messo al corrente di tale situazione complicata ed anomala, soprattutto nel periodo della costruzione dell’organico, avrei assunto decisioni diverse. Mi spiego: non aver potuto disporre al massimo della condizione fisica sia di D’Agostino (per molto tempo), sia di Oggiano (per la prima parte della preparazione), due calciatori di qualità che interpretano la fase difensiva soffrendo, mi ha impedito di comporre le “coppie” davanti. Nell’impostazione di un 3-4-3 o di un 4-4-2, avrei dovuto contare almeno su sei elementi: ma io ne ero già privo di due.

Inconvenienti e perplessità che hanno viaggiato inevitabilmente sino a Polla, sede prescelta del ritiro precampionato.

Non ho confutato il mio credo tattico: appena arrivati nella struttura campana, ho operato immediatamente sui due citati sistemi di gioco, in relazione all’impostazione della squadra. Quali sono state le mie difficoltà? Anche a Polla, Oggiano ha iniziato ad allenarsi con la squadra gradualmente, mentre D’Agostino, dopo una prima amichevole, si è fermato a causa di grossi problemi al pube. C’è stata una scelta societaria, quella di inviare il calciatore presso un centro ortopedico top specialistico a Cesena, al fine di recuperarlo nelle migliori condizioni fisico-atletiche. Eravamo consapevoli che D’Agostino avrebbe perso la preparazione nella sua interezza, ed anche qualche altra settimana. La dirigenza e lo staff tecnico sono stati costantemente in contatto con il personale sanitario romagnolo, monitorando la reazione del calciatore ai trattamenti, senza che lo stesso fosse al corrente di tali aggiornamenti. Il responsabile medico rivelò che il ragazzo stesse premendo per ritornare in campo: cosa impossibile. Lo stesso specialista preposto, un luminare nel nostro Paese, ci aveva allertato che D’Agostino si stesse allenando non per “giocare”, ma per “curare la pubalgia”. Al suo rientro, non sarebbe stato pronto per disputare una partita: sarebbe stato fondamentale gestirne minuti e prestazioni gradatamente. A dire il vero, il giocatore aspirava a tornare in ritiro già dopo due settimane di fisioterapia, perché pensava che il problema fosse risolvibile in tempi brevi, ma il responsabile sanitario aveva annunciato un protocollo di un mese; successivamente, si sarebbe capito se il recupero fosse stato totale. Emergevano i primi dissidi fra la società ed il calciatore.

Simbiosi di teoria e pratica, disciplina e sperimentazione, ricerca e conoscenza reciproca: la tua didattica è stata incessante, durante le due settimane spese in terra campana.

Ho dovuto concentrarmi sugli elementi a disposizione, rintracciando due soluzioni. Non essendo provvisto di un trequartista, quindi non avendo un altro giocatore di qualità con le stesse caratteristiche di D’Agostino, ho deciso di sospendere momentaneamente la mia prima idea del 3-4-3, in quanto anche Oggiano, esterno di fascia che avrebbe potuto sfruttare la sua capacità di entrare fra le linee e ricevere palla, non mi offriva garanzie nel tridente davanti. Ho optato per il 3-5-2 con l’inserimento di un centrocampista in più. Ho sempre tutelato il mio progetto tecnico originario, rinunciando ad eventuali occasioni di mercato. Dopo le amichevoli pre campionato, avrei avuto la possibilità di ingaggiare qualche giocatore importante, eppure ho rinunciato ad ulteriori negoziazioni coadiuvato dal presidente Giove: ho inizialmente scelto di proteggere la figura di D’Agostino, confidando nel suo recupero fisico.

Nicola Ragno osserva canoni precisi per l’architettura del reparto offensivo delle sue squadre: l’emergente Ouattara è stato affiancato a tre punte di ruolo.

Tre punte di categoria ed una scommessa: Ouattara. Quando è arrivato, è stato studiato, non ingaggiato per segnalazione. Adamzaki possedeva doti che non coincidevano con l’esperienza tale da puntare su lui almeno inizialmente. L’obiettivo era farlo crescere, cercare di offrirgli la possibilità di inserimento in squadra man mano che fossimo andati avanti nel percorso di entrambe le competizioni. Gli avevo consigliato un po’ di pazienza, perché il suo momento sarebbe arrivato: Ouattara ha accettato di accomodarsi in tribuna, ha ripagato la mia fiducia siglando un gol contro il Cerignola nel debutto in Coppa Italia. Le esibizioni di un attaccante classe ’98 sarebbero state propedeutiche al traguardo obbligatorio del Taranto, ovvero quello della promozione in serie C.

Lettura della partita, messaggi tattici e processi mnemonici: il tuo è sempre stato un chiaro decisionismo concettuale.

Quando ho in mente un sistema tattico, considero le “giocate memorizzate”. In un modulo si rispettano gli equilibri, che constano dell’interpretazione di entrambe le fasi, difensiva ed offensiva. Negli ultimi trenta metri, esistono meccanismi razionalizzati in base al modulo stesso. Nell’organizzazione della zona nevralgica, le caratteristiche degli interpreti sono diverse, qualora si dovesse optare per una soluzione con due centrocampisti di posizione non avvezzi all’inserimento, oppure predisporre di due interni ed un trequartista. Durante la settimana, ho sempre lavorato sui particolari. Ho dovuto adeguarmi ai giocatori a disposizione. Indipendentemente dal sistema tattico, il mio obiettivo era quello di far esprimere nel migliore dei modi tutta la qualità della squadra: ho cautelato D’Agostino, l’ho aspettato perché credevo in lui. Come giocatore non si discute, in condizioni fisiche ottimali, ma come uomo meno. Nel leggere alcune dichiarazioni che Stefano D’Agostino ha rilasciato durante le settimane successive al mio esonero, ho avvertito una sensazione di ostilità nei miei confronti. Ha rafforzato i miei pensieri ed i miei sospetti sulla figura di allenatore che sarebbe potuto subentrare al mio posto.

In una recente intervista, Fabio Oggiano ha recriminato di non essere stato “considerato” durante la tua gestione. Cosa ne pensi?

Nel corso della preparazione di ogni partita, valuto tutti i miei giocatori come possibili titolari. Non consegno mai le undici maglie in anticipo, anzi: divulgo la formazione un’ora e mezza prima che si scenda in campo, al fine di tenere tutti sul pezzo. Forse Oggiano non ha capito nulla. Ha collezionato poche presenze con me alla guida del Taranto perché, nell’equilibrio di squadra, è sempre stato riluttante ad interpretare la fase difensiva. Chi non si applica e non garantisce queste caratteristiche, in automatico con me non gioca.

L’inaugurazione del cammino agonistico del Taranto coincide con la sfida ad eliminazione diretta contro il Team Altamura, valida per la Coppa Italia di categoria.

E’ un Taranto alle prime armi, che non gioca benissimo però supera il turno. Per due anni di seguito, ho disputato le semifinali nazionali della Coppa Italia, una competizione da onorare: contro la compagine murgiana, era basilare vincere per ottenere la qualificazione, perché la manovra sarebbe stata perfezionata in corso d’opera, con l’inanellarsi di tutte le partite. Considerati vari fattori, tra i quali un calendario avaro di amichevoli durante il precampionato, non sarebbe stata allarmante valutare una prestazione semplice ma redditizia contro l’Altamura. Corsi e ricorsi della storia che rimandano alle vicissitudini di un anno prima, quando Michele Cazzarò venne sollevato dall’incarico nonostante la vittoria ai calci di rigore contro il Nardò proprio in Coppa Italia, al termine di una esibizione non impeccabile sotto il profilo del gioco. Era il mio destino: ho ricevuto critiche sin dal primo giorno. Probabilmente, qualcuno voleva che io non iniziassi il campionato. Se fosse accaduto, avrei potuto stracciare il contratto e liberare il mio posto.

Sei stato acclamato come “homo novus” per le aspirazioni del calcio ionico, eppure l’atmosfera che ha permeato la vigilia del tuo esordio in campionato è apparsa immediatamente sibillina.

Ricordo le prime polemiche, persino esasperate, che hanno accompagnato la settimana lavorativa mia e della squadra, antecedente il debutto casalingo contro il Brindisi. Ho notato molti fraintendimenti e visioni deformate da parte della stampa locale: avrei intuito successivamente come molti giornalisti a Taranto agissero quasi “sotto dettatura”, fatta eccezione per pochi professionisti carismatici nel raccontare la realtà, senza pregiudizi. Il sabato di vigilia successe qualcosa di anomalo, ulteriore conferma del clima ambiguo: sul sito notiziariocalcio.com apparve un articolo che mi definiva già in “bilico” qualora non avessi vinto col Brindisi. Fu pubblicato alle ore 22.00, firmato da una giornalista che non esisteva: non si sapeva chi potesse esserne stato l’autore. Posso solo immaginare. Sono ancora in corso le mie indagini legali. Il Taranto perse la partita, ma occorre un’analisi a livello tattico: annoverammo tante occasioni da rete. Il Brindisi ci colse impreparati al 90°, un errore che abbiamo pagato caro. Avremmo meritato di vincere, invece uscimmo fra i fischi: non mi era mai capitato di debuttare con una sconfitta inspiegabile.

Nessun alibi, solo abnegazione nel lavoro e missione per il riscatto.

Non mi è mai importato delle critiche, preferisco confidare nella compattezza della squadra. Dopo il primo risultato negativo, l’ho tastata, non smarrendo l’onda dell’ottimismo: abbiamo espugnato un campo difficilissimo come quello di Casarano, disputando una grande gara in inferiorità numerica. La compagine salentina, allestita per vincere, era al suo esordio in campionato ed era accolta da una cornice numerosa di pubblico. Ed abbiamo replicato il successo in casa, regalando al nostro pubblico una quaterna di reti contro il Nardò. Il manto erboso dello stadio Iacovone era diventato precario: una squadra tecnica ha bisogno di “giocare a calcio”. Invece abbiamo operato in condizioni pessime, peregrinando per le strutture della provincia ionica disponibili ad ospitare i nostri allenamenti. Ho lavorato a Castellaneta, macinando venti chilometri ogni giorno col gruppo, dividendo le nostre esigenze con le mansioni della compagine locale. Esistevano tempi da rispettare, spesso nemmeno consoni alle nostre esercitazioni: massimo un’ora ed un quarto di fruizione del campo, ristrettezze che altri non hanno sperimentato. Ricordo inoltre che un sabato mattina sono stato costretto ad amministrare la seduta di rifinitura su un porzione limitatissima, un quarto di terreno: non era stato ancora ripristinato il sintetico del Campo B. Una situazione che una città con obiettivi importanti come Taranto non avrebbe dovuto permettere. Sono stati fattori per me penalizzanti, ma furono etichettati allora come “scuse”.

Il calendario non conosce soste ed indugi, la sequenza prevede appuntamenti insidiosi: il rendimento del tuo Taranto non è quello auspicato.

Dopo il meritato successo esterno contro il Grumentum Val D’Agri, arriva un secondo esito sfavorevole fra le mura amiche, contro il Sorrento. La disamina della partita è severa: la mia squadra colpisce tre pali e nel finale è castigata da un clamoroso fallo di mano sul gol dei costieri. Tante le proteste per una sfida che, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe terminata a reti inviolate. Affronto l’ostica trasferta di Foggia in condizioni paradossali, privo di Guaita infortunato e con Allegrini non in perfette condizioni fisiche, schierato ma costretto ad abbandonare il rettangolo di gioco dopo un quarto d’ora. Nel corso della partita contro i satanelli pretendenti alla promozione, ho letteralmente inventato la difesa: Luigi Manzo fu espulso nell’intervallo e venne sostituito da Matute, adattato d’emergenza nella retroguardia a tre. Annoveravo di ruolo solo De Caro e Benvenga, il quale stava sostituendo Guaita sull’esterno destro di centrocampo. Ho scelto di inserire Oggiano al posto di Allegrini, invece di Pelliccia, privilegiando un atteggiamento offensivo: nonostante l’inferiorità numerica, il mio obiettivo era quello di conquistare l’intera posta in palio. Disputiamo ugualmente una gara coraggiosa in dieci uomini, incassando addirittura un gol nel recupero, al 95°, a dieci secondi dal fischio finale: su Tortori era in marcatura Matute, il quale commette un errore dopo una grandissima gara di sacrificio. Non posso rimproverargli nulla. Il reparto arretrato è sperimentale anche in occasione del match interno con l’Altamura: Benvenga è il centrale difensivo over, schiero De Caro (’00) e De Letteriis (’01). Valutazioni riduttive, concediamo qualcosa all’avversario ma vinciamo. Sono uscito fra i fischi.

Risultati altalenanti al cospetto di una classifica tutta da decifrare nei suoi piani alti. Non è rispettato alcun senso dell’attesa, le posizioni di vertice sarebbero state ampiamente recuperabili: l’ineluttabilità del Fato si manifesta a Bitonto.

Durante il mio periodo di inattività, ho seguito molte partite del Bitonto e posso affermare con sincerità che noi del Taranto abbiamo impartito una lezione di calcio nei primi 30’ della gara contro la capolista neroverde. Anche lì, quel pizzico di fortuna non mi ha accompagnato. Conoscendo il potenziale offensivo del Bitonto, avrei dovuto schierare giocatori di ruolo ed esperienza: due settimane prima, era stato arruolato Vincenzo Russo per colmare le assenze forzate in difesa. L’avevo inserito negli ultimi venti minuti contro l’Altamura, perché non aveva svolto una preparazione intera, ma l’ho rischiato contro i neroverdi. Il primo tempo è stato amministrato con disinvoltura da parte nostra: l’unico errore commesso da un singolo (Benvenga) ha innescato però il vantaggio dei padroni di casa. Urgeva recuperare. Sono entrate in campo “forze fresche” che avrebbero dovuto garantirmi il salto di qualità: forse tali non erano. Non mi hanno dato nulla: un atteggiamento che forse avrebbe potuto rappresentare una sorta di “vantaggio” per loro. La partita è stata disputata sabato, domenica ho avuto un colloquio telefonico col presidente: mi disse che avevo perso un po’ di “serenità”, dote che io non ho mai smarrito. Dalla mia parte, avevo l’esperienza di anni precedenti a tratti complicati, ma non possedevo gli stessi interpreti. Durante un campionato, in circostanze negative, i giocatori si concentrano per reagire, aldilà della figura dell’allenatore. Cercano una soluzione per aiutare il mister, per compensare la stima e l’opera profuse nei confronti del gruppo. Ho sempre creduto nella metafora della famiglia: mi sorge il dubbio che tre-quattro calciatori abbiano guardato solo ai propri interessi. Così termina la mia avventura a Taranto.

Un epilogo drammatico, inaspettato, affrettato. La “cultura del progetto” è stata rinnegata.

Sono rimasto male, perché il mio esonero è stato annunciato senza un colloquio visivo, formale. La notizia mi è pervenuta lunedì. Il mio rapporto con il presidente Massimo Giove è stato sempre improntato sulla lealtà. Il consiglio che gli avevo offerto era quello di ascoltare me, di non farsi influenzare da personaggi che non operano nell’interesse del Taranto. Temo che sia stato condizionato da insinuazioni esterne e destabilizzanti. Penso che la sua non sia stata una decisione spontanea. Al posto suo, non avrei mai sollevato dall’incarico un allenatore in cui credo, al quale ho affidato un progetto preciso e lungimirante. Reputo Giove una grande persona però, a livello emotivo, ha peccato d’inesperienza: sono convinto, però, che le prova affrontata quest’anno sarà propedeutica per una positiva gestione futura. Si rischia di compromettere una programmazione seria ed intrigante, quanto di buono pianificato sino ad momento cruciale. Non si può ottenere tutto e subito: non penso si possano concedere otto giornate all’allenatore, per poi decretare il fallimento del progetto tecnico. Oltretutto, il dirigente di un club deve conoscere la storia del tecnico prescelto. Nella mia carriera, ho riscontrato difficoltà nella fase embrionale del torneo a Nardò e poi ho fatto bene, anche alla guida del Bisceglie ho dovuto rimediare al distacco in classifica e poi ho vinto il campionato. Idem a Monopoli. Solo a Potenza sono partito con sette vittorie consecutive. Con i meccanismi oliati, ho inanellato spesso tanti successi di fila. A Taranto non mi è stato concesso il tempo giusto per studiare, correggere, rodare il sistema, dialogare senza filtri per stimolare la sinergia del gruppo.

Se tu potessi tornare indietro nel tempo, cosa non rifaresti a Taranto?

Avrei meditato in modo differente sull’inserimento in organico di tre-quattro giocatori. Avrei compiuto una scelta fra D’Agostino e Genchi: calciatori indiscutibili sotto l’aspetto tecnico, ma con personalità forti, di cui una annullava l’altra, condizionando lo spogliatoio. Esisteva una certa ostilità fra loro, quasi non si parlavano o non si guardavano in faccia. Conoscevo Genchi ed avrei saputo come gestirlo, non mi avrebbe mai tradito, invece D’Agostino… Ho pagato anche questa situazione: ambedue gli atleti hanno trasferito i loro contrasti e le negatività sul rettangolo di gioco. Si percepiva una certa destabilizzazione emotiva metabolizzata da Genchi: le occasioni da rete vanificate clamorosamente contro Brindisi e Sorrento erano emblematiche di una sorta di sua inquietudine psicologica. In una situazione normale, un attaccante del suo calibro non avrebbe mai fallito. Hanno sprecato energie nervose in un rapporto conflittuale e nocivo. Avrei meritato che D’Agostino mi dimostrasse lealtà morale, in virtù della tutela che io avevo profuso nei suoi confronti. In occasione di ogni mia rinnovata avventura calcistica, è quasi un dogma per me discutere a cuore aperto con tutti i ragazzi, predicando di sposare il “progetto della società”, nel caso specifico del Taranto, non quello “personale”. Ho vinto allenando gruppi simili a quello strutturato in riva allo Ionio, ma erano sempre composti da “uomini”, scevri da ogni individualismo sportivo. Ho amministrato atleti che avevano disputato categorie superiori, eppure si sono accomodati in panchina o in tribuna, accettando una concorrenza intelligente per un ruolo, propedeutica alla missione della vittoria. Devo ammettere che alcuni elementi condannavano le esclusioni. Non mi sarei mai aspettato, però, il tradimento da parte di qualcuno (vedi il secondo tempo di Bitonto).

Sembra che un sottile senso di caducità abbia sempre coinvolto la tua figura: dall’ironia sul “doppio lavoro” alle “accuse” di pendolarismo.

Quando si firma un contratto lavorativo, si deve assicurare la presenza nelle migliori condizioni. Un viaggio quotidiano da Bari a Taranto non avrebbe mai condizionato il mio rendimento: i percorsi da me effettuati verso Potenza o verso Nardò erano decisamente più lunghi, ma non hanno influito sui traguardi agonistici delle compagini di appartenenza. In base alla mia esperienza, preferisco non vivere la quotidianità: meglio estraniarsi dalle voci, dai commenti non consoni ascoltati sul posto. Ho agito da professionista. Ero assolutamente tranquillo. Semmai, non ho trovato una disponibilità totale da parte di qualche figura all’interno della società, protagonista di atti destabilizzanti ed enigmatici.

La tua erudizione calcistica, poi, è stata fraintesa e rivisitata con sottile sarcasmo col trascorrere delle settimane. Però un atteggiamento diametralmente opposto è stato offerto da parte della stampa locale nei confronti del tuo successore Luigi Panarelli.

Nel corso dei miei mesi a Taranto, ho verificato una metamorfosi nello stile di parecchi esponenti del mondo dell’informazione: interpretazioni errate delle mie dichiarazioni rilasciate pubblicamente durante le conferenze, alterazioni delle analisi delle prestazioni e dei concetti tecnici da me illustrati. Panarelli si è accomodato in panchina, sostituendo due colleghi sollevati dall’incarico in altrettante stagioni consecutive: si deve nutrire rispetto per il predecessore. Non è corretto ed educato che un allenatore subentrato concentri i meriti di una vittoria sul suo metodo, mentre colpevolizzi la squadra in caso di sconfitta, puntando l’indice verso una presunta costruzione lacunosa gestita dal tecnico che l’ha preceduto. In molti articoli, ho notato un comportamento diverso nella valutazione delle prestazioni ed anche dei risultati. Vorrei chiedere: perché dopo quattro sconfitte su otto gare concessemi, io sono stato bersagliato di critiche, mentre il personaggio che mi ha sostituito ha beneficiato di una sorta di immunità, pur inanellando cinque sconfitte di fila, compresa l’eliminazione in Coppa Italia? Anche in queste occasioni, i giornalisti scrivevano sotto dettatura di qualcuno?

Nonostante la missione interrotta prematuramente, nonostante il sogno infranto, Nicola Ragno cosa ricorderà di Taranto?

Innanzitutto, il rapporto con la famiglia del presidente Massimo Giove. Sono stato accolto benissimo, si era instaurato un legame speciale, sia dal punto di vista lavorativo che emotivo, sempre caratterizzato da un confronto sincero, dalla stima reciproca, dalle confidenze e dalla convivialità. Non posso rimproverare nulla, solo tributi e ringraziamenti per il massimo dirigente ionico ed i suoi familiari. E non dimenticherò la passione della piazza: seppur per soli tre mesi, ha rappresentato per me un onore accomodarmi sulla panchina rossoblu. Ricorderò gli applausi, l’ardore dell’accoglienza, la magia del debutto in notturna ad agosto nello stadio Iacovone: ho goduto di tutti quei momenti sul campo, perché operare in una struttura simile rappresenta un privilegio. I tifosi tarantini ed i rappresentanti della Curva Nord mi scrivono messaggi privati e mi telefonano ancora: persiste il loro senso di incredulità per la mia avventura spezzata in modo precoce, non riescono a spiegarlo. Il mio rammarico è di non aver potuto dimostrare il mio valore come allenatore. Non mi è stato creato il contesto ideale per lavorare bene come si dovrebbe: spero che un domani il calcio mi offra una rinnovata possibilità in riva allo Ionio. Ho raccontato il mio percorso con uno stile realistico, a tratti anche duro, ma trasparente: non mi è mai capitato, in altre piazze, di sperimentare tutte le anomalie che sono accadute quest’anno, un sentore determinante per l’interruzione prematura del progetto che mi era stato affidato. Qualche giocatore potrà anche tentare di smentirmi, ma la mia visione è questa. Spero di aver dipanato tutti i dubbi. Rivolgo un affettuoso “in bocca al lupo” alla città ionica, che merita palcoscenici calcistici decisamente superiori, per storia e blasone. Il mio rimpianto è non aver ammirato lo Iacovone stracolmo. Ad maiora, Taranto.

Su esplicita richiesta dell’intervistato, si diffida chiunque intenda pubblicare e riprodurre (su altre testate giornalistiche o blog), o divulgare (tramite social network) l’articolo, in parte o nella sua interezza.

Tags: Interviste
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