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Taranto, sfuma la promozione: la protesta scaglia contro Loiodice e il resto della squadra

Foto Sophia Bianco

Taranto, il dolore e il dovere di rialzarsi: basta alibi, ma guai a smettere di crederci

Dalla finale persa con il Gladiator ai troppi errori che hanno segnato la stagione: è il tempo delle responsabilità, non delle sentenze definitive. Perché questa città ha già dimostrato di sapersi rialzare da ferite ben più profonde

di Maurizio Mazzarella

L’amarezza è una compagna inevitabile. Lo è dopo una finale persa. Lo è ancora di più quando, dopo mesi di entusiasmo ritrovato, il traguardo sembrava davvero a un passo. Taranto si risveglia più povera di certezze, con addosso il peso di una sconfitta che fa male e che lascia una lunga scia di tristezza.

Ma sarebbe un errore raccontarla soltanto come una fatalità.

La finale contro il Gladiator non è stata persa per un dettaglio tattico o per una genialità altrui. È stata persa soprattutto per errori individuali, ingenuità, disattenzioni, episodi gestiti male nei momenti decisivi. Gli stessi limiti che, in fondo, erano già emersi nella finale di Coppa contro il Bisceglie. Due appuntamenti cruciali, due occasioni mancate, due sconfitte che hanno avuto come comune denominatore l’incapacità di gestire la pressione nei momenti che contano davvero.

Sarebbe ingeneroso cancellare tutto ciò che di buono è stato fatto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato nascondersi dietro le attenuanti. Nel corso della stagione sono state compiute scelte discutibili. Alcune si sono rivelate corrette, altre no. La dirigenza, l’area tecnica e lo spogliatoio devono avere l’onestà di guardarsi negli occhi e riconoscere gli errori.

Senza però dimenticare il contesto.

Questo Taranto è nato in ritardo, in una situazione di emergenza, cercando di ricostruire quasi dalle macerie. Ha dovuto rincorrere il tempo perduto, allestire una squadra in tempi strettissimi e muoversi in un rapporto non sempre idilliaco con i vertici della Lega Nazionale Dilettanti. Nulla che possa trasformarsi in un alibi, ma elementi che aiutano a comprendere il percorso compiuto e il valore di una stagione che, pur senza il lieto fine sperato, ha riportato entusiasmo attorno ai colori rossoblù.

Anche il caso Loiodice merita una riflessione seria. Era l’uomo chiamato a fare la differenza, il simbolo tecnico e caratteriale di una squadra costruita per vincere. Eppure, troppo spesso, attorno a lui si sono alimentate tensioni, polemiche, prese di posizione e giudizi affrettati. Invece di proteggerlo nei momenti difficili, una parte dell’ambiente ha preferito trasformarlo nel bersaglio di turno. Un atteggiamento che raramente aiuta chi è chiamato ad assumersi le maggiori responsabilità.

In questo contesto si inserisce inevitabilmente anche il tema Kings League. Al di là delle legittime aspirazioni personali e professionali di ciascuno, il continuo rincorrersi di voci, indiscrezioni e ipotesi sul futuro di Loiodice ha accompagnato la stagione come un rumore di fondo costante. Un elemento che, nei momenti più delicati, ha contribuito ad alimentare dubbi, sospetti e divisioni. Per il bene di tutti, quella vicenda dovrà essere affrontata con chiarezza e chiusa definitivamente: se il Taranto vuole ripartire davvero, non può permettersi zone grigie né questioni lasciate in sospeso. Servono trasparenza, scelte nette e una linea condivisa, perché nessun progetto ambizioso può crescere mentre continua a convivere con interrogativi irrisolti.

C’è poi il capitolo più doloroso: quello della violenza.

Va contestata senza esitazioni. Non esistono giustificazioni possibili. Chi ha sbagliato dovrà risponderne davanti agli organi competenti, ai quali spetta il compito di valutare fatti e responsabilità e decidere le opportune sanzioni.

Nel frattempo, però, paga un’intera tifoseria. Le decisioni del Giudice Sportivo finiscono inevitabilmente per colpire anche migliaia di persone che hanno sostenuto il Taranto con correttezza, sacrificando tempo, denaro e passione. Ed è giusto continuare a credere che esista una Taranto diversa. Anzi, è la Taranto prevalente: quella delle famiglie, dei bambini, dei tifosi che soffrono e gioiscono senza mai oltrepassare il confine della civiltà.

Altrettanto stucchevole è assistere all’improvvisa comparsa di un’orda di moralizzatori che, soltanto nel corso della finale, si è improvvisamente ricordata dei colori rossoblù. Persone assenti per mesi, silenziose durante il cammino, che oggi pretendono di distribuire patenti di appartenenza e lezioni su ciò che è giusto o sbagliato. Il Taranto si segue sempre. Quando ci sono i riflettori e quando restano soltanto i neon spenti di categorie che questa piazza non merita.

La società, dal canto suo, ha il diritto di decidere chi accreditare e secondo quali criteri. È il padrone del vapore e detta le regole. Ma proprio per questo ha anche il dovere di tornare a parlare. Adesso più che mai. Serve chiarezza. Serve una linea. Serve assumersi la responsabilità di spiegare il presente e indicare il futuro.

La prima operazione da compiere è blindare lo spogliatoio. Troppi gli spifferi usciti durante la stagione, troppe le indiscrezioni trasformate in verità assolute, troppi i pettegolezzi che hanno finito per alimentare soltanto caos, sospetti e tensioni inutili. Una squadra che vuole vincere ha bisogno di proteggere il proprio interno e di evitare che ogni voce diventi argomento di scontro pubblico.

Sarà determinante anche il supporto delle istituzioni. Il rilancio del Taranto non può essere lasciato esclusivamente sulle spalle della società o della tifoseria. Tutti devono fare la propria parte: il mondo imprenditoriale, le istituzioni, chi ricopre ruoli di responsabilità e chi ha a cuore il futuro sportivo della città. Solo se questi fattori procederanno nella stessa direzione sarà possibile sperare in una ripresa più rapida.

Perché una verità va detta senza timori: lasciare queste categorie non può essere considerato un sogno. Un sogno è qualcosa di straordinario, quasi irraggiungibile. Per Taranto, invece, tornare dove la storia e il blasone impongono di stare deve rappresentare un obiettivo concreto. Restare qui, al contrario, è la realtà triste da abbandonare il prima possibile.

Fa male. Fa malissimo.

Ma questa città ha saputo reagire a contesti infinitamente più duri. Ha conosciuto fallimenti, umiliazioni, promesse tradite e ripartenze improvvise. Eppure si è sempre rialzata.

Il Taranto oggi è ferito. Non è finito.

E forse la differenza tra chi ama davvero questi colori e chi li frequenta soltanto quando conviene sta tutta qui: continuare a crederci anche quando il rumore degli applausi lascia spazio soltanto al silenzio del dolore. Perché sostenere il Taranto non significa esserci soltanto nel giorno della festa. Significa restare anche quando tutto sembra crollare. È nei momenti più difficili che si misura la fedeltà di una piazza. Ed è da qui, dal dolore di oggi e dalla capacità di trasformarlo in consapevolezza, che dovrà nascere il domani rossoblù.

Tags: Taranto
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