Milioni di tonnellate di acciaio, grandi stabilimenti, investimenti, infrastrutture e migliaia di posti di lavoro. Ma quanta impresa è realmente cresciuta intorno alla grande industria? È la domanda dalla quale parte una riflessione di Confartigianato Taranto sul modello di sviluppo costruito nel territorio ionico negli ultimi sessant’anni.
A porre il tema è Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, che propone di leggere la storia industriale della città non soltanto attraverso la dimensione dei grandi insediamenti, ma anche attraverso la capacità di generare un tessuto produttivo diffuso.
Il dato indicato dall’organizzazione è quello di 5,01 imprese manifatturiere ogni mille abitanti a Taranto. Un numero che, secondo Confartigianato, assume un significato particolare se confrontato con altri territori italiani caratterizzati dalla presenza di grandi poli industriali.
Il confronto con gli altri territori industriali
Nel confronto proposto da Confartigianato, le imprese manifatturiere ogni mille abitanti sono 4,86 a Siracusa, 5,01 a Taranto, 5,58 a Brindisi, 5,94 a Terni, 6,20 a Ravenna e 9,81 a Brescia.
Si tratta, viene sottolineato, di territori differenti per storia, struttura economica e specializzazioni produttive. Il confronto, dunque, non viene presentato come una dimostrazione automatica di un rapporto di causa-effetto, ma come uno strumento per sollevare una questione.
Taranto non presenta il valore più basso tra i territori considerati, ma il dato resta distante da quello di Brescia, dove la presenza manifatturiera per mille abitanti risulta quasi doppia rispetto a quella ionica.
Il quadro indicato da Confartigianato diventa ancora più netto quando l’analisi viene circoscritta alla manifattura artigiana. A Taranto vengono conteggiate 1.253 imprese, pari a 2,29 ogni mille abitanti. Il valore è di 2,87 a Siracusa, 3,19 a Brindisi, 3,75 a Terni, 4,11 a Ravenna e 5,83 a Brescia.
In questa seconda graduatoria Taranto presenta il valore più basso tra i sei territori presi in esame.
La grande industria e l’indotto
La riflessione di Confartigianato non mette in discussione il peso avuto dalla grande industria nella trasformazione economica e sociale di Taranto. Al contrario, parte proprio dalla sua enorme dimensione.
Tra il 1951 e il 1971, secondo i dati richiamati da Paolillo, gli addetti complessivi dei diversi settori di attività della provincia passarono da circa 28 mila a 70 mila. Oltre 25 mila dei nuovi posti di lavoro furono creati nell’industria.
La presenza della grande fabbrica produsse anche un indotto, ma secondo l’analisi di Confartigianato la crescita delle attività economiche esterne ai grandi stabilimenti non fu proporzionata alle dimensioni degli insediamenti industriali.
A questo proposito viene richiamato anche il Quaderno di Storia Economica n. 3 della Banca d’Italia, pubblicato nel giugno 2010 e firmato dall’economista Elio Cerrito. Lo studio, secondo quanto riportato da Paolillo, riconosce gli effetti economici e occupazionali del IV Centro siderurgico di Taranto, evidenziando tuttavia come l’indotto fosse rimasto limitato rispetto alle dimensioni dell’impianto.
Una questione che viene da lontano
Il tema, sottolinea Confartigianato, non sarebbe quindi emerso soltanto negli ultimi anni. Già nel 1973 Italsider costituì un Ufficio sviluppo imprese locali, mentre negli anni successivi la cosiddetta “vertenza Taranto” avrebbe posto l’attenzione anche sui limiti della monocultura industriale.
Da qui la domanda centrale della riflessione: non soltanto quante imprese abbiano lavorato per la grande fabbrica, ma quante siano riuscite a utilizzare competenze e commesse per conquistare nuovi clienti, aprirsi ad altri mercati e raggiungere una maggiore autonomia.
È questo, secondo Paolillo, uno degli elementi che oggi assumono maggiore rilevanza, in una fase nella quale la grande industria attraversa una profonda trasformazione.
La sfida dei nuovi investimenti
La riflessione guarda inevitabilmente al futuro. Taranto è nuovamente al centro di discussioni su investimenti, nuovi gruppi industriali, tecnologie e processi di trasformazione produttiva.
Per Confartigianato, quindi, il parametro per valutare un grande investimento non dovrebbe essere esclusivamente rappresentato dalla quantità di risorse stanziate o dal numero di occupati direttamente coinvolti.
La domanda riguarda anche la capacità di generare una filiera locale solida: quante imprese del territorio potranno lavorare per i nuovi insediamenti? Quante riusciranno a trasformare quelle commesse in competenze, nuovi clienti e nuovi mercati? E soprattutto, quante saranno in grado di diventare progressivamente autonome dalla singola grande industria?
È questa, secondo Paolillo, la differenza tra un sistema economico che dipende dai grandi cancelli industriali e uno capace di costruire una propria struttura produttiva.
Una responsabilità che Confartigianato definisce collettiva
Nella sua analisi, il segretario generale di Confartigianato Taranto evita di attribuire esclusivamente alla grande industria le responsabilità delle difficoltà attuali.
«Sarebbe molto comodo dare tutta la colpa all’Ilva. E sarebbe anche falso», sostiene Paolillo, indicando una responsabilità che definisce collettiva e che coinvolgerebbe, seppure con ruoli differenti, politica, programmazione pubblica, istituzioni economiche, rappresentanze e mondo imprenditoriale.
L’obiettivo, secondo questa lettura, non è soltanto difendere i posti di lavoro esistenti, ma creare le condizioni affinché il territorio possa generare nuovo lavoro e nuove imprese anche quando la grande fabbrica riduce la propria capacità occupazionale.
«Abbiamo difeso il lavoro che c’era. Era giusto farlo. Ma non abbiamo costruito abbastanza il lavoro che sarebbe servito quando quello non ci sarebbe più stato», osserva Paolillo.
«Le filiere non si aspettano. Si costruiscono prima»
È su questo punto che si concentra la proposta di Confartigianato per il futuro industriale di Taranto. Ogni nuovo investimento, secondo Paolillo, dovrebbe essere valutato anche sulla base della sua capacità di produrre effetti sul tessuto imprenditoriale locale.
Non soltanto milioni di euro investiti e occupazione diretta, dunque, ma anche numero e qualità delle imprese coinvolte, capacità di sviluppare nuove filiere, possibilità di conquistare mercati esterni e di ridurre la dipendenza da un unico grande committente.
Il rischio, nella prospettiva delineata da Confartigianato, è quello di cambiare industrie, tecnologie e investitori senza modificare il modello economico di fondo.
La conclusione della riflessione è netta: «Taranto non deve decidere soltanto quali grandi industrie vuole ospitare. Deve decidere quale economia vuole far crescere intorno a loro».
E ancora: «Le filiere non si aspettano. Si costruiscono prima».
Una prospettiva che, secondo Confartigianato Taranto, chiama in causa le scelte industriali dei prossimi anni e la capacità del territorio di trasformare i nuovi investimenti in un’occasione non soltanto per i grandi stabilimenti, ma anche per una nuova generazione di imprese locali.















