Una risposta di popolo, pacifica, determinata e carica di significato. Taranto è scesa in strada sabato 17 ottobre 2026 per chiedere un futuro libero dall’inquinamento industriale e ribadire con forza la necessità di superare il modello produttivo dell’ex Ilva. La manifestazione, intitolata “Taranto torna a vivere”, promossa dalla rete civica Onda del Futuro e sostenuta da realtà come l’associazione Genitori Tarantini e il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, ha richiamato migliaia di persone.
Una mobilitazione che, nel ricordo di Massimo Battista, ha riunito cittadini, studenti, commercianti e lavoratori attorno a una richiesta condivisa: mettere al centro la salute, la dignità e il diritto della comunità ionica a decidere del proprio futuro.
Dalle croci dei Tamburi al cuore della città
Il corteo è partito intorno alle 17.15 da piazzale Democrate, nel quartiere Tamburi, per attraversare le strade cittadine e raggiungere piazza Immacolata. Una lunga partecipazione collettiva, accompagnata da slogan e testimonianze, si è svolta in un clima di serenità e compostezza.
L’immagine più forte è stata quella delle croci portate in testa alla manifestazione, con i nomi di padri, mariti e figli scomparsi. Un simbolo doloroso, che ha dato voce alle famiglie segnate dalle conseguenze dell’inquinamento e alla memoria di una comunità che da decenni convive con le ricadute sanitarie e ambientali della presenza siderurgica.
La protesta non si è limitata a una contestazione dell’attuale situazione industriale: ha rappresentato anche la richiesta di riconoscimento per chi ritiene di aver pagato un prezzo troppo alto in termini di salute e qualità della vita.
«La salute non si baratta con il lavoro»
Il messaggio lanciato dai manifestanti è stato netto: non può esistere una contrapposizione permanente tra il diritto alla salute e quello al lavoro. Per i promotori e i partecipanti, la continuità produttiva non può essere considerata l’unica strada possibile per tutelare l’occupazione e l’economia del territorio.
La richiesta è quella di una riconversione economica profonda, capace di superare la dipendenza dal siderurgico senza abbandonare i lavoratori e le loro famiglie. Al centro della proposta avanzata dalla piazza c’è la chiusura definitiva della fabbrica, accompagnata da un piano di bonifica delle aree contaminate e dall’impiego dei lavoratori del siderurgico e dell’indotto nelle attività di risanamento ambientale.
Un percorso che, secondo le istanze espresse durante la mobilitazione, dovrebbe essere sostenuto da garanzie occupazionali e salariali adeguate, affinché la transizione non si traduca in una nuova emergenza sociale.
La richiesta, dunque, non è quella di lasciare senza prospettive migliaia di persone, ma di costruire un modello economico alternativo nel quale la tutela della salute e la dignità del lavoro possano procedere insieme.
Il confronto con le istituzioni
La manifestazione ha evidenziato anche la distanza tra le richieste dei promotori e la posizione espressa dal sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che aveva annunciato la propria assenza e ribadito una linea favorevole alla continuità produttiva, esprimendo contrarietà allo smantellamento immediato del polo industriale.
Una posizione contestata dai manifestanti, che considerano incompatibile con la tutela della salute la prosecuzione delle attività dell’area a caldo nelle condizioni attuali.
Il confronto resta quindi aperto su uno dei temi più delicati per il futuro della città: individuare una prospettiva capace di affrontare l’emergenza ambientale senza ignorare le conseguenze economiche e occupazionali di una trasformazione radicale.
La mobilitazione ha dato visibilità a una parte della comunità che chiede una svolta definitiva, mentre il dibattito istituzionale continua a confrontarsi con la complessità della transizione industriale.
L’attesa per la Cassazione del 20 ottobre
La manifestazione si è svolta a pochi giorni da un appuntamento giudiziario considerato particolarmente importante per il futuro dello stabilimento. Per il 20 ottobre è infatti attesa un’udienza della Corte di Cassazione relativa alla vicenda dell’area a caldo dell’acciaieria.
L’avvicinarsi di questa scadenza ha contribuito a rafforzare il significato della mobilitazione, trasformando le strade di Taranto in uno spazio di partecipazione e di pressione civile.
Per i manifestanti, il futuro della città non può essere separato dalle questioni ambientali e sanitarie che accompagnano da decenni la presenza dell’industria siderurgica. La richiesta è quella di una decisione capace di aprire una prospettiva diversa, fondata sul risanamento, sulla prevenzione e su nuove opportunità economiche.
Taranto chiede di riappropriarsi del proprio futuro
Il corteo “Taranto torna a vivere” ha riportato al centro dell’attenzione una questione che attraversa da generazioni la vita della città: come garantire occupazione e sviluppo senza sacrificare la salute dei cittadini.
Le migliaia di persone scese in strada hanno espresso una posizione chiara, chiedendo la chiusura dell’ex Ilva e una riconversione che metta al primo posto le bonifiche, la tutela dei lavoratori e la costruzione di alternative produttive.
Nel ricordo delle vittime dell’inquinamento e di Massimo Battista, la manifestazione ha rappresentato un momento di partecipazione collettiva e di rivendicazione civile.
Taranto chiede di non essere più costretta a scegliere tra lavoro e salute. La sfida, adesso, è trasformare le richieste della piazza in un percorso concreto, capace di dare risposte alla comunità, tutelare chi lavora e restituire alla città una prospettiva di futuro.















