di Maurizio Mazzarella
Le parole del patron del Taranto Calcio, Vito Ladisa, arrivano nel giorno di Ferragosto e hanno il tono di un messaggio destinato a far discutere. Non sono parole neutrali, né cercano il consenso facile. Mettono al centro una questione che Taranto porta sulle proprie spalle da decenni: quanto ancora può durare un modello industriale che ha garantito occupazione e ricchezza, ma che ha prodotto anche un prezzo altissimo sul piano ambientale e sanitario?
Ladisa sceglie una posizione netta: «Ex Ilva va chiusa». Una frase destinata inevitabilmente a dividere, soprattutto in una città nella quale migliaia di famiglie hanno avuto, direttamente o indirettamente, un rapporto con quella fabbrica. Ma il senso più profondo del suo intervento non sembra essere semplicemente quello di invocare una chiusura. È, piuttosto, la richiesta di superare una logica nella quale il destino di Taranto viene fatto coincidere esclusivamente con quello dell’acciaieria.
È questo il punto sul quale il messaggio merita una riflessione.
Per decenni Taranto è stata raccontata attraverso una contrapposizione quasi obbligata: lavoro contro ambiente, occupazione contro salute, industria contro territorio. Un aut-aut che ha finito per diventare una gabbia culturale prima ancora che economica. Eppure una città non dovrebbe essere costretta a scegliere tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute.
Il problema, semmai, è capire come costruire concretamente l’alternativa.
Ladisa parla di portualità, logistica, agroindustria, blue economy, turismo, industria pulita e grandi eventi. Settori diversi, ma accomunati da un’unica idea: Taranto non può affidare il proprio futuro a un solo comparto.
È una prospettiva condivisibile, ma proprio per questo richiede di essere trasformata dalle parole ai fatti. Diversificare non significa semplicemente elencare nuovi settori economici. Significa investire in infrastrutture, formazione, ricerca, collegamenti, imprese, competenze e capacità amministrativa. Significa creare le condizioni affinché un lavoratore proveniente dalla grande industria possa trovare una reale opportunità in un’economia diversa, senza essere costretto a scegliere tra disoccupazione ed emigrazione.
Ed è qui che il messaggio del presidente rossoblù assume una responsabilità ulteriore.
Ladisa ricorda di guidare un gruppo che dà lavoro a oltre 5.000 persone tra occupazione diretta e indotto. Al di là delle appartenenze e delle valutazioni personali, il ragionamento parte dunque da una concezione imprenditoriale precisa: il lavoro non è un concetto astratto, ma una responsabilità quotidiana nei confronti delle famiglie.
Per questo appare particolarmente significativo il suo rifiuto sia della difesa a oltranza di un modello industriale considerato ormai superato, sia dell’assistenzialismo come unica risposta ai problemi della città.
Taranto, probabilmente, ha davvero bisogno di uscire da entrambe le logiche.
Non può essere soltanto la città dell’acciaio. Ma non può neppure diventare la città delle promesse, dei finanziamenti straordinari e delle grandi occasioni annunciate senza una strategia industriale ed economica capace di durare nel tempo.
I Giochi del Mediterraneo, in questo senso, possono rappresentare un’opportunità importante. Ma un grande evento, da solo, non cambia il destino di una città. Può generare visibilità, infrastrutture, turismo e indotto. La vera sfida sarà trasformare quella visibilità in una piattaforma permanente di sviluppo.
Lo stesso vale per il porto, per la posizione geografica di Taranto nel Mediterraneo, per il patrimonio storico e culturale, per il mare e per le competenze di migliaia di lavoratori.
Il capitale esiste. La domanda è se Taranto saprà metterlo a sistema.
La frase forse più forte del messaggio di Ladisa è quella che invita la città a «scegliere di vivere, non di sopravvivere». È una formula efficace perché sposta il dibattito dal passato al futuro.
Ma vivere significa anche non lasciare indietro nessuno.
Se davvero l’obiettivo è superare il modello dell’ex Ilva, allora la politica, le istituzioni, il mondo imprenditoriale e le parti sociali dovranno confrontarsi sulla domanda più difficile: che cosa viene dopo?
Non basta dire che l’acciaio appartiene al passato. Bisogna spiegare quale economia arriverà dopo, quali investimenti saranno necessari, quanti posti di lavoro potranno essere creati, quali competenze serviranno e quali tempi saranno necessari per accompagnare una trasformazione di questa portata.
Perché chiudere una fabbrica può essere una decisione. Costruire un’economia alternativa è un progetto.
E Taranto, più che di slogan, ha bisogno proprio di questo: un progetto.
Il messaggio di Vito Ladisa ha dunque il merito di riaprire una discussione che non dovrebbe essere affrontata attraverso tifoserie contrapposte. Non si tratta di scegliere tra industria e ambiente, tra lavoro e salute, tra passato e futuro.
Si tratta di avere finalmente il coraggio di immaginare un modello nel quale lavoro, salute, ambiente e sviluppo possano convivere.
È una sfida enorme. Forse la più grande che Taranto abbia davanti.
E proprio per questo non può essere rimandata ancora.














