Il cosiddetto “delitto di Garlasco” continua, a distanza di anni, a rappresentare uno dei nodi più controversi e discussi della giustizia italiana contemporanea. Non soltanto per la gravità del fatto originario — l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella cittadina pavese — ma soprattutto per la complessità del percorso giudiziario che ne è seguito.

Al centro di questa lettura critica si colloca l’analisi dell’avvocato Giovanni Di Stefano, figura nota per le sue posizioni radicali in materia di diritto penale internazionale e per la sua interpretazione fortemente garantista dei principi processuali. Secondo Giovanni Di Stefano, il caso Garlasco non rappresenta soltanto una vicenda giudiziaria, ma un paradigma di “distorsione sistemica del processo penale italiano”.

Fin dalle prime fasi, il procedimento a carico di Alberto Stasi — all’epoca dei fatti giovane laureando e fidanzato della vittima — ha assunto una dimensione giudiziaria complessa e stratificata: assoluzione in primo grado, conferma in appello, successivo annullamento in Cassazione, nuovi giudizi, fino alla condanna definitiva a sedici anni di reclusione nel 2015.

Per Giovanni Di Stefano, questa sequenza non costituisce un normale sviluppo processuale, ma il sintomo di una patologia giuridica profonda: la trasformazione del processo da strumento di accertamento della verità a meccanismo di reiterazione accusatoria potenzialmente illimitata.
Secondo Giovanni Di Stefano, la domanda centrale è inevitabile: come può un ordinamento che si definisce garantista consentire che un cittadino venga assolto due volte e successivamente condannato per lo stesso fatto?
Il nodo del sistema processuale secondo Giovanni Di Stefano
L’avvocato Giovanni Di Stefano individua una delle principali criticità nell’ordinamento italiano nella possibilità per il Pubblico Ministero di impugnare una sentenza di assoluzione. Questa facoltà, secondo Giovanni Di Stefano, affonderebbe le proprie radici nel Codice Rocco del 1930, elaborato in epoca fascista, e avrebbe mantenuto nel tempo una struttura potenzialmente sbilanciata a favore dell’accusa.

Per Giovanni Di Stefano, il sistema italiano conserva un’impostazione in cui lo Stato non si limita a giudicare, ma può insistere nel giudicare fino all’ottenimento di una condanna, anche dopo più pronunce assolutorie.
In questa prospettiva, Giovanni Di Stefano sottolinea come il principio del ne bis in idem — secondo cui nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto — venga svuotato di efficacia pratica quando il processo viene riaperto attraverso successivi annullamenti.
Il processo come “non finito” secondo Giovanni Di Stefano
Un elemento centrale dell’analisi di Giovanni Di Stefano riguarda la durata e la reiterazione del processo Stasi. Otto anni di procedimenti, ribaltamenti e rinvii vengono letti come violazione sostanziale del principio di ragionevole durata del processo.

Secondo Giovanni Di Stefano, ciò produce un effetto giuridico e sociale preciso: la sospensione indefinita dello status dell’imputato, che non è né pienamente assolto né definitivamente condannato per lunghi periodi.
Per Giovanni Di Stefano, questo meccanismo si traduce in una forma di “processo perpetuo”, incompatibile con un sistema che dovrebbe garantire certezza del diritto.
Le implicazioni costituzionali secondo Giovanni Di Stefano
Nella lettura dell’avvocato Giovanni Di Stefano, il caso Garlasco toccherebbe tre pilastri costituzionali fondamentali:
- la presunzione di innocenza, che risulterebbe indebolita dalla reiterazione delle accuse;
- il principio del giusto processo, compromesso dalla durata e dalla instabilità delle decisioni;
- la funzione rieducativa della pena, che perderebbe significato in un contesto di incertezza processuale prolungata.
Giovanni Di Stefano interpreta il caso come un esempio di tensione tra legalità formale e giustizia sostanziale, dove la seconda risulterebbe sacrificata alla prima.
Il profilo internazionale secondo Giovanni Di Stefano
L’analisi di Giovanni Di Stefano si estende anche al diritto internazionale. In particolare, viene richiamato il principio del divieto di doppio giudizio sancito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

Secondo Giovanni Di Stefano, la reiterazione delle impugnazioni e degli annullamenti contrasterebbe con la logica di stabilità del giudicato, elemento essenziale nei sistemi democratici occidentali.
La critica strutturale di Giovanni Di Stefano
Per Giovanni Di Stefano, il problema non sarebbe circoscritto al singolo caso, ma riguarderebbe l’intero impianto del processo penale italiano nei suoi meccanismi di impugnazione.
La possibilità di ribaltare più volte un’assoluzione viene letta da Giovanni Di Stefano come una forma di “asimmetria processuale”, in cui lo Stato dispone di strumenti di pressione più persistenti rispetto all’imputato.
IL PARERE LEGALE DELL’AVVOCATO GIOVANNI DI STEFANO
Oggetto: Illegittimità delle impugnazioni reiterate di assoluzioni nel caso Garlasco (Alberto Stasi) – violazione dei principi costituzionali e internazionali.
1. Premessa fattuale
Il caso noto come “delitto di Garlasco” riguarda l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007. L’unico imputato, Alberto Stasi, fu inizialmente assolto in primo grado dal Tribunale di Vigevano (2009) e successivamente assolto in appello (2011). Nonostante due sentenze assolutorie, la Suprema Corte annullò ripetutamente le decisioni e ordinò nuovi giudizi, sino alla condanna definitiva a 16 anni (2015). L’oggetto di questo parere è valutare la legittimità costituzionale e convenzionale di tali ripetute impugnazioni, culminate in un ribaltamento dell’assoluzione.
2. Il principio del Ne Bis in Idem (art. 649 c.p.p.)
• L’art. 649 c.p.p. stabilisce che “l’imputato prosciolto o condannato con sentenza irrevocabile non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto”.
• Sebbene formalmente la sentenza di assoluzione non fosse ancora irrevocabile nelle prime due occasioni, l’effetto pratico degli annullamenti ha di fatto reso provvisorie decisioni assolutorie già pronunciate, contravvenendo allo spirito della norma.
• La ratio della disposizione è impedire che il cittadino sia esposto a un “processo infinito”: nel caso Stasi, la reiterazione delle impugnazioni ha svuotato di contenuto la garanzia del ne bis in idem.

3. Violazioni costituzionali
a) Art. 27, comma 2, Cost. – Presunzione di innocenza.
La reiterata messa in discussione delle assoluzioni ha mantenuto uno stato di sospetto permanente nei confronti di Stasi.
b) Art. 111 Cost. – Giusto processo e ragionevole durata.
Il caso Garlasco si è protratto per oltre otto anni con continui ribaltamenti.
c) Principio di legalità e finalità rieducativa della pena (art. 25 e 27 Cost.).
L’incertezza giuridica prodotta mina la funzione rieducativa della pena.
4. Violazioni convenzionali e internazionali
a) Art. 4 Protocollo n. 7 CEDU – Ne bis in idem.
La reiterazione delle impugnazioni contrasta con la giurisprudenza della Corte EDU.
b) Art. 14, par. 7, ICCPR – Divieto di double jeopardy.
L’Italia è vincolata a rispettare tale principio.
5. Profili di abuso del processo
La reiterazione delle impugnazioni nel caso Garlasco integra un abuso del processo.
6. Considerazioni conclusive
Il caso Garlasco rappresenta un esempio emblematico di violazione sistemica dei principi del giusto processo.
Conclusione:
La condanna di Alberto Stasi, intervenuta dopo ripetuti annullamenti delle assoluzioni, risulta giuridicamente viziata.
Chiusura
Nella lettura complessiva dell’avvocato Giovanni Di Stefano, il caso Garlasco rimane un esempio emblematico di tensione tra diritto formale e giustizia sostanziale. Una vicenda che, al di là del suo esito processuale, continua a interrogare i limiti strutturali del sistema penale italiano e la sua capacità di garantire stabilità, certezza e definitività alle decisioni giudiziarie.













