TARANTO – «Prima che entrasse in crisi la fabbrica, era già entrata in crisi Taranto». È questo il punto di partenza dell’analisi di Confartigianato Imprese Taranto sulla situazione dell’ex Ilva e sulle prospettive economiche del territorio. Il segretario generale Fabio Paolillo invita ad affrontare il tema senza limitarsi alla sola emergenza occupazionale dello stabilimento siderurgico e del suo indotto.
«Si ripete che bisogna evitare una bomba sociale a Taranto. Migliaia di lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto vivono nell’incertezza: non possiamo ignorarlo», sottolinea Confartigianato. Ma, secondo l’associazione, la crisi sociale ed economica del territorio ha radici precedenti alla fase più recente della crisi siderurgica.
Una crisi iniziata prima dell’ex Ilva
Confartigianato richiama alcuni dati relativi agli ultimi decenni. Tra il 1991 e il 2001 Taranto avrebbe perso oltre 14 mila residenti. Nel 2007 lo stabilimento contava oltre 13 mila dipendenti e una capacità produttiva di 10 milioni di tonnellate, mentre nel 2011 la produzione superava ancora gli 8 milioni.
«Eppure, tra il 2008 e il 2010 la provincia perse quasi 13 mila occupati», evidenzia l’associazione, sottolineando come la presenza di una grande fabbrica non abbia impedito al territorio di perdere popolazione e posti di lavoro.
Secondo Confartigianato, negli anni la crisi ha coinvolto anche il tessuto delle piccole imprese. «Fuori dai cancelli chiudevano artigiani e piccole imprese e con loro perdevano il lavoro dipendenti e collaboratori. Crisi disperse e meno visibili. Anche quella era una bomba sociale. Solo che esplodeva lentamente: una saracinesca, una bottega, un’impresa alla volta».
«Non esistono lavoratori di serie B»
L’associazione parla di una «ipocrisia collettiva» nel modo in cui sono state percepite le diverse crisi occupazionali.
«Abbiamo chiamato emergenza ciò che esplodeva insieme e quasi normalità ciò che distruggeva lavoro un pezzo alla volta. Non erano e non sono lavoratori di serie B. Erano famiglie, redditi, competenze».
Tra i settori citati c’è anche quello dell’autotrasporto legato allo stabilimento siderurgico, composto da piccole imprese che, secondo Confartigianato, hanno subito nel tempo le conseguenze delle trasformazioni organizzative e della riduzione dei traffici e delle commesse.
«Un sistema di piccole imprese costruito in decenni di lavoro pagò scelte organizzative decise altrove e subite dal territorio. Poi il calo di traffici e commesse fece il resto: imprese ridimensionate o chiuse, posti di lavoro scomparsi».
«La crisi dell’ex Ilva non coincide con la crisi della città»
Per Confartigianato, tutelare i lavoratori e le loro famiglie resta necessario, ma il problema di fondo è rappresentato dalla dipendenza dell’economia locale dalla siderurgia.
«Il problema non è stato tutelare lavoratori e famiglie. È stato lasciare che il futuro economico di un intero territorio dipendesse così tanto dalla siderurgia».
Da qui la considerazione secondo cui la soluzione della vertenza ex Ilva non sarebbe sufficiente, da sola, a risolvere le difficoltà economiche di Taranto.
«Proprio perché Taranto era già fragile quando la fabbrica era forte, risolvere la vertenza ex Ilva non significa risolvere la crisi della città».
Il futuro della siderurgia
Confartigianato richiama quindi gli anni trascorsi dall’inizio della fase più delicata della vertenza. «Dal 2012 sono trascorsi quattordici anni. Avevamo il tempo per prepararci. Non lo abbiamo fatto».
L’associazione riconosce che risorse e programmi non sono mancati, ma sostiene che non sia stata costruita una sufficiente diversificazione economica in grado di accompagnare un eventuale ridimensionamento del comparto siderurgico.
Alla luce dell’intenzione del Governo di mantenere una produzione di acciaio a Taranto attraverso la prospettiva di forni elettrici alimentati a DRI, Confartigianato chiede che la città affronti apertamente la questione.
«La siderurgia deve continuare ad avere un ruolo nel suo futuro? E, se sì, quale, di quali dimensioni e a quali condizioni?».
«Prima risanamento e bonifiche»
La posizione dell’associazione viene quindi sintetizzata in una linea che non prevede un sì o un no pregiudiziale alla siderurgia.
«Prima vengono risanamento e bonifiche. Non daremo un sì o un no in bianco alla siderurgia: valuteremo progetto, dimensioni, tecnologie, impatti e occupazione».
Secondo Confartigianato, un eventuale nuovo modello siderurgico dovrebbe partire dalla tutela del territorio. «Se una nuova siderurgia dovrà esserci, dovrà partire dalla tutela della città: impianti il più possibile lontani dal centro abitato e scelte orientate a ridurre al minimo gli impatti. La fabbrica dovrà essere compatibile con la città, non la città con la fabbrica».
Un punto, però, viene considerato irrinunciabile: «Il futuro economico di Taranto non dovrà più dipendere dalla fabbrica».
Bonifiche, lavoro e diversificazione
L’associazione chiede inoltre di chiarire quanto e quale acciaio produrre, con quali fonti energetiche, dove collocare gli impianti, quali impatti potrebbero esserci su salute e ambiente, quali produzioni a valle sviluppare e quanti lavoratori sarebbero necessari.
Parallelamente, secondo Confartigianato, Taranto deve costruire nuovo lavoro già nella fase di transizione. «Dalle bonifiche si può partire subito: trasformare il risanamento in cantieri, commesse e lavoro, coinvolgendo le imprese locali qualificate».
Per accompagnare il ritorno al lavoro, l’associazione propone inoltre strumenti pubblici destinati alla formazione e all’inserimento nelle micro e piccole imprese che assumono.
Porto, blue economy, turismo, artigianato, cantieristica e servizi sono indicati come gli altri possibili pilastri di un’economia più diversificata. «Non possono restare parole. Ogni progetto indichi investimenti, attuatore, tempi e occupazione credibile. Altrimenti è un titolo da convegno».
«Taranto deve decidere quale sarà il proprio futuro»
Confartigianato chiede infine un confronto ampio tra istituzioni, rappresentanze economiche e sindacali, università, professioni, associazioni e cittadini.
«Nessuno parli a nome di tutti, ma ciascuno dica cosa vuole», è l’invito dell’associazione, che propone anche un cronoprogramma pubblico della transizione, con indicazione di interventi, responsabilità, tempi e ricadute occupazionali.
Paolillo richiama quindi le responsabilità accumulate in tre decenni: «Trent’anni di programmazione insufficiente e diversificazione incompiuta non sono una calamità naturale. Sono anche decisioni prese e non prese».
L’associazione invita inoltre a coinvolgere maggiormente giovani, ricercatori, tecnici e imprenditori che non hanno partecipato alle scelte degli ultimi trent’anni.
Il messaggio finale è rivolto alle istituzioni nazionali e regionali: «Poi andiamo a Roma e a Bari. Ma questa volta non con il cappello in mano: andiamoci dopo esserci confrontati, con posizioni chiare e proposte sul tavolo».
E la conclusione guarda direttamente al futuro della città: «Per trent’anni ci siamo chiesti quale sarebbe stato il futuro della fabbrica. Adesso Taranto deve decidere quale sarà il proprio».















