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Casartigiani Puglia contro la chiusura estiva della linea Bari–Taranto: “Scelta dannosa per turismo e imprese”

Porto di Taranto, Casartigiani: «I dragaggi sono importanti, ma non diventino l’alibi»

L’associazione rilancia il tema della competitività dello scalo ionico: «Servono traffici, servizi e una strategia industriale e commerciale. Chiediamo dati, cronoprogrammi e obiettivi verificabili»

Dragaggi sì, ma senza trasformarli nell’unica chiave di lettura del futuro del Porto di Taranto. È questa la posizione espressa da Casartigiani, che torna a sollecitare un confronto sul ruolo dello scalo ionico, concentrando l’attenzione non soltanto sull’infrastruttura, ma soprattutto sulla sua capacità di generare traffici, servizi, lavoro e ricadute economiche sul territorio.

L’associazione ricorda di occuparsi da oltre dieci anni delle principali questioni legate al porto tarantino, dal futuro del terminal container alla competitività dello scalo, fino alle conseguenze sull’autotrasporto e sull’intero indotto. Da qui la disponibilità a confrontarsi con l’Autorità di Sistema Portuale, con il concessionario e con tutti i soggetti istituzionali ed economici interessati.

La domanda posta dal coordinatore di Casartigiani Puglia, Stefano Castronuovo, e dal rappresentante degli autotrasportatori di Casartigiani Taranto, Giacinto Fallone, riguarda soprattutto il progetto complessivo: dopo gli investimenti già realizzati e quelli programmati, quale strategia industriale e commerciale si intende mettere in campo per rendere il Porto di Taranto realmente competitivo nel Mediterraneo?

Dieci anni di attenzione sul porto

Casartigiani rivendica una posizione mantenuta nel tempo, al di là delle polemiche delle ultime settimane.

Già nel 2014, durante la crisi legata a TCT-Evergreen, l’associazione aveva evidenziato le ripercussioni della perdita dei traffici sull’autotrasporto e sull’intero sistema economico collegato allo scalo, chiedendo indicazioni chiare sul futuro del porto.

Nel 2020, con l’arrivo di Yilport e la prospettiva della ripartenza del terminal container, Casartigiani accolse positivamente il nuovo investimento, ribadendo però la necessità di mantenere alta l’attenzione sulla gestione del terminal e sulle condizioni indispensabili per trasformare le infrastrutture in traffici e occupazione.

Più recentemente, nel 2025, dopo l’uscita di CMA CGM, l’associazione è tornata a porre l’accento sui problemi legati ai traffici, ai servizi, all’autotrasporto e alla capacità dello scalo di produrre ricadute economiche concrete sul territorio.

«In quella occasione indicammo anche una strada – ricorda Castronuovo –: transhipment, logistica di valore, servizi integrati e maggiore coinvolgimento del sistema produttivo locale».

Il nodo dei dragaggi

Il tema dei fondali resta comunque centrale.

Casartigiani considera infatti l’approfondimento fino a 16,5 metri un investimento strategico, in grado di ampliare le possibilità operative del terminal e potenzialmente favorire l’attrazione di grandi portacontainer e traffici internazionali.

Il punto, però, secondo l’associazione, è evitare che i dragaggi diventino la spiegazione utilizzata per ogni difficoltà dello scalo.

Il terminal container di Taranto dispone già oggi, viene evidenziato, di fondali indicativamente compresi tra 13,5 e 14,5 metri, di circa 1.800 metri di banchina, di un’area di circa un milione di metri quadrati e di collegamenti ferroviari diretti.

Il confronto con altri porti dimostra, secondo Casartigiani, che la profondità dei fondali rappresenta un fattore importante, ma non esaurisce gli elementi attraverso i quali si misura la competitività di uno scalo.

Gioia Tauro, con fondali che arrivano a circa 18 metri, costituisce un riferimento per il grande transhipment e per la movimentazione delle mega-portacontainer. Ma la capacità di attrarre traffici dipende anche da un insieme più ampio di condizioni.

Costi, tempi e servizi

Una compagnia di navigazione, sottolinea Casartigiani, valuta infatti diversi elementi prima di scegliere uno scalo: costi, produttività, tempi delle operazioni, affidabilità, servizi disponibili, collegamenti ferroviari e stradali, disponibilità dei carichi e convenienza commerciale complessiva.

È proprio su questi aspetti che l’associazione chiede di aprire una discussione basata su dati concreti.

«Quanto costa utilizzare il Porto di Taranto rispetto agli scali concorrenti? – domanda Fallone – Quali sono i costi terminalistici? Quali servizi vengono offerti alle compagnie e all’autotrasporto? Quali sono i tempi operativi? Qual è la strategia commerciale per attrarre nuove linee? Quali traffici sono concretamente previsti nei prossimi anni?».

E ancora: quali navi e quali traffici oggi Taranto non può acquisire a causa degli attuali fondali e quali, invece, potrebbero già essere gestiti attraverso le infrastrutture disponibili?

Sono interrogativi che Casartigiani definisce costruttivi e finalizzati a spostare il confronto dagli annunci ai risultati.

Dal potenziale ai traffici

Il ragionamento dell’associazione parte da una distinzione precisa: avere infrastrutture adeguate rappresenta una condizione necessaria, ma non necessariamente sufficiente per garantire la competitività.

Un porto è realmente competitivo quando risulta conveniente per una compagnia di navigazione, per un operatore logistico e per un’impresa. Questo significa poter contare non soltanto su fondali adeguati, ma anche su costi competitivi, servizi efficienti, tempi certi e una strategia commerciale capace di intercettare nuovi traffici.

In questa prospettiva, il Porto di Taranto dovrebbe quindi puntare contemporaneamente sull’adeguamento infrastrutturale e sulla costruzione di un’offerta commerciale in grado di valorizzare ciò che lo scalo già possiede.

«Servono dati e obiettivi verificabili»

La posizione di Casartigiani viene sintetizzata nelle parole conclusive di Castronuovo e Fallone: «Taranto deve quindi competere sui fondali, ma anche sui costi, sui servizi, sui tempi, sull’efficienza e sulla capacità di attrarre traffici».

L’associazione prende dunque le distanze dalla ricerca di responsabilità attraverso polemiche e contrapposizioni e chiede invece un confronto fondato su elementi misurabili.

«Non siamo interessati alla ricerca di responsabilità attraverso polemiche sterili. Chiediamo invece dati, cronoprogrammi e obiettivi verificabili».

Il futuro del Porto di Taranto, secondo Casartigiani, passa quindi dalla capacità di trasformare gli investimenti infrastrutturali in una strategia industriale e commerciale concreta. I dragaggi rappresentano una parte importante di questo percorso, ma la vera sfida resta quella di tradurre il potenziale dello scalo in traffici, servizi, competitività e occupazione per il territorio ionico.

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