Un messaggio diretto alla città, nel giorno di Ferragosto, per riaprire una discussione che a Taranto continua a dividere politica, istituzioni, mondo del lavoro e società civile. A firmarlo è Vito Ladisa, patron della SS Taranto 2025, che interviene sul futuro dell’ex Ilva e, più in generale, sul modello di sviluppo che dovrebbe accompagnare la città nei prossimi anni.
La posizione espressa da Ladisa è netta: l’ex Ilva deve essere chiusa, ma la chiusura, secondo il presidente, non può in alcun modo coincidere con l’abbandono del territorio e dei lavoratori.
«Taranto non ha bisogno di un moloch che la tiene in ostaggio, ha bisogno di un futuro che sappia costruire da sé», è il punto di partenza del suo intervento.
Per Ladisa, il tema non può essere affrontato esclusivamente attraverso la contrapposizione tra lavoro e salute. «Ex Ilva va chiusa. Non per ideologia, ma per onestà verso una città che per settant’anni ha pagato con la salute dei suoi cittadini un modello industriale che il mondo ha superato», sostiene.
Il presidente invita quindi a non confondere la sopravvivenza dello stabilimento con quella dell’intero territorio.
«Non si può continuare a scambiare la sopravvivenza di un impianto con la sopravvivenza di un territorio: sono due cose diverse, e chi le confonde lo fa perché ha smesso di guardare avanti».
La questione centrale, nella visione proposta da Ladisa, diventa quindi quella della riconversione economica e occupazionale. Chiudere, precisa, non significa abbandonare i lavoratori, ma costruire le condizioni affinché la forza lavoro possa essere ricollocata all’interno di un sistema produttivo più diversificato.
«Significa avere il coraggio — e la responsabilità — di ricollocare quella forza lavoro in un tessuto economico nuovo, diversificato, capace di reggersi su gambe proprie», afferma.
Tra i settori indicati figurano portualità, logistica, agroindustria, blue economy e turismo, insieme a un modello di turismo integrato con un’industria più sostenibile. In questa prospettiva, anche i grandi eventi possono rappresentare un’opportunità concreta.
Ladisa cita in particolare i Giochi del Mediterraneo, ormai prossimi all’inaugurazione: «Non sono un contentino ma un’occasione vera di visibilità e di indotto».
Un passaggio nel quale il presidente richiama anche la propria esperienza imprenditoriale e la responsabilità legata alla creazione di occupazione.
«E lo dico da chi il lavoro lo crea davvero, ogni giorno: guido un gruppo che dà da vivere a oltre 5.000 persone tra diretti oltre all’indotto», scrive Ladisa. «So cosa significa la responsabilità di una busta paga, di una famiglia che dipende da una scelta imprenditoriale».
Da qui la critica tanto a chi difende la permanenza dell’attuale modello industriale esclusivamente in nome dell’occupazione, quanto a chi, secondo Ladisa, considera l’assistenzialismo l’unica possibile risposta alla crisi.
«Per questo non accetto lezioni da chi difende un modello morente in nome dei posti di lavoro, e nemmeno da chi si accontenta dell’assistenzialismo come unica risposta. Taranto merita di più di entrambe le cose».
Nel messaggio trova spazio anche una riflessione sulle potenzialità del territorio. Taranto, sostiene Ladisa, dispone di risorse che possono diventare la base di un nuovo modello di sviluppo: il mare, il porto, la posizione strategica nel Mediterraneo e un importante capitale umano.
«Il futuro si costruisce con investimenti, competenze e visione — non con la paura di perdere ciò che ci sta lentamente uccidendo».
Il presidente invita quindi la città a compiere una scelta di prospettiva, superando la logica della semplice sopravvivenza.
«Taranto si svegli, sì. Ma svegliarsi vuol dire scegliere di vivere, non di sopravvivere».
Un intervento destinato inevitabilmente a riaccendere il dibattito sul futuro dell’ex Ilva e sulle alternative economiche per Taranto, proprio mentre la città si prepara a vivere uno degli appuntamenti internazionali più importanti della propria storia recente.
Ladisa conclude il suo messaggio con un semplice augurio alla città: «Buon Ferragosto».














