“Taranto è oggi circondata da cantieri che rappresentano la speranza concreta di una città diversa, migliore. Eppure ne manca uno, decisivo: il cantiere del primo forno elettrico del siderurgico. Senza quel cantiere, la transizione resta una parola”.
Con queste parole Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, lancia un appello urgente sul futuro dell’ex Ilva, chiedendo l’immediato avvio del percorso di decarbonizzazione dello stabilimento.
Secondo Paolillo, della trasformazione dell’impianto si discute da anni, tra piani, accordi e atti parlamentari, ma manca ancora l’elemento essenziale: l’apertura concreta del cantiere.
“Se si fosse partiti per tempo, oggi vedremmo già il primo EAF in costruzione”, sottolinea.
Il riferimento è al forno elettrico ad arco (EAF), considerato da Confartigianato la soluzione più realistica per traghettare Taranto verso un modello produttivo più sostenibile.
Il Governo, evidenzia Paolillo, è impegnato in una complessa trattativa con operatori internazionali, ma alla città continuano a mancare certezze su tempi, condizioni e impegni industriali.
Per questo, secondo Confartigianato, serve una regia pubblica forte, capace di assumersi la responsabilità delle scelte strategiche.
Come esempio concreto viene indicato il caso di Port Talbot, la più grande acciaieria britannica.
Nel Regno Unito si è deciso di chiudere i due altoforni, superare il ciclo integrale e avviare subito un forno elettrico da circa 3 milioni di tonnellate annue, alimentato da rottame e sostenuto dalla rete elettrica, senza ricorrere a rigassificatori o nuove grandi infrastrutture per il gas.
Un modello già finanziato, in fase di realizzazione e sostenuto da un chiaro cofinanziamento pubblico-privato.
Sul piano tecnico, Confartigianato evidenzia come un EAF richieda circa 350-450 kWh per tonnellata e non comporti consumi significativi di gas, mentre il modello DRI più EAF necessiterebbe di 250-300 metri cubi di gas per tonnellata, con un fabbisogno annuo fino a 750 milioni di metri cubi e la conseguente necessità di nuove infrastrutture.
“Taranto ha già dato. Non può essere ancora una volta il luogo su cui scaricare ogni complessità”, ribadisce Paolillo.
L’obiettivo, secondo l’associazione, è continuare a produrre acciaio senza compromettere il resto dell’economia cittadina: porto, turismo, servizi, economia del mare, rigenerazione urbana, artigianato e commercio.
Per il primo forno elettrico si stima un investimento tra 1 e 1,5 miliardi di euro, considerato sostenibile e in larga parte copribile attraverso risorse pubbliche già impegnate nel settore siderurgico, con il coinvolgimento di operatori italiani.
“Se lo Stato deve continuare a investire risorse pubbliche, è legittimo chiedersi perché non vengano utilizzate per rafforzare una filiera nazionale dell’acciaio, invece di contribuire alla crescita di concorrenti globali”.
Paolillo chiede che il primo forno elettrico diventi un impegno pubblico vincolante, con tempi certi da definire entro pochi mesi e da inserire in ogni eventuale accordo industriale.
E aggiunge che, se le trattative dovessero prolungarsi o fallire, lo Stato dovrebbe comunque avviare la realizzazione dell’impianto entro quest’anno.
Infine, il segretario generale richiama l’attenzione sul nodo occupazionale.
“La transizione comporterà inevitabilmente una riduzione strutturale del lavoro fino al 60-70% rispetto al ciclo integrale, con un impatto potenziale su circa 6mila lavoratori”.
Per questo, conclude, servono subito piani concreti di diversificazione economica, formazione e ricollocazione, utilizzando le risorse europee disponibili per costruire nuove filiere produttive e offrire reali opportunità sul territorio.
“Taranto non ha bisogno di altre attese, ma di decisioni, verità e responsabilità. Solo con il cantiere del primo forno elettrico la transizione può diventare realtà”.













