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Iacovone, il romanzo infinito di Taranto: «Tutto cambi perché nulla cambi»

Foto Giuseppe Dellisanti

Iacovone, il romanzo infinito di Taranto: «Tutto cambi perché nulla cambi»

Dall’esilio di Castellaneta ai cantieri dei Giochi del Mediterraneo, passando per le stagioni di Blasi, Giove e Melucci, la storia dello stadio rossoblù continua a riproporre gli stessi interrogativi. Oggi, con una nuova proprietà e un impianto tornato al centro dell’attenzione internazionale, la soluzione resta ancora da trovare. E mentre politica e calcio si confrontano, a pagare il prezzo più alto sono i tifosi, la squadra e l’intero movimento sportivo tarantino

di Maurizio Mazzarella

Il Gattopardo e la maledizione rossoblù

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». La celebre frase pronunciata da Tancredi Falconeri ne Il Gattopardo, il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa pubblicato nel 1958, sembra trovare una sorprendente chiave di lettura nella lunga vicenda dello stadio Erasmo Iacovone e del rapporto, spesso tormentato, tra il Comune di Taranto e la sua principale squadra di calcio.

Nell’opera letteraria, ambientata durante il Risorgimento e lo sbarco dei Garibaldini in Sicilia, il cambiamento diventa lo strumento attraverso cui un sistema di potere cerca di conservare sé stesso. A Taranto, nel mondo dello sport e della politica cittadina, la sensazione è che da decenni si assista a una rappresentazione simile: cambiano i protagonisti, si rinnovano le amministrazioni, si annunciano nuovi progetti e si aprono tavoli di confronto, ma alcuni problemi continuano a ripresentarsi.

Una sorta di addizione nella quale si possono invertire gli addendi, sostituire i nomi e modificare le scenografie, senza riuscire a cambiare il risultato finale.

La questione Iacovone, dunque, non è soltanto una controversia sulla disponibilità di uno stadio. È diventata il simbolo di una difficoltà più ampia: trasformare gli annunci in soluzioni, gli investimenti in opportunità e le strutture sportive in un patrimonio realmente fruibile dalle società e dai cittadini.

Da Cito a oggi, una storia che attraversa le amministrazioni

Per comprendere le radici di questa vicenda bisogna tornare agli anni Novanta, quando, durante l’amministrazione guidata da Giancarlo Cito, il Taranto fu costretto a disputare le proprie gare lontano dalla città, arrivando a emigrare a Castellaneta.

Quella parentesi rappresentò una ferita per la tifoseria e un precedente destinato a lasciare il segno. Da allora, la questione dello stadio e la continuità del rapporto tra il club e le istituzioni cittadine sono rimaste questioni ricorrenti nel dibattito sportivo e politico.

Il percorso attraversa stagioni differenti, da quelle legate a Blasi, con il passaggio del commissario prefettizio Blonda e successivamente dell’amministrazione Stefàno, con qualche intoppo anche per D’Addario, ma in quel caso non con l’amministrazione dell’epoca, fino alla gestione societaria di Giove durante gli anni dell’amministrazione Melucci (querelle ulteriormente condita dall’incendio di Taranto-Foggia, dalle tegole volanti della vecchia tribuna per maltempo e dal manto erboso rovinato da un evento estivo dei Carabinieri corredati di cavalli), per arrivare all’attuale proprietà della famiglia Ladisa e alla nuova giunta comunale.

Naturalmente, periodi storici, responsabilità amministrative e condizioni economiche non sono sovrapponibili. Sarebbe semplicistico attribuire a ogni amministrazione le stesse responsabilità. Eppure, osservando la successione degli eventi, una domanda continua a riaffiorare: perché Taranto non riesce a costruire un rapporto stabile e funzionale tra il proprio stadio, la società calcistica e le istituzioni?

Il punto non è stabilire chi abbia pronunciato la frase più convincente o chi abbia annunciato il progetto più ambizioso. Il punto è capire perché una questione tanto importante continui a riproporsi, assumendo ogni volta forme differenti.

Il paradosso di uno stadio che fa notizia in tutto il mondo

La situazione attuale presenta un paradosso difficile da ignorare.

Da una parte c’è una società che punta a costruire un progetto solido, con una proprietà che ha investito per riportare il Taranto al centro delle ambizioni sportive cittadine. Dall’altra c’è uno stadio che, grazie ai lavori legati ai Giochi del Mediterraneo, è diventato parte di un intervento infrastrutturale di grande rilievo, destinato a richiamare l’attenzione ben oltre i confini locali.

Eppure, proprio nel momento in cui si potrebbe immaginare una nuova stagione di collaborazione e programmazione, il rapporto tra società e istituzioni resta attraversato da questioni irrisolte.

È questo il nodo centrale: come può una città impegnata in una trasformazione così importante non riuscire a individuare una strada condivisa per garantire al proprio club un quadro stabile, chiaro e compatibile con le esigenze della squadra e con quelle della gestione dell’impianto?

La vicenda assume contorni ancora più singolari se confrontata con il passato. In altre stagioni, il Taranto ha vissuto momenti di grande entusiasmo sportivo mentre lo stadio versava in condizioni strutturali e organizzative ben lontane da quelle auspicate. Oggi, invece, la prospettiva di un impianto rinnovato convive con nuove difficoltà nel rapporto tra il club e il Comune.

I ruoli si sono, per certi versi, capovolti: allora si inseguiva un risultato sportivo in un contesto infrastrutturale problematico; oggi l’investimento sullo stadio dovrebbe rappresentare una risorsa, ma la sua gestione e la convivenza tra le diverse esigenze restano oggetto di confronto.

La modernizzazione di un impianto, da sola, non risolve le questioni amministrative. Ma proprio per questo dovrebbe essere accompagnata da accordi chiari, responsabilità definite e una programmazione capace di guardare oltre l’emergenza.

La città dei nuovi impianti e delle società senza casa

La questione Iacovone, inoltre, non può essere isolata dal quadro generale dello sport tarantino.

I Giochi del Mediterraneo hanno rappresentato un’occasione importante per il territorio: investimenti, strutture rinnovate e la possibilità di rafforzare la vocazione sportiva della città. Tuttavia, l’eredità di un grande evento non si misura soltanto attraverso le inaugurazioni o l’impatto delle immagini trasmesse in televisione.

Si misura soprattutto nella capacità di rendere gli impianti accessibili, funzionali e sostenibili nel tempo.

Nel frattempo, diverse realtà sportive continuano a fare i conti con difficoltà logistiche, con società costrette a cercare spazi fuori città, anche a Carosino o San Giorgio Jonico e, in alcuni casi, nel Brindisino. Altre realtà devono fare affidamento su strutture storiche, come il Tursport o il Palafiom, che continuano a rappresentare un riferimento per l’attività sportiva locale.

Il quadro richiama anche le difficoltà attraversate da società che hanno perso centralità o sono scomparse, come il CJ Basket Taranto, e le vicende di discipline che meriterebbero una programmazione più solida.

Il basket, la pallavolo e gli altri sport non possono essere considerati comparse nella vita cittadina. Sono un patrimonio di atleti, famiglie, dirigenti e appassionati. Hanno bisogno di impianti disponibili, orari certi e prospettive economiche sostenibili.

Anche il percorso della Prisma Volley, passata da prospettive ambiziose a una categoria inferiore rispetto ai propri obiettivi, richiama l’attenzione sulla necessità di un sistema capace di accompagnare le società nel tempo, anziché limitarsi a rincorrere le emergenze.

La domanda, allora, riguarda l’intero movimento sportivo: a cosa serve investire nelle infrastrutture se poi non si riesce a costruire un modello efficiente per utilizzarle?

Il Taranto e il peso di una ripartenza ancora incompiuta

La vicenda calcistica rossoblù rende ancora più evidente la distanza tra le ambizioni di una piazza e la realtà dei risultati.

È importante chiarire un punto: il Taranto non è retrocesso in Eccellenza. Dopo il fallimento della precedente società, il club è ripartito da quella categoria e vi si trova ancora perché non è riuscito a conquistare sul campo la promozione in Serie D.

Una distinzione sostanziale, perché racconta una storia diversa da quella di una normale retrocessione. Il Taranto ha dovuto ricostruire la propria identità sportiva dopo una crisi societaria, con il compito di restituire credibilità al progetto e riportare gradualmente la squadra verso categorie più consone alla storia e alle aspettative della città.

Oggi l’obiettivo immediato è tornare in Serie D. Un traguardo che non può essere considerato secondario, soprattutto in una piazza che ha conosciuto palcoscenici importanti e che continua a vivere il calcio come una componente fondamentale della propria identità collettiva.

Per raggiungerlo, tuttavia, non basta allestire una squadra competitiva. Servono serenità, continuità e un ambiente capace di proteggere il lavoro quotidiano da tensioni che rischiano di diventare controproducenti.

Da Montervino a Montervino: cosa è cambiato davvero?

In questo scenario si inserisce anche la riflessione sul clima che circonda il Taranto, spesso attraversato da polemiche, contrapposizioni, indiscrezioni e discussioni che finiscono per spostare l’attenzione dal campo a ciò che accade intorno alla squadra.

È una dinamica che richiama, per certi aspetti, una stagione già vissuta negli anni successivi alla pandemia.

Francesco Montervino, nel precedente ciclo sportivo, ha contribuito alla conquista di una promozione dalla Serie D alla Serie C, centrando un risultato importante in un’epoca post-Covid e in un ambiente tutt’altro che semplice, segnato da tensioni e contestazioni. Quel campionato dimostrò che, anche in un contesto complicato, il Taranto poteva trovare la strada per raggiungere un obiettivo concreto.

Oggi, con Montervino nuovamente al centro del progetto sportivo, il confronto con quel passato diventa inevitabile. Non perché le situazioni siano identiche o perché possano essere sovrapposte automaticamente, ma perché riemergono interrogativi sul clima che circonda la squadra e sulla capacità dell’ambiente di accompagnare il lavoro della società.

Da Montervino a Montervino, dunque, la domanda è se Taranto abbia davvero imparato qualcosa dalle proprie esperienze.

La conquista della promozione in Serie C appartiene a una stagione che oggi può sembrare lontana. Il presente, invece, impone di concentrarsi sul ritorno in Serie D, senza permettere che le vicende esterne assorbano energie e attenzione.

Una squadra chiamata a vincere un campionato ha bisogno di un contesto nel quale le valutazioni siano legittime, le critiche possano essere espresse e il confronto rimanga aperto, ma senza trasformare ogni difficoltà in una nuova resa dei conti.

La critica fa parte dello sport. La destabilizzazione permanente, invece, rischia di diventare un problema per tutti.

Le polemiche non fanno punti e non risolvono i problemi

Il rapporto tra il Taranto e il suo ambiente non si esaurisce nelle vicende dello stadio. Attorno alla squadra si muovono aspettative, interessi, opinioni e sensibilità differenti. È inevitabile che una piazza come quella rossoblù produca discussioni intense.

Ciò che dovrebbe cambiare è il modo in cui queste discussioni vengono gestite.

Le polemiche non risolvono le questioni amministrative, le indiscrezioni non sostituiscono gli atti ufficiali e le contrapposizioni personali non aiutano una squadra a preparare le partite. Quando il dibattito si concentra continuamente su ciò che accade fuori dal campo, il rischio è che il risultato sportivo finisca in secondo piano.

Per questo la vicenda Iacovone dovrebbe diventare l’occasione per una riflessione più ampia. Comune e società hanno interessi che possono e devono trovare un punto di incontro: la corretta gestione di un bene pubblico, la tutela degli investimenti, la sicurezza degli spettatori, la continuità dell’attività agonistica e la valorizzazione dell’immagine cittadina.

Non è necessario che le parti condividano ogni posizione. È necessario, però, che siano in grado di individuare procedure trasparenti, tempi verificabili e soluzioni praticabili.

Il Taranto non può permettersi di vivere ogni passaggio della propria stagione come una nuova emergenza. E la città non può accontentarsi di assistere alla ripetizione delle stesse discussioni, senza conoscere con chiarezza gli obiettivi, gli ostacoli e le responsabilità di ciascuno.

Il conto lo pagano sempre i tifosi

Alla fine, come spesso accade, il peso maggiore ricade sulla gente.

Lo pagano i tifosi, stanchi di assistere a contrapposizioni che sembrano non trovare mai una conclusione. Lo pagano gli sportivi costretti a cercare altrove le condizioni per praticare la propria disciplina. Lo pagano le famiglie, i giovani atleti e i dirigenti che devono organizzare l’attività tra difficoltà logistiche e incertezze.

E lo paga soprattutto la squadra, chiamata a inseguire un obiettivo importante mentre intorno si moltiplicano questioni che non dovrebbe essere suo compito risolvere.

Il ritorno in Serie D rappresenta una tappa fondamentale per il Taranto. Non è soltanto una questione di categoria, ma un passaggio necessario per ricostruire una prospettiva sportiva dopo il fallimento della precedente società. Ogni energia dovrebbe essere indirizzata verso questo traguardo, senza confondere il diritto di discutere con la necessità di alimentare continuamente nuovi fronti di tensione.

La tranquillità dell’ambiente non si impone per decreto e non si costruisce chiedendo ai tifosi di rinunciare alle proprie domande. Si conquista attraverso comportamenti coerenti, comunicazioni chiare e risultati verificabili.

È qui che società, istituzioni e comunità sportiva sono chiamate a fare la propria parte.

Il vero cambiamento deve ancora arrivare

Taranto ha davanti a sé un’occasione che non può essere ridotta alla sola questione dello stadio. La riqualificazione degli impianti legata ai Giochi del Mediterraneo può rappresentare un punto di svolta, a condizione che venga accompagnata da una strategia capace di mettere in relazione le strutture, le società e le esigenze del territorio.

Lo Iacovone dovrebbe essere il simbolo di una nuova stagione, non l’ennesimo capitolo di una controversia destinata a ripetersi. Il Taranto dovrebbe poter programmare la propria attività all’interno di un quadro chiaro, mentre le altre società sportive dovrebbero trovare risposte concrete alle proprie necessità.

Per riuscirci servono meno annunci e più atti, meno contrapposizioni e più confronto, meno soluzioni provvisorie e più programmazione.

La storia, dagli anni Novanta a oggi, dimostra quanto sia facile cambiare amministratori, dirigenti, proprietà e interlocutori senza riuscire a superare le questioni di fondo. Ma dimostra anche che continuare a ripetere gli stessi schemi non è una fatalità: è una condizione che può essere modificata attraverso decisioni precise e responsabilità riconoscibili. Senza dimenticare che da Stefàno a Melucci, fino a Bitetti, con qualche altro breve intermezzo commissariale, sono mutati i sindaci, ma non del tutto i politici protagonisti delle varie vicessitudini legate allo Iacovone. Ciò alimenta il dubbio sulla reale capacità della politica ionica di affrontare le varie problematiche legate all’impiantistica sportiva per cercare di risolverle.

La frase del Gattopardo torna così al centro della vicenda tarantina, con tutta la sua forza evocativa. Il rischio è che anche questa volta cambino i nomi, le interlocuzioni e le promesse, mentre il problema resta sostanzialmente intatto.

La domanda conclusiva, allora, non riguarda soltanto chi abbia ragione nella querelle tra Comune e Taranto. Riguarda il futuro di una città che ha bisogno di trasformare le proprie occasioni in risultati e le proprie infrastrutture in strumenti di crescita.

Perché lo stadio non è soltanto cemento, tribune e terreno di gioco. È un pezzo di identità collettiva. E il Taranto non è soltanto una società sportiva: è una comunità che chiede di poter tornare a sognare attraverso il calcio, senza dover fare i conti ogni volta con vecchie ferite e nuovi ostacoli.

Se davvero si vuole voltare pagina, non basterà sostituire i protagonisti.

Questa volta dovrà cambiare il finale del romanzo.

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