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Giuseppe Giove, “Iacovone campione semplice. Ricordo quel giorno con mio padre”

Un’altra testimonianza della figura di Iacovone ci giunge dalle parole di Giuseppe Giove, fratello di Massimo, attuale presidente del Taranto:
“Erasmo era un ragazzo molto semplice che non si dava delle arie, era un grande lavoratore che amava il calcio in maniera smisurata; per lui era tutto, insieme ai suoi valori. Io ero ragazzino, avevo diciassette anni, facevo parte della primavera e frequentavo poco lo spogliatoio della prima squadra e quindi non avevo molto modo di stargli vicino. Le sue peculiarità erano l’elevazione e il colpo di testa. La cosa che mi colpiva durante la partitella, quando ci giocavo assieme, era vedere come ogni cross fosse preda del suo micidiale colpo di testa. L’unico giocatore che abbiamo avuto a Taranto poi con certe doti è stato Riganò. Un’altra cosa che mi colpì di Erasmo era il modo in cui correva. A differenza di altri giocatori che trascinavano le gambe, lui le alzava; aveva un modo di correre tutto suo.”
Com’era Iacovone nel rapporto con voi ragazzi più giovani?
Era una persona disponibilissima, che non si vantava mai, un ragazzo umile. All’epoca era normale che ci fosse un distacco fra giocatori della Primavera e quelli della prima squadra. C’erano Romanzini e Spanio, che erano i leader del gruppo. Noi eravamo quasi a disagio con loro, anche se non ce lo facevano pesare. In occasione dell’Under 23 mi sono trovato a giocare con Peppe Savoldi, Selvaggi e altri giocatori che poi giocavano in serie A.
Ricorda cosa stava facendo quando ebbe la notizia della scomparsa di Iacovone?
In quel periodo non ero più nel Taranto, giocavo nello Squinzano, quindi non ero a Taranto. Io ero in contatto con il Presidente del Taranto di allora, Giovanni Fico. Avevamo dei contatti con la famiglia Fico per la nostra attività di carpenteria e quindi ci sentivamo spesso. Venimmo a sapere prima di tutti della scomparsa di Erasmo direttamente dal Presidente. Un altro episodio che ricordo e a cui tengo molto fu il funerale di Erasmo sotto la pioggia, a cui partecipai con mio padre che ogni giorno mi accompagnava agli allenamenti. Mio padre si chiamava Erasmo e dopo 10 giorni dalla scomparsa di Iacovone morì anche lui. Poi ho chiamato mio figlio Erasmo, non solo in ricordo di mio padre ma anche di quel campione che penso ci avrebbe portato in serie A.
Dalla morte di Iacovone il Taranto ha conosciuto nella sua storia più dolori che gioie, con un paio di fallimenti e tanti campionati che non gli competono. Crede che con l’impegno della vostra famiglia questa sorta di maledizione possa essere spezzata? Nel giro di qualche anno riusciremo a vedere il Taranto in B?
Non parlerei di maledizione. Il fatto che dalla morte di Iacovone le cose non sono andate come dovevano andare non è stata una maledizione. Purtroppo i presidenti che si sono succeduti non sono stati mai all’altezza; la piazza è sempre stata esigente, pur non chiedendo nulla di eclatante. Ma dopo la radiazione non è stato facile rialzarsi. Forse gli unici ad essersi impegnati seriamente per il Taranto siamo stati noi, sia sotto la gestione Pieroni che adesso. Posso però dire che ci siamo sempre impegnati per il Taranto facendo le cose per bene.
Ora siamo in vetta alla classifica con l’obiettivo di rimanerci, bisogna continuare a vincere…
Dobbiamo tenere i piedi per terra perché ci sono ancora tante partite con squade che, pur trovandosi magari all’ultimo posto, con noi daranno il massimo. Squadre materasso non esistono e le beffe sono dietro l’angolo. Il Girone H è particolare proprio per questo motivo. Poi ci sono gli altri che vincono sempre all’ultimo ma ognuno deve pensare a se stesso. Per concludere il mio ricordo di Iacovone, ho dormito per due volte in stanza con lui in ritiro. Mister Seghedoni aveva l’abitudine di mettere in stanza i giocatori in base al ruolo; io e Iacovone, che eravamo attaccanti, capitammo dunque insieme e ci soffermammo a scambiare qualche battuta. Era un ragazzo genuino che di lì a poco sarebbe diventato padre e questo la città di Taranto l’aveva capito. Più che i suoi gol, la gente amava di lui la sua spontaneità.
Andrea Loiacono
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