Alex Benvenga, per lei si tratta di una sosta prolungata: già prima dell’interruzione, infatti, era ai box per infortunio. Quali sono le sue condizioni attuali, anche in relazione all’emergenza sanitaria?
«Le mie condizioni sono in netto miglioramento, nonostante abbia necessità di ritrovare il prima possibile la miglior forma fisica: inizialmente sembrava un banale infortunio, invece si trattava di una micro frattura al malleolo interno della caviglia sinistra. Purtroppo l’emergenza sanitaria rende difficile allenarsi al meglio, ma al contempo ognuno di noi ha l’obbligo morale di adeguarsi. Trascorro le giornate in casa, uscendo raramente per garantire le esigenze primarie».
In che modo si vive uno spogliatoio a distanza?
«Si tratta di un legame totalmente differente, poiché non è possibile confrontarsi quotidianamente: a livello di gruppo usufruiamo di una chat, aggiornandoci costantemente sulle diverse situazioni. Inoltre, ci vengono assegnate sedute di allenamento da svolgere tra le mura domestiche: nonostante la distanza avverto la giusta sinergia con i miei compagni e ritengo che il nostro sia un gruppo sano».
Secondo lei sussistono le condizioni per completare la stagione?
«Considerando le esigenze di ogni atleta, soprattutto morali ed economiche, il mio auspicio è che, prima o poi, si possa ritornare in campo, ma oggettivamente credo che i campionati siano finiti: la situazione attuale non consente di poter azzardare previsioni e, qualora vi fosse una ripresa, si rischierebbe di giocare nei mesi estivi, compromettendo di riflesso anche l’inizio della prossima stagione».
Al di là del destino del campionato, le 26 giornate disputate impongono una riflessione profonda sul cammino deludente di un Taranto costruito, almeno nelle intenzioni, con lo scopo di primeggiare. Cosa non è andato per il verso giusto?
«Attribuire le colpe di un’annata così deludente a un numero ristretto di persone non sarebbe corretto. Ritengo che qualcosa non abbia funzionato a livello di gruppo, tuttavia servirebbe un mea culpa in ottica generale: ogni campionato ha una storia a sé, ma per trionfare è assolutamente necessario che tutte le componenti remino nella stessa direzione. Il ds Sgrona e mister Ragno, ad esempio, sono stati allontanati, ma sarebbe troppo semplice ritenerli i capri espiatori di questa situazione».
I proclami estivi potrebbero essere stati controproducenti?
«Direi di no: la società, in estate, è riuscita a costruire un gruppo di assoluta qualità, composto da calciatori di livello. I proclami, in un certo senso, erano quasi doverosi, anche perché gli investimenti erano sotto gli occhi di tutti: se si indossa la casacca del Taranto, a maggior ragione in Serie D, lo si fa al solo scopo di vincere il campionato».
Quella del Taranto, però, è stata anche un’annata anomala: fuori casa, ad esempio, il vostro ruolino di marcia è da primato.
«Questo aspetto ci rammarica ulteriormente: avremmo dovuto e potuto fare di più. Mi ritengo una persona estremamente cinica: credo che la fortuna bisogna essere in grado di costruirsela, ma per noi quest’anno ogni errore è stato devastante, soprattutto agli inizi della stagione. Quello commesso da me a Bitonto, ad esempio, ha compromesso una gara fino a quel momento dominata: ci sono mancate continuità e forse un pizzico di personalità necessaria per gestire le pressioni in campo e fuori, tant’è che in trasferta i risultati ci hanno sorriso il più delle volte».
A livello individuale, invece, come reputa la sua stagione?
«Ho sempre cercato di fornire il mio contributo, facendomi trovare pronto quando sono stato chiamato in causa: a livello individuale si tratta di una stagione tutto sommato positiva, ma dispiace tantissimo aver mancato l’obiettivo del primo posto. Ho accettato l’offerta del Taranto per vincere il campionato: non esserci riuscito, così come per i miei compagni, è una ferita aperta».
Il discorso primo posto sembra circoscritto alle sole Bitonto e Foggia: in caso di ripresa, chi riuscirà a trionfare?
«Il Foggia interpreta alla perfezione le caratteristiche richieste per trionfare in un campionato ostico come quello di Serie D, ma personalmente preferisco il gioco espresso dal Bitonto: tra l’altro sono stato alle dipendenze di Taurino nella passata stagione e conosco perfettamente il suo modo di lavorare. Vedo i neroverdi leggermente favoriti nella corsa al titolo, ma in caso di ripresa può realmente accadere di tutto».
Nella sua carriera ha indossato le casacche di diverse squadre pugliesi: quali ricordi conserva delle sue precedenti esperienze?
«Tutto sommato conservo ottimi ricordi, nonostante ritenga particolarmente positivi i sei mesi di Andria della scorsa stagione e la mia prima esperienza a Nardò, risalente all’annata 2016/17: in quel caso, ad esempio, si creò un gruppo coeso, capace di raggiungere i playoff nonostante una falsa partenza. La mia seconda vita a Nardò, invece, mi ha leggermente deluso: fui entusiasta di tornare, ma di quell’ambiente lasciato due anni prima trovai poco e nulla. Ho anche indossato la maglia del Cerignola al loro ritorno in D (stagione 2017/18, ndr): le premesse per disputare un campionato di vertice vi erano tutte, tuttavia a novembre la società decise di rivoluzionare la rosa. Si creò una situazione caotica e qualche settimana più tardi mi legai al Campobasso»
Il futuro è ancora un’incognita, ma qualora le venisse prospettato di giocare ancora a Taranto, lei accetterebbe?
«Assolutamente sì: sono un calciatore che vive di emozioni e Taranto è una piazza straordinaria. Accetterei soprattutto per provare a riscattare la stagione in corso: le contestazioni e i fischi subiti devono trasformarsi in uno stimolo per fare meglio. Lo ripeto: non aver vinto il campionato ha ferito tutti quanti, poiché ognuno di noi in estate si è legato a questi colori pensando a un solo possibile epilogo finale, quello del salto di categoria».
Fonte: Vito Di Noi – Corriere dello Sport













