A quasi quattordici anni dall’inizio della crisi dell’ex Ilva, Confartigianato Imprese Taranto lancia una dura riflessione sul percorso della transizione industriale del territorio, ponendo una serie di interrogativi sul futuro dello stabilimento e sull’assenza di un progetto alternativo capace di accompagnare la trasformazione dell’economia ionica.
Secondo l’associazione, il vero nodo della vicenda non è rappresentato soltanto dalla crisi dell’acciaieria, ma dalla mancata preparazione di un modello di sviluppo che avrebbe dovuto prendere forma nel corso degli ultimi anni.
«Dopo quasi quattordici anni di crisi, commissariamenti, piani industriali e programmi di decarbonizzazione, c’è una domanda che non può più essere rinviata: che fine hanno fatto la transizione e la riconversione industriale di Taranto?», si legge nella nota.
Confartigianato ricorda come già dal 2012, con il sequestro degli impianti e il riconoscimento di Taranto quale area di crisi industriale complessa, fosse evidente che il modello produttivo tradizionale avrebbe potuto non essere più sostenibile sotto il profilo ambientale, giudiziario, finanziario e industriale.
«Abbiamo avuto quasi quattordici anni per prepararci. Abbiamo parlato di transizione, riconversione, decarbonizzazione e diversificazione. Ma se sapevamo che la nave avrebbe potuto trovarsi nella tempesta, come è possibile che oggi scopriamo che non sono state preparate le scialuppe?».
Per l’associazione di categoria, la transizione avrebbe dovuto tradursi in un percorso concreto di modernizzazione dello stabilimento, con la decarbonizzazione degli impianti, il rafforzamento delle produzioni non coinvolte nelle criticità dell’area a caldo, il sostegno all’indotto e una progressiva diversificazione dell’economia locale.
Il bilancio, invece, viene definito deludente.
«Il forno elettrico è ancora lontano, l’area a freddo è sostanzialmente ferma, migliaia di lavoratori hanno conosciuto la cassa integrazione e il sistema produttivo locale si è impoverito», osserva Confartigianato, evidenziando anche le pesanti conseguenze subite dalle imprese dell’artigianato e dal comparto dell’autotrasporto, un tempo strettamente collegato alle attività dello stabilimento siderurgico.
L’associazione richiama inoltre le responsabilità delle diverse gestioni succedutesi negli anni, dai commissari straordinari alla gestione ArcelorMittal fino all’attuale amministrazione straordinaria.
«Quali erano i compiti delle diverse gestioni? Custodire lo stabilimento o anche fare impresa, preservarne il valore industriale e prepararlo al cambiamento?».
Tra le domande poste figura anche quella relativa all’esistenza di un piano alternativo nel caso in cui il ciclo produttivo tradizionale non fosse più stato sostenibile.
«Esisteva un Piano B nel caso in cui una decisione della magistratura, una crisi finanziaria o l’impossibilità di proseguire con il vecchio modello imponessero un cambio radicale? Se esisteva, dov’è? Se non esisteva, perché non è stato predisposto?».
Nel documento viene ricordato come già nel 2013 l’attivista Alessandro Marescotti avesse sollevato pubblicamente il tema dell’assenza di un’alternativa per il futuro dell’Ilva.
«Si poteva essere d’accordo o meno con le sue proposte, ma una cosa va riconosciuta: il problema era stato posto con enorme anticipo».
Confartigianato sottolinea inoltre che non spetta all’associazione entrare nel merito delle vicende giudiziarie, ma osserva come il permanere di criticità ambientali e sanitarie dimostri che gli interventi adottati finora non siano stati sufficienti.
«L’emergenza era prevedibile. È l’alternativa che non è stata preparata», afferma con decisione l’associazione.
Particolare attenzione viene dedicata anche al ridimensionamento dell’area a freddo dello stabilimento, considerata la parte a maggiore valore aggiunto e meno esposta alle problematiche ambientali e giudiziarie rispetto all’area a caldo.
«Se stavamo preparando il cambiamento, perché proprio quelle produzioni non sono state difese e valorizzate? Qual era la strategia? Chi avrebbe dovuto governare realmente la transizione di Taranto?».
Confartigianato punta poi l’attenzione sul ruolo del Just Transition Fund, lo strumento europeo destinato a sostenere la diversificazione economica delle aree interessate dalla transizione energetica.
Secondo l’associazione, il vero interrogativo non riguarda soltanto l’entità delle risorse utilizzate, ma soprattutto i risultati concreti ottenuti.
«L’Europa ha destinato a Taranto risorse straordinarie per rendere il territorio meno dipendente dal siderurgico. Non chiediamo soltanto quanto sia stato speso. Chiediamo cosa sia cambiato. Quanta nuova economia, nuova occupazione e nuove filiere abbiamo costruito?».
Per Confartigianato è difficile accettare che un territorio destinatario di strumenti straordinari per preparare il “dopo acciaio” si trovi ancora oggi privo di un’alternativa solida mentre migliaia di lavoratori continuano a dipendere da uno stabilimento con una produzione fortemente ridotta e dal ricorso alla cassa integrazione.
Nel passaggio conclusivo, l’associazione ribadisce la convinzione che la produzione siderurgica possa ancora rappresentare una risorsa per Taranto, ma solo attraverso un modello profondamente rinnovato.
«Noi continuiamo a credere che a Taranto sia possibile produrre acciaio. Ma un acciaio diverso, in uno stabilimento moderno, decarbonizzato, competitivo e compatibile con la tutela della salute e dell’ambiente».
La conclusione è un appello alla trasparenza e alla responsabilità istituzionale.
«Prima bisogna aprire i cassetti: capire cosa era stato programmato, cosa è stato realizzato e cosa no, quali risultati abbiano prodotto le politiche di riconversione e perché sia mancata una regia complessiva. Dopo quasi quattordici anni, davanti a uno scenario ampiamente prevedibile, Taranto è stata lasciata senza un Piano B. Non cerchiamo un capro espiatorio, ma non accettiamo che tutto venga archiviato come fatalità. Qualcosa non ha funzionato. Forse più di qualcosa. E questa volta Taranto ha il diritto di sapere cosa».














