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Taranto, tre punti d’oro conquistati tra i fischi

Il Taranto conquista la vittoria e lo fa proprio nel modo che aveva pronosticato mister Ragno alla vigilia del match. Ai rossoblu basta un gol al settimo minuto di Stefano Manzo per annichilire l’Altamura, che fa proseguire la propria crisi nonostante un match propositivo in cui ha  cercato il pareggio fino alla fine.
Bando alle ciance, agli estetismi ed al tanto abusato “bel gioco”, bisognava badare al sodo per restare attaccati alla vetta e così è stato. 
Tre punti in saccoccia e distacco dalla capolista che si accorcia, ma a Taranto questo non basta. 
“Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre” recita un motivo della fine degli anni Sessanta.
I fischi ingenerosi e poco sensati sono lo specchio dell’attuale situazione umorale della piazza, come al solito ricca di contraddizioni. 
Quando la vittoria non arriva è colpa dell’allenatore, a detta di tanti “esperti degli spalti” troppo testardo nelle proprie scelte e nel suo stile di gioco, quando invece si vince è la prestazione a lasciare delusi. 
In un primo momento le prove scadenti, secondo molti, dipendevano dall’assenza di D’Agostino mentre ora gli stessi pensano che il fantasista genovese non debba essere utilizzato così spesso poichè indietro di condizione.
In ogni caso, per motivi non del tutto noti, sono in molti a chiedere la testa dell’attuale tecnico rossoblu che ha lasciato trasparire tutta la sua tensione nella conferenza post partita. 
Un clima così esasperato influisce senza dubbio negativamente sulla prestazione dei calciatori che, bisogna sempre ricordarlo, sono esseri umani e non automi. Pregna di significato è infatti l’esultanza che ha seguito il gol di Manzo, in cui tutta la squadra è andata ad abbracciare Ragno facendo capire di essere uniti al proprio allenatore e di lottare anche per lui. In un clima così avverso al tecnico di Molfetta ed ai calciatori stessi, è naturale che l’atteggiamento seppure incosciamente, sia quello di abbassarsi per non rischiare di subìre il gol, soprattutto con una difesa raffazzonata a causa delle tante assenze. 
Passando al calcio giocato non si può che esaltare la prestazione di Daniele De Letteriis, arrivato in sordina in riva allo Ionio a causa della giovanissima età, ma che sta dimostrando una maturità ed un’intelligenza tattica sopraffine. Ordinato e diligente cerca di giocare senza fronzoli e riesce quasi sempre a bloccare l’avversario con la sua fisicità imponente. Non dispiace neanche con la palla tra i piedi, caratteristica essenziale nel gioco di Ragno, anche se in qualche circostanza eccede con i lanci lunghi che si trasformano puntualmente in una palla persa. Inutile rimarcare la forza dei soliti Matute e Ferrara, il primo un perno inamovibile della formazione rossoblu, il secondo un over travestito da under che in due anni ha solo disputato partite dal sette in su in pagella. Nota di merito per Stefano Manzo, match winner ed autore di un inizio di stagione da top player della categoria. Maturità, agonismo, cattiveria e tanta voglia di stupire i propri tifosi che l’anno scorso l’hanno tacciato di scarsa qualità e personalità, si stanno fondendo alla perfezione con le sue doti innate da leader dello spogliatoio. 
Da rimandare invece l’attacco in toto, unitamente ad uno spento e convalescente Leo Guaita. 
Nello specifico Antonio Croce va assolto, perchè con la sua grande generosità è costretto a macinare tanti chilometri, nonostante la corsa non sia il suo forte. Riesce a regalare tante sponde ai compagni e lascia senza fiato lo “Iacovone” esibendosi in una magnifica rovesciata che fa la barba al palo. Per il resto del match, però, troppo poco incisivo e sul finale evanescente. Su “D’Ago” e Guaita non ci si può e non ci si deve sbilanciare troppo: conosciamo le doti dei due, veri e propri fuoriclasse per la categoria e che non hanno bisogno di presentazioni. Il primo cerca di compensare i suoi problemi fisici giocando esclusivamente di tecnica ed a sprazzi ci riesce egregiamente. L’argentino, invece, sembra un leone in gabbia. Cerca di giocare come sa, ma il suo corpo non risponde e lo si vede con chiarezza. Non riesce a saltare l’uomo, si innervosisce e decide di partecipare solo alla manovra difensiva, tra l’altro con grande efficacia, ma si estranea completamente in fase di possesso. Vederlo così è una sofferenza, soprattutto dopo aver avuto un piccolo antipasto delle sue doti in occasione della “Raffo Cup”, in cui sembrava avere una forma smagliante. 
Affrontare la situazione di Peppe Genchi diventa altresì un argomento delicatissimo e che divide senza dubbio la piazza. L’attaccante barese sembra un lontano parente di quello che estasiò la città bimare tre anni orsono. Ci mette tanta grinta e buona volontà, ma probabilmente risente un po’ dell’avanzare degli anni, risultando poco lucido ed a tratti troppo nervoso. Per un attaccante del suo calibro l’assenza del gol è un fantasma che toglie la serenità e probabilmente ha solo bisogno di sbloccarsi per tornare ai suoi normali standard realizzativi. 
In ogni caso i tre punti sono arrivati ed hanno un peso specifico maggiore rispetto al solito, soprattutto guardando ai risultati delle altre contendenti. 
Il campionato sembra livellato verso il basso e nessuna squadra dà l’impressione di poter recitare il ruolo della lepre. 
Le nostre difficoltà fanno ovviamente scalpore, ma bisogna anche denotare obiettivamente che tutte le squadre più attrezzate non stanno facendo bene, anzi in molti casi hanno raccolto anche meno rispetto al Taranto. Il match di Bitonto arriva in un momento delicato e sarà cruciale, nonostante arrivi solo all’inizio del campionato. 
Siamo ad un bivio, bisogna capire realmente che ruolo può recitare questo Taranto nel resto del campionato e battere in questo momento di difficoltà una diretta concorrente può valere più dei classici tre punti. Guai a parlare di ultima spiaggia, ci mancherebbe, ma una vittoria nella città degli ulivi potrebbe valere un campionato soprattutto dal punto di vista mentale, dando fiducia, consapevolezza e tranquillità ad una squadra che ne ha bisogno come il pane.

Gabriele Campa

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