di Maurizio Mazzarella
Una riforma organica del sistema penitenziario italiano per rendere l’esecuzione della pena più semplice, prevedibile e sostenibile, ridurre il sovraffollamento e rafforzare la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione. È questo il contenuto della proposta elaborata dal Partito Nazionale Italiano, attraverso il segretario politico Giovanni Di Stefano, e trasmessa al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

L’iniziativa punta a modificare profondamente l’attuale impostazione dell’esecuzione penale, introducendo un modello nel quale il condannato possa conoscere fin dal primo giorno il periodo effettivo da trascorrere in carcere e quello successivo da scontare nella comunità.
Secondo Di Stefano, l’attuale sistema è caratterizzato da una significativa stratificazione normativa e da procedure spesso complesse, con conseguenze sulla gestione degli istituti penitenziari, sul lavoro della Polizia Penitenziaria, sull’attività della magistratura di sorveglianza e sulla stessa percezione della pena da parte dei detenuti.
La proposta: 40% della pena in carcere
Il punto centrale del progetto è rappresentato da una regola precisa: il condannato dovrebbe scontare in carcere il 40% della pena irrogata, mentre il restante 60% dovrebbe essere eseguito nella comunità.
La seconda parte della pena potrebbe essere scontata attraverso strumenti come l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare controllata, la libertà vigilata con obblighi quotidiani e una supervisione attiva della magistratura di sorveglianza.
L’obiettivo non sarebbe quindi quello di cancellare la pena detentiva, ma di trasformare l’intera esecuzione in un percorso predeterminato, nel quale la permanenza in carcere rappresenti una fase e il successivo reinserimento nella comunità una componente strutturale della sanzione.
Data di scarcerazione certa e sistema reversibile
Uno degli elementi più innovativi della proposta riguarda il meccanismo definito “remissione reversibile”.
Il principio prevede che il detenuto conosca fin dall’inizio la propria data di scarcerazione. Il beneficio sarebbe considerato acquisito, ma potrebbe essere perso, in tutto o in parte, qualora il condannato commettesse violazioni disciplinari o non rispettasse le prescrizioni.
La proposta ipotizza penalizzazioni progressive, a partire da 28 giorni e successivamente 56 giorni, fino a incrementi maggiori in caso di comportamenti reiterati.
La decisione dovrebbe essere assunta attraverso una procedura giurisdizionale rapida, con il coinvolgimento della magistratura di sorveglianza o di un giudice delegato.
La filosofia indicata da Di Stefano è quella di modificare l’attuale rapporto tra comportamento del detenuto e benefici: non sarebbe il comportamento corretto a dover consentire di ottenere progressivamente un beneficio, ma sarebbe il comportamento scorretto a poter determinare la perdita di un beneficio già previsto.
«Meno burocrazia e carceri meno affollate»
Secondo il promotore dell’iniziativa, l’applicazione della riforma potrebbe produrre effetti significativi sul sistema penitenziario.
Tra gli obiettivi indicati ci sono la riduzione strutturale del sovraffollamento, la diminuzione dei costi della detenzione intramuraria e la possibilità di destinare maggiori risorse alle attività di formazione, lavoro e reinserimento.
Un sistema più semplice potrebbe inoltre alleggerire il carico amministrativo degli istituti e ridurre la pressione sulla Polizia Penitenziaria.
«Se fanno questo svuotano i carceri di migliaia di persone e diventa più facile e meno burocratica la gestione dei carceri», è il commento di Giovanni Di Stefano sulla proposta.

Il confronto con l’Europa
Il progetto viene accompagnato da un’analisi comparativa degli ordinamenti penitenziari europei.
Secondo lo studio richiamato dal Partito Nazionale Italiano, numerosi Paesi prevedono forme di liberazione dopo l’espiazione di una quota predeterminata della pena, frequentemente pari alla metà, ai due terzi oppure ai tre quarti, secondo condizioni e modalità differenti.
Tra gli ordinamenti indicati figurano Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania e Svezia.
Non si tratta, tuttavia, di sistemi identici. In alcuni Paesi la liberazione al raggiungimento della frazione prevista dalla legge presenta caratteristiche sostanzialmente automatiche, mentre in altri è subordinata alla condotta del detenuto, alla valutazione della pericolosità o alla decisione dell’autorità competente.
Particolare rilievo viene attribuito al modello inglese, nel quale la legge determina anticipatamente il momento della liberazione, mentre una condotta negativa durante la detenzione può comportare giorni aggiuntivi e quindi lo slittamento della scarcerazione.
«La presente proposta non costituisce un esperimento privo di riscontri comparati», sostiene Di Stefano, evidenziando come il principio della liberazione dopo una quota predeterminata della pena sia già presente, con modalità diverse, in numerosi sistemi europei.
Il riferimento all’articolo 27 della Costituzione
La proposta viene ricondotta anche al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce infatti che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Secondo il Partito Nazionale Italiano, la fase successiva alla detenzione dovrebbe quindi diventare parte integrante dell’esecuzione della pena, attraverso un sistema di controllo, prescrizioni e responsabilizzazione.
Il passaggio alla comunità non sarebbe dunque inteso come una semplice anticipazione della scarcerazione, ma come una fase dell’esecuzione penale sottoposta a precise regole.

La proposta al ministro Nordio
Nella lettera trasmessa al ministro della Giustizia, Di Stefano chiede l’apertura di un confronto istituzionale sulla riforma e manifesta la disponibilità del Partito Nazionale Italiano a predisporre un testo legislativo completo, corredato da relazione tecnica e analisi comparativa degli ordinamenti europei.
La proposta prevede inoltre la possibilità di avviare un confronto tecnico con il Ministero della Giustizia e con la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Al momento, come precisato dallo stesso Di Stefano, l’elemento istituzionale acquisito è la ricezione della comunicazione trasmessa via PEC al Ministero della Giustizia. La proposta dovrà quindi essere oggetto di eventuali valutazioni e approfondimenti da parte degli organi competenti.
Il progetto del Partito Nazionale Italiano, fondato da Giovanni Di Stefano nel 1995, punta dunque a portare al centro del dibattito una domanda precisa: se una parte della pena può essere eseguita nella comunità, sotto controllo e attraverso percorsi di responsabilizzazione, perché non stabilirlo in modo chiaro fin dal momento della condanna?
Per Di Stefano la risposta passa attraverso un sistema basato su certezza, responsabilità, controllo e reinserimento, con l’obiettivo dichiarato di rendere più semplice la gestione delle carceri e contemporaneamente più comprensibile l’intero percorso della pena.
Sito ufficiale del Partito Nazionale Italiano: http://www.partitonazionaleitaliano.com/















