«Il futuro di Taranto non può più dipendere dal futuro della fabbrica». È il messaggio lanciato da Confartigianato Imprese Taranto, attraverso il segretario generale Fabio Paolillo, mentre torna al centro del dibattito la complessa vicenda dell’ex Ilva e, più in generale, il futuro economico e occupazionale della città.
Il prossimo 9 settembre la Corte d’Appello di Milano discuterà la richiesta di sospensione del provvedimento che dispone la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva. Confartigianato afferma di attendere con rispetto l’esito del procedimento, ma invita contemporaneamente il territorio e le istituzioni a guardare oltre l’emergenza dello stabilimento siderurgico.
«Taranto non può più aspettare»
Secondo l’associazione, la città non può continuare a vivere nella prospettiva di una decisione sul destino dell’ex Ilva. «Non possiamo continuare, anno dopo anno, appesi alla stessa domanda: l’ex Ilva resterà aperta o chiuderà?», sottolinea Paolillo.
Nel frattempo, rileva Confartigianato, migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione, mentre l’indotto si prepara ad affrontare possibili procedure di licenziamento collettivo. Una situazione che rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà dell’economia tarantina dopo la parentesi positiva rappresentata dai Giochi del Mediterraneo.
Per l’associazione occorre prendere atto che, qualunque sarà l’esito della vicenda giudiziaria e industriale, il siderurgico difficilmente potrà tornare ai livelli occupazionali dei decenni passati.
«Non siamo davanti alla solita crisi, in attesa che tutto torni come prima. Quel modello di fabbrica è finito», sostiene Paolillo, secondo il quale bisogna iniziare a costruire concrete opportunità di lavoro anche al di fuori dello stabilimento.
La proposta: una dote per chi trova un nuovo lavoro
Da qui la proposta rivolta al ministro del Lavoro Marina Calderone e al Governo: creare, per un periodo di quattro-cinque anni, una vera e propria dote destinata ai lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto che vengano assunti stabilmente da altre imprese.
«Non proponiamo di trasferire la CIGS», precisa Confartigianato, ma di mettere insieme ammortizzatori sociali, sgravi contributivi, politiche attive e formazione attraverso un incentivo pluriennale destinato direttamente alle imprese che assumono e mantengono il lavoratore.
L’obiettivo è trasformare progressivamente la spesa pubblica necessaria a sostenere un posto di lavoro a rischio in un investimento per crearne uno nuovo. «Il lavoratore passerebbe dalla cassa integrazione allo stipendio, l’impresa troverebbe professionalità», spiega Paolillo.
La sfida, secondo l’associazione, potrebbe riguardare «mille posti, millecinquecento» e dovrebbe partire immediatamente dalla profilazione dei lavoratori, incrociando competenze e qualifiche con le esigenze concrete delle imprese.
Artigianato e piccole imprese come alternativa
Un passaggio centrale della proposta riguarda il ruolo delle piccole imprese, dell’artigianato e del terziario. Secondo Confartigianato, esiste infatti un paradosso: da una parte migliaia di persone sono sospese dal lavoro, dall’altra numerose imprese faticano a trovare personale qualificato e arrivano persino a rinunciare a commesse.
La formazione dovrebbe quindi cambiare impostazione. «Prima individuiamo chi può assumere e cosa cerca, poi costruiamo i percorsi», è la linea indicata da Paolillo.
Officine, laboratori, cantieri e imprese possono diventare luoghi nei quali formare direttamente le professionalità richieste dal mercato. E tra gli stessi lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, secondo Confartigianato, ci sono competenze che, se adeguatamente sostenute, potrebbero trasformarsi anche in nuove attività imprenditoriali.
«Basta con la monocultura industriale»
La posizione dell’associazione guarda anche al modello economico della città. «Per troppo tempo Taranto ha pensato che sviluppo significasse necessariamente grande industria», sostiene Paolillo, indicando nella diversificazione economica una delle chiavi per il futuro.
L’obiettivo è rafforzare quella che viene definita «economia diffusa», capace di produrre impresa e occupazione attraverso una pluralità di settori. In questo senso Confartigianato cita come esempi le economie di Bari e Lecce.
Al tempo stesso viene chiesta maggiore trasparenza sull’utilizzo delle risorse già destinate alla transizione economica. Il Just Transition Fund, così come i programmi PIA e MiniPIA, ha messo in campo risorse importanti, ma secondo Confartigianato occorre conoscere con precisione quali settori verranno sviluppati, quali investimenti saranno effettivamente realizzati, quanti posti di lavoro saranno creati e quali professionalità saranno necessarie.
«Taranto non ha bisogno di un altro elenco di progetti. Ha bisogno di sapere quale economia sta costruendo», sottolinea Paolillo.
Il nodo della decarbonizzazione
Resta naturalmente centrale anche il futuro dello stabilimento siderurgico. Nel caso in cui la fermata dell’area a caldo dovesse essere confermata, secondo Confartigianato sarà necessario chiarire immediatamente quale sarà il destino del progetto di decarbonizzazione.
La domanda riguarda in particolare il possibile forno elettrico a Taranto: tempi, investimenti, capacità produttiva e livelli occupazionali dovranno essere definiti con chiarezza. «Non possiamo uscire dall’incertezza sugli altiforni per entrare in quella sulla decarbonizzazione», sostiene l’associazione.
La bonifica come nuova filiera
C’è poi il capitolo delle immense aree industriali. Qualunque sia il futuro della produzione siderurgica, per Confartigianato una certezza rimane: le aree dovranno essere risanate e bonificate.
La bonifica, però, non viene considerata soltanto come un obbligo ambientale e sanitario. Può diventare, secondo l’associazione, una vera opportunità economica attraverso la creazione di una filiera specializzata nel risanamento industriale e ambientale, nell’economia circolare e nel recupero delle aree.
Una filiera potenzialmente capace di generare nuove imprese e occupazione per molti anni.
«Taranto deve costruire adesso il lavoro di domani»
La transizione, nella visione di Confartigianato, non può quindi limitarsi a una somma di fondi, bandi e progetti separati. Serve una regia capace di collegare lavoratori, professionalità, imprese, investimenti e nuovi insediamenti produttivi.
«Dopo quattordici anni, il problema di Taranto non è più soltanto decidere cosa fare dell’ex Ilva. È decidere cosa vogliamo fare di Taranto», conclude Paolillo.
Il Governo farà le proprie scelte, la magistratura seguirà il proprio percorso e gli investitori assumeranno le proprie decisioni. Ma, secondo Confartigianato, la città non può permettersi di restare ferma in attesa.
«Qualunque cosa accada all’ex Ilva, Taranto deve costruire adesso il lavoro che servirà domani. Non possiamo arrivare alla prossima decisione ancora una volta senza essere pronti».














