Vi è un vecchio adagio nel calcio che dice che vincere aiuta a vincere e che le vittorie sono come una medicina curativa, contro i più disparati malanni di stagione. Il Taranto, domenica scorsa, ha iniziato ad assaporare questa cura, vincendo in trasferta a Sarno per 3 a 1, iniziando così ad avvertire i suoi primi effetti benefici. Questa medicina, che ha sempre un sapore dolce, ti fa vedere le cose sotto una luce migliore. Ti evidenzia i pregi e ti allontana dalla mente i difetti. Aumenta la tua autostima e migliora i rapporti all’interno del gruppo, e quelli tra squadra e componenti esterne (tifosi, società, stampa). In sintesi ti rafforza e ti aiuta ad abituarti alle vittorie. Ad avere, quella che si dice, una mentalità vincente.
Un aspetto, però, che non bisogna sottovalutare, e che un buon allenatore o addetto ai lavori non fa, è quello di enfatizzare il risultato a prescindere dalla prestazione a 360 gradi. Quasi sull’onda della salvifica medicina di cui abbiamo parlato prima. Sia chiaro: il Taranto, sicuramente, ha meritato di vincere. Ha costruito tante occasioni da rete e ha portato a casa l’intera posta in palio. Ma un’analisi oggettiva della partita non può non tener conto di alcune considerazioni e critiche costruttive. Sicuramente tra Sarnese (età media 20 anni) ed il Taranto c’era e c’è una differenza globale evidentissima. Per esperienza, per caratura tecnica, per la lunghezza della panchina, per uomini in campo. Quindi era lecito aspettarsi (e pretendere) la vittoria.
Il Taranto è piaciuto di meno nell’amministrazione della partita, o meglio nell’aspetto caratteriale nell’arco di tutti i 95 minuti di gioco. Al Taranto, per essere capolista e vincere il campionato, non può bastare la qualità della rosa e della panchina. Ad una squadra vincente serve innanzitutto la forza mentale giusta, quella che ti consente di avere quanto più a lungo possibile il controllo della partita. Quella forza mentale che ti fa limare al massimo gli errori, in modo da non prestare mai il fianco all’avversario. Quell’energia che ti aiuta a non dare al tuo avversario l’occasione di metterti in affanno, o peggio paura.
Andando ad analizzare tutto l’arco della partita, l’amministrazione psicologica del Taranto ha subito un momento di sbandamento nei primi minuti del secondo tempo. Quando la Sarnese ha “messo la partita” su un binario a sè congeniale: la confusione di gioco (non ce ne vogliano gli amici di Sarno, perché qui è vista come un’arma in favore dei campani) che ha mandato facilmente in difficoltà il Taranto. Il pressing alto della Sarnese, qualche cross in area (da cui il rigore), il riconoscimento dei punti deboli del Taranto (settore difensivo destro, difficoltà in mezzo al campo).
La Sarnese ha acquistato di minuto in minuto fiducia, in barba al divario tecnico. Il rigore, generoso, è figlio di questo mancato controllo a 360 gradi del Taranto. Una squadra forte deve crescere su questo aspetto. Non può permettersi di dare entusiasmo all’avversario. Non può concedere nemmeno “dieci minuti di gloria” a quest’ultimo. Deve dettare legge sempre, anche quando si difende. Farlo senza dare l’impressione di cadere, prima o poi. Perchè il pallone è rotondo e non è detto che poi le partite si recuperano. Per fortuna il Taranto ha dalla sua una rosa ampia. E, con franchezza, c’è da dire che qui sì è piaciuto di più, ha dimostrato crescita caratteriale.
Dopo lo sbandamento ha saputo, con maturità, riprendersi la partita in mano. La panchina ha fatto del suo: ci riferiamo sia all’ingresso intelligentissimo di Di Senso che alla lettura corretta della partita del proprio allenatore. L’ingresso dell’ex Altamura ha dato energia caratteriale e tecnica alla squadra. Prima l’espulsione del capitano della Sarnese Langella (sul settore di Di Senso). Poi l’assist per il gol di Favetta (encomiabile il suo apporto). Poi “il là” per il rigore in seguito trasformato da D’Agostino. E infine, tornando al Taranto, una gestione senza più sbavature. Senza più farsi da solo del male. Un Taranto che non ha più dato l’impressione, negativa, di andare ancora in difficoltà. Ha messo la partita in ghiaccio, congelata, assicurata. E, tra gli aspetti positivi, c’è da dire che si è notata, quindi, una doppia crescita rispetto alla partita con il Bitonto: caratteriale (partita vinta, dopo essere stati raggiunti), fisica (il Taranto ha corso senza rifiatare).
La medicina migliore, la vittoria, aiuterà il Taranto ad affrontare domenica il Gragnano allo Iacovone. Aiuterà tutti, nessuno escluso, a mettersi nelle migliori condizioni possibili per esaltare i pregi e limare/mostrare meno i difetti. Aiuterà D’Agostino a trovare la zona migliore di campo per fare male all’avversario. Ad essere più sciolto nelle conclusioni in porta dove, di consueto, non è solito perdonare. Aiuterà Diakitè a prendere in eredità, con determinazione e naturalezza, l’attacco rimasto orfano di Favetta, squalificato a Sarno dalla panchina (a proposito del fattore ambientale).
Vincere aiuta a vincere. Di mezzo vi è la trasferta di domani a Fasano valevole per i 32esimi di Coppa Italia di Serie D. Una vittoria al Vito Curlo, seppur non in campionato, aiuterà a rendere questo antico elisir ancor più saporito.
Paolo Fine













