La Procura di Taranto ha richiesto otto condanne nei confronti degli imputati coinvolti nell’inchiesta sul crac del gruppo «D’Addario», società guidata dall’imprenditore ed ex patron del Taranto calcio, Enzo D’Addario. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno da Alessandra Cannetiello, le accuse principali riguardano bancarotta fraudolenta, con pene che arrivano fino a cinque anni di reclusione per amministratori, membri del Cda, componenti del collegio sindacale e revisori dei conti attivi tra il 2008 e il 2014.
Il fallimento della società «Automarket srl» – precedentemente nota come «D’Addario Auto s.r.l.» – avrebbe generato un buco finanziario di circa 27 milioni di euro, portando il tribunale ionico a dichiararne il fallimento nell’ottobre 2014. La Procura ha chiesto la pena più alta, cinque anni di carcere, per l’ex amministratore unico tra il 2008 e il 2011, difeso dall’avvocato Raffaele Errico. Per gli altri sette imputati, rappresentati tra gli altri dagli avvocati Giovanni Vinci e Carlo Raffo, le pene richieste oscillano tra i tre e i quattro anni, nell’ambito del rito abbreviato. Enzo D’Addario e due altri imputati hanno scelto invece il rito ordinario, mentre due persone hanno optato per il patteggiamento. La società fallita è rappresentata nel procedimento dal curatore fallimentare, assistito dall’avvocato Francesco Fusco.
Secondo quanto riportato da Gazzetta del Mezzogiorno da Alessandra Cannetiello, oltre a D’Addario, altre dodici persone tra familiari e professionisti sono accusate di aver contribuito alla bancarotta. Il pubblico ministero Remo Epifani contesta loro di aver sottratto o occultato beni aziendali – tra cui denaro, immobili e altre attività – trasferendoli a società riconducibili alla famiglia o mediante fatture inesistenti, con l’obiettivo di danneggiare creditori pubblici e privati.
La perizia disposta dal giudice Pompeo Carriere ha evidenziato ulteriori spese personali pagate con i fondi societari, tra cui studi all’Ecole de Genève, la casa vacanze di famiglia a Fata Morgana e le attività agricole della masseria di proprietà della famiglia. L’esperto incaricato ha spiegato che «la famiglia ha creato e gestito queste società in spregio di ogni regola economica e di ogni norma giuridica, arricchendosi a danno di Erario, banche, fornitori, dipendenti e della curatela del fallimento della Automarket s.r.l.». Secondo la perizia, membri della famiglia, amministratori e sei commercialisti hanno commesso reati economico-finanziari e tributari ripetuti, seriali e di rilevante entità.
La prossima udienza sarà dedicata alle arringhe dei difensori degli imputati.














