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Taranto: cinismo, classe e cattiveria. La squadra di Ragno prende forma

Buona la seconda verrebbe da dire.  
Il Taranto dopo la grande vittoria nello scontro diretto di Casarano toglie ogni dubbio maltrattando il Nardò, che comunque fino all’espulsione di Danucci non ha sfigurato. 
Orfano del bomber Genchi appiedato per un turno dal giudice sportivo, Ragno si affida al recuperato D’Agostino in un 3-5-1-1 in cui Favetta torna ad essere il fulcro del gioco centrale dei rossoblu, compito che ha svolto sovente durante la scorsa stagione.  
Il primo tempo è bloccato con il Nardò che, come prevedibile, si schiera completamente dietro la linea del pallone mentre il Taranto, da par suo, cerca di scardinare la retroguardia neretina con una manovra “in salsa catalana”, attuando un tiki taka di guardiolana memoria che possa stancare gli avversari. Il risultato è un gioco fluido ma sterile e che in qualche circostanza, a causa delle lacune del nostro centrocampo nella fase di palleggio, finisce per agevolare i contropiedi granata.  
L’unica occasione degna di nota si registra quando Galdean con un tiro-cross imbecca Favetta che solo per la sua proverbiale sfortuna non riesce a trovare il gol, facendo tremare il palo alla destra dell’ex Mirarco. 
Nel secondo tempo gli aggiustamenti tattici del tecnico ionico danno i propri frutti ed il Taranto sembra trovare più agevolmente la via del gol.  
Dopo pochi minuti il risultato si sblocca e, neanche a dirlo, la firma è del redivivo capitan D’Agostino che sfrutta le sue doti balistiche realizzando l’ennesimo calcio di punizione che, soprattutto dal limite dell’area, per lui è più semplice di un calcio di rigore.  
Un gran gol accompagnato da una prestazione più che sufficiente, nonostante la scarsa condizione fisica, che offre un doveroso spunto di riflessione.  
E’ chiaro che Ragno, da professore del calcio qual è e con la sua immensa esperienza, non potrà ammettere che l’impiego di D’Agostino possa rappresentare un problema. Eppure il quesito si ripropone, oggi più che mai. L’equilibrio tattico abbinato ai suoi princìpi imporrebbe, in caso di organico a completa disposizione, una sofferta esclusione di uno tra Genchi, Favetta e lo stesso D’Agostino. Una scelta così ardua non può che rappresentare un quasi indistricabile dilemma, almeno per noi profani.  
Secondo il modesto parere di chi scrive privarsi di D’Agostino, soprattutto in questa categoria, è impossibile al di là dell’avversario e di qualsiasi impianto tattico. Un calciatore che riesce a far prevalere la sua classe su ogni cosa: sulle sue pecche fisiche che non gli permettono scatti da centometrista o percussioni fulminee ma anche, come ha sottolineato Ragno in settimana, su qualche mancanza tattica che porta la squadra ad essere leggermente sbilanciata in fase difensiva.  
Pensare che il gol su palla inattiva sia una mera casualità o un colpo di fortuna è impossibile, perchè con D’Agostino in campo un calcio di punizione diventa una soluzione certa e cristallina, non un “colpo della domenica”. Sappiamo bene che in questa categoria almeno i due terzi delle partite che affronteremo sarà una fotocopia del match contro il Nardò, il Taranto attacca e l’avversario è completamente chiuso in difesa preferendo un punticino senza troppi rischi, “pìcche, maledètte e sùbbete” si dice dalle nostre parti.  
E’ proprio in queste circostanze che D’Agostino diventa un fattore devastante per gli avversari che molto probabilmente, essendo tartassati per novanta minuti, concederanno almeno un calcio di punizione negli ultimi venticinque metri. Lì dove “D’Ago” è una sentenza e potrà sbloccare il risultato, proprio come contro il Nardò. 
Su Genchi c’è poco da discutere, è il perno della squadra sul quale si è basato il mercato estivo oltre ad essere la prima scelta offensiva della squadra. Impossibile togliere un uomo capace di segnare cinquanta gol in due anni, inammissibile privarsi di un calciatore che mai come quest’anno sente di avere un debito con la città e, a volte troppo bruscamente, mette l’anima in campo.  
A Ciro Favetta invece abbiamo già dedicato un mare di elogi sia in occasione della scorsa partita, sia in tante altre circostanze nella passata stagione.  
Probabilmente non conoscendo la sua provenienza penseremmo ad un ultras che scende in campo per aiutare la propria squadra. Dove non arriva tecnicamente, surclassa tutti per voglia, grinta e tanta appartenenza. Ha rinunciato alla Serie C per il suo attaccamento alla maglia e per sbarcare insieme al Taranto in terza serie. Tatticamente poi, fa venire l’acquolina in bocca a qualsiasi allenatore. Corre, torna in difesa, offre un’infinità di sponde ai propri compagni e, nonostante la suddetta sfortuna in zona gol, riesce sempre ad arrivare in doppia cifra. 
Trovare l’equilibrio con questi tre calciatori in attacco forse sarebbe chiedere la luna nel pozzo, ma di sicuro metterebbe a disposizione una potenza di fuoco ineguagliabile. 
A risultato sbloccato ed in superiorità numerica per l’ingenua espulsione di Danucci, il Taranto può dilagare.  
Al raddoppio ci pensa Guaita, silenzioso per tutta la partita, che sfodera un colpo da maestro di punto in bianco con una rasoiata di destro che probabilmente ha accorciato la pochissima erba dell’indecente manto erboso dello “Iacovone”. Quando la condizione fisica non gli permette di “spaccare” le partite fa valere la sua esperienza, che lo porta nel posto giusto, al momento giusto.  
Nel finale, ironia della sorte, lo sciagurato Favetta dopo qualche minuto di eccessiva tensione per il gol che non voleva arrivare, lascia il posto a Croce che con il minimo sforzo raccoglie il massimo risultato.  
Il tre a zero è un’ode al calcio: un’azione degna delle maggiori competizioni mondiali con uno-due, cambi di gioco e verticalizzazioni racchiusi in una decina di passaggi  consecutivi di prima o al massimo a due tocchi, che portano al tap-in vincente del bomber foggiano appena entrato. Una manovra da applausi a scena aperta. 
Nel finale c’è anche spazio per un calcio di rigore, guadagnato proprio da Croce che si vede parare un tiro da buona posizione da Aquaro, modesto difensore ma non di certo portiere di ruolo. Il sig. Rinaldi decreta la massima punizione che Croce, nella perfetta impersonificazione del cinismo e dell’opportunismo messo in campo, non esita ad accaparrarsi. Conclusione debole e non troppo angolata ma si sa, quando le cose girano bene niente può fermarle. Ecco dunque un’incredibile traiettoria del pallone che beffa un Mirarco incolpevole, che non riesce ad evitare il poker rossoblu. 
Definirei infine patetiche le proteste dell’allenatore Foglia Manzillo che in preda all’imbarazzo per il risultato tondo subìto e per la terza sconfitta su tre, ha pensato bene di protestare in sala stampa accusando il Taranto di essere poco sportivo per non essersi “fermato” nei minuti finali. 
Abbiamo affrontato più volte il tecnico partenopeo e sappiamo bene della lucidità e della compostezza che lo contraddistinguono, di certo questa uscita poteva risparmiarsela.  
Questo Taranto piace e lascia ben sperare proprio per la cattiveria di cui si è lamentato Foglia Manzillo, perchè una squadra che punta a vincere questo campionato e nello specifico il difficilissimo girone di quest’anno, necessita di rabbia e cattiveria fuori dal normale. Ha bisogno di non cullarsi sugli allori e di non sentirsi mai arrivata. L’importante è far valere la superiorità dell’organico, giocare con il sangue agli occhi e vincere, non importa in che modo, fino al raggiungimento dell’unico obiettivo stagionale: la promozione.
Gabriele Campa
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