Christian Riganò, attaccante di Lipari classe 1974, è un ex calciatore e attualmente un allenatore. È sempre stato un attaccante completo, molto abile di testa, bravo tecnicamente e forte fisicamente. A Taranto era “Rigagol”, soprannome che si è portato dietro, nelle sue stagioni successive, in tutti i campi della serie A, a suon di gol.
Inizi la tua carriera come difensore ma in una partita vieni schierato per sostituire il centravanti titolare del Lipari e da quel momento sei diventato l’attaccante titolare.
“Durante la settimana, nelle partitelle, giocavo sempre in attacco perché mi divertiva e mi piaceva fare gol. Successe che l’attaccante che avevamo preso per sostituire i precedenti che erano andati via, si fece male al ginocchio e l’allenatore mi chiese se volessi provare a giocare in attacco. Da lì iniziò tutto.”
Hai giocato nel Lipari per quattro stagioni, insieme a tuo fratello Massimo. Come è stato giocare con lui?
“Con mio fratello ci si intendeva bene, perché io ero alto e lui era basso, io una prima punta e lui una seconda punta. Massimo era egoista perché passava la palla solo quando non ne poteva più. Però ci siamo divertiti, in campo ci compensavamo, lui era rapido e veloce mentre io altro, bravo di testa e forte fisicamente. Abbiamo fatto anche tanti gol insieme”.
Dopo Lipari hai fatto l’esperienza di Messina e di Igea Virtus, nei dilettanti.
“Sono stati passaggi fondamentali della mia carriera. A Messina conobbi la famiglia Massimino che a sua volta conosceva tanta altra gente, compreso l’ex proprietario dell’epoca del Taranto. Sono stato un anno a Messina molto bene, anche se non ho avuto grandi risultati. Nel frattempo passai all’Igea Virtus, su segnalazione del presidente del Messina. A sua volta il presidente dell’Igea Virtus, che mi voleva un mondo di bene, mi segnalò al presidente del Taranto. Pensa un po’ che giro si è fatto.”
Poi sei arrivato al Taranto. Cosa ricordi del tuo arrivo?
“Cosa non ricordo. Io la città dei due mari ce l’ho nel cuore. I tarantini li ho nel cuore, loro lo sanno, l’hanno sempre saputo. Per me senza Taranto non ci sarebbe stato il resto. Se non fossi passato da Taranto, non sarei diventato Riganò, l’ho sempre detto e lo continuerò a dire. Lo Iacovone è stato veramente il mio primo grande palcoscenico. A Taranto hanno cominciato veramente a conoscermi le persone. In riva allo Ionio mi si è spianato la strada per arrivare al grande calcio. Io sono molto riconoscente ai tifosi tarantini, per i primi cori, i primi striscioni, le prime canzoni, qualsiasi cosa, pensa che dopo ogni gol il gruppo “Franceschin” metteva la musica come si fa oggi negli stadi, loro già erano avanti di 20 anni. Ricordo la Curva Nord, tutti i gruppi, io sono stato veramente innamorato di Taranto ma lo sono ancora, non è che non lo sono. Io dico grazie perché senza Taranto non sarei diventato Riganò.”
A Taranto ottieni nel primo campionato la promozione in C1 segnando 14 gol, mentre nel secondo campionato segni 27 gol in 33 presenze, ottenendo così di diritto il titolo di capocannoniere del campionato. Come è stato?
“Sono sempre stato abbastanza rispettoso dei ruoli. Ho fatto 14 gol senza nemmeno calciare un rigore, il rigorista era il terzino sinistro Vitali e io non mi sono mai messo in contrasto con lui. L’anno dopo Vitali andò via e mi proposi come rigorista. Probabilmente, sai calciando i rigori, quei 4/5 gol in più li avrei anche fatti. L’annondella C1 è stato veramente un campionato strepitoso, dove probabilmente solo io ci credevo perchè per tutti ero nuovo della categoria. Purtroppo dopo un’annata strepitosa non c’è stata la ciliegina sulla torta, però abbiamo fatto sognare l’intera città, abbiamo sognato anche noi, ma alla fine non siamo riusciti a dare quella gioia finale. Ti dico la verità, ancora dopo 20 anni ci penso. Ci penso ma non perché non ho vinto io, ci penso perché non sono riuscito a regalare quella gioia che a Taranto aspettano da 30 anni. Taranto è quanto meno una piazza da serie B.”
Ecco, proprio quella serie B sfumata nella finale play-off contro il Catania. Quanto rammarico c’è per quella partita e che ricordi hai del dopo?
“Il ricordo è meraviglioso per l’entrata in campo, per la gente, per lo stadio non pieno ma di più ma è brutto per le lacrime finali, per la delusione della gente, per non aver potuto regalare quella gioia alla gente che aspettava da tanto tempo. Avrei barattato qualche campionato vinto pur di regalare quella felicità ai tarantini in quella finale. Purtroppo è andata così, non possiamo far nulla. Io mi auguro che un giorno questo possa accadere, anche se ormai non sarò più a poterlo fare. Mi auguro che chi c’è ora o chiunque verrà, si impegni per questa gente, per questo popolo che merita veramente tanto.
Poi aei arrivato in serie A con la maglia della Fiorentina.
“Dopo Taranto scelsi di scendere di categoria per l’allora Florentia Viola, a Firenze non si poteva dire di no. Ma fu un passaggio derivato dalle due stagioni di Taranto, per quello che ero diventato con quella maglia. A Firenze dalla C2 siamo arrivati in serie A. Poi ho un po’ girovagato, sono andato a Empoli, a Messina ma quello che ho provato e che mi hanno dato le maglie di Taranto e Firenze non ha eguali. Lo dirò finchè vicrò. Mi veniva tutto facile, come se indossassi una maglia da super eroe, era una seconda pelle e lo dico senza voler assolutamente mancare di rispetto alle altre squadre in cui ho avuto la fortuna e il piacere di giocare.
Nell’agosto 2006 sei tornato a Messina.
“Quello era un altro Messina rispetto a quello in cui ero stato tanti anni prima. Sono tornato dopo 10 anni, eravamo in serie A ed è stata una bella annata, ho fatto tanti gol ma alla fine non ci siamo salvati, con grande dispiacere.”
Nel luglio del 2015, dopo essere riuscito a partecipare ad un corso, hai ottenuto il patentino per allenatore. Cosa ti ha portato a prendere questa decisione?
“Ho giocato fino a 40 anni e mi sono divertito. Poi ho pensato che sarebbe diventato troppo tardi per allenare e per giocare. Allora ho preso il patentino e iniziato ad allenare ad Incisa, a Pesaro e ad Asti lo scorso anno vincendo il campionato nei dilettanti. Mi piace farlo. Non è un lavoro facile perché ci sono poche squadre e tanti allenatori. Mi auguro un giorno di avere una chance per poterlo fare in modo diverso da come lo faccio adesso nei dilettanti, anche se a me piace da morire lo stesso.”
Domenica ci sarà Messina-Taranto. Tu da doppio ex, puoi darci un tuo parere su questa partita e, se hai avuto modo di seguire il campionato, cosa ne pensi del percorso fatto fino ad ora da entrambe le squadre?
“Sono due squadre che sono state in crisi. Il Messina è ancora in piena difficoltá mentre il Taranto ultimamente si è ripreso grazie agli ultimi risultati. Ha vinto con il Pescara e ha vinto in casa con il Monterosi, non è ancora fuori dalla zona pericolosa, però un po” respira. Come vedi il Taranto lo seguo sempre e auguro ad entrambe le squadre di uscire il prima possibile dalle posizioni in cui sono ora, poi non vorrei esprimermi, con un pronostico, per non scontentare nessuno ma l’ago della bilancia pende più dalla parte dei rossoblù.”
Che progetti hai per il tuo futuro?
“Io dico che chi fa programmi la prende in tasca, per non dire altro. Penso che bisogna vivere alla giornata. Ripeto vorrei allenare, vorrei una chance importante, non faccio programmi a lungo termine, tanto alla fine quando fai programmi qualcosa va sempre storto. Quindi vivo alla giornata e quello che viene prendo. Spero di poter dimostrare il mio valore da allenatore come ho fatto da calciatore. Non mi importa se devo scalare le categorie, l’ho fatto da calciatore e sono disposto a farlo ancora.”
Francesca Raguso














