di Maurizio Corvino
Oggi Taranto si ferma, anche solo per un istante, e lascia che la memoria prenda il sopravvento sul presente. È un giorno che non appartiene soltanto al calendario, ma al cuore collettivo di una città intera. Un giorno in cui il nome di Erasmo Iacovone torna a vibrare come una voce familiare tra i vicoli, le piazze e soprattutto sugli spalti dello stadio che oggi porta il suo nome.
Erasmo non è stato soltanto un calciatore. Per Taranto è stato un’idea, una promessa, un simbolo che ha saputo trasformare il calcio in appartenenza, e l’appartenenza in identità. Ogni suo gol con la maglia rossoblù non era soltanto un’esultanza, ma un piccolo frammento di storia che si incideva nella memoria di chi lo vedeva giocare.
In campo aveva la naturalezza di chi sembra sapere sempre dove arriverà il pallone un attimo prima degli altri. Il suo modo di muoversi non era mai eccessivo, ma efficace, diretto, essenziale. E proprio in quella semplicità si nascondeva la sua grandezza: non cercava il protagonismo, ma il risultato. Non inseguiva la scena, ma il senso del gioco. Eppure, inevitabilmente, finiva sempre per prendersi la scena.
Per chi lo ha visto giocare, Erasmo Iacovone non era soltanto un centravanti: era una certezza. Una di quelle presenze che danno forma alle stagioni, che accendono le domeniche allo stadio e che rendono ogni partita un evento atteso con il battito un po’ più rapido del solito. Il suo legame con Taranto si è costruito così, attraverso i gesti, i gol, e quella sensazione rara di riconoscersi in un atleta come se fosse uno di casa.
E infatti, nel tempo, è diventato proprio questo: uno di casa. Un ragazzo che indossava il rossoblù come se fosse una seconda pelle, portando in campo non solo tecnica e determinazione, ma anche un senso profondo di rispetto verso la maglia e verso chi quella maglia la amava già prima di lui.
Poi la storia ha preso una direzione diversa, improvvisa e crudele, interrompendo un percorso che sembrava destinato a continuare ancora a lungo. Ma ciò che la vita ha spezzato, la memoria ha ricucito. E lo ha fatto nel modo più forte possibile: trasformando un calciatore in un simbolo eterno.
Oggi il suo nome è inciso non solo sulle cronache sportive del passato, ma soprattutto nella quotidianità di una città che non ha mai smesso di raccontarlo. Lo Stadio Erasmo Iacovone non è soltanto un impianto sportivo: è un luogo di identità, dove ogni coro, ogni bandiera, ogni partita richiama anche la sua presenza invisibile ma costante. È come se ogni fischio d’inizio portasse con sé un saluto, e ogni gol segnato tra quelle mura fosse anche un omaggio silenzioso.
Taranto lo ricorda nei racconti dei più anziani, nei ricordi di chi lo ha visto correre sul prato verde, ma anche negli occhi di chi lo ha conosciuto solo attraverso le storie tramandate. Perché i veri simboli non hanno bisogno di essere vissuti direttamente per essere compresi: si trasmettono, passano di generazione in generazione, e restano vivi proprio in questa continuità.
Il suo nome è diventato sinonimo di appartenenza. Dire Erasmo Iacovone significa parlare di una città intera, della sua passione calcistica, delle sue speranze e della sua resilienza. Significa evocare un calcio fatto di emozioni pure, lontano dalle mode e vicino alla gente.
E oggi, nel ricordo che si rinnova, Taranto non celebra soltanto un ex calciatore. Celebra un legame che non si è mai interrotto. Un legame che resiste al tempo, che attraversa le stagioni sportive e le trasformazioni della città, restando sempre lì, saldo, come un filo invisibile che unisce passato e presente.
Erasmo Iacovone continua a vivere così: nei cori, nei racconti, nei ricordi condivisi e in ogni sguardo che si posa sullo stadio che porta il suo nome. Non come un’assenza, ma come una presenza diversa, silenziosa e costante.
Taranto non ti dimentica. Non lo ha mai fatto e non lo farà mai.
Auguri Erasmo.














