di Luca Pietranelli
Il nuovo stadio Erasmo Iacovone è ormai prossimo alla riapertura. Le tribune completamente rinnovate, la copertura, il nuovo impianto di illuminazione e le infrastrutture realizzate in vista dei Giochi del Mediterraneo raccontano una città che, dopo anni di attese, prova finalmente a voltare pagina.
Ma uno stadio, per quanto moderno e funzionale, non basta a cambiare il destino di una piazza.
Il rischio più grande, oggi, non è quello di ritrovarsi con un impianto incompleto. È quello di continuare a vivere il calcio con le stesse logiche che, troppo spesso, hanno frenato la crescita del Taranto: personalismi, divisioni, contrapposizioni e un clima di conflitto permanente che finisce per indebolire tutti.
Il nuovo Iacovone rappresenta uno degli investimenti pubblici più significativi degli ultimi decenni. È un patrimonio della città prima ancora che della squadra. Ma un’infrastruttura diventa davvero un motore di sviluppo solo se attorno ad essa cresce una cultura diversa, fatta di programmazione, responsabilità e capacità di collaborare.
La recente discussione sul canone di gestione dello stadio lo dimostra chiaramente. È naturale che il Comune abbia il dovere di tutelare un bene pubblico ed è altrettanto legittimo che la società rappresenti le proprie esigenze economiche. Il confronto tra istituzioni e club non è un problema: è parte della normale amministrazione. Se la soluzione dovesse passare attraverso una sospensione temporanea del canone fino all’assegnazione definitiva della gestione, ciò che conterà davvero sarà il metodo con cui si arriverà all’intesa. Cercare un punto di equilibrio significa avere a cuore il futuro dello stadio e del calcio cittadino.
Negli ultimi anni, invece, questa piazza è stata spesso attraversata da tensioni che poco avevano a che fare con il bene del Taranto. Attorno alla squadra si sono create fazioni, schieramenti e guerre di posizione nelle quali ogni scelta è diventata motivo di scontro anziché occasione di confronto.
Le critiche fanno parte della vita di qualsiasi società sportiva e rappresentano uno strumento prezioso quando aiutano a migliorare. Diventano però dannose quando sembrano rispondere a logiche diverse dall’interesse collettivo o quando alimentano un clima di sfiducia permanente.
In questo scenario si inserisce anche il recente comunicato della tifoseria organizzata. Un documento dai toni severi, ma che esprime soprattutto il disagio e l’attaccamento di chi considera il Taranto parte della propria identità. È un richiamo che merita attenzione perché ricorda a tutti — società, squadra, istituzioni e ambiente — quanto il calcio continui a rappresentare uno dei principali elementi di coesione sociale della città.
La passione, però, può diventare il motore della rinascita solo se riesce a unire. Quando si trasforma in uno strumento di contrapposizione, rischia invece di indebolire proprio ciò che intende difendere.
C’è poi un altro fronte sul quale il Taranto è chiamato a crescere: quello della comunicazione.
Le recenti considerazioni del direttore sportivo Danilo Pagni sul continuo susseguirsi di indiscrezioni aprono una riflessione che va oltre il singolo episodio. Negli ultimi mesi è sembrato che ogni dinamica interna filtrasse all’esterno con estrema facilità, alimentando un flusso costante di voci, ricostruzioni e anticipazioni.
La trasparenza è un valore. Le fughe di notizie, invece, raramente lo sono.
Una società che vuole costruire un progetto vincente ha bisogno di proteggere il proprio lavoro quotidiano. Significa consentire all’allenatore di operare senza essere sottoposto a giudizi preventivi, ai calciatori di concentrarsi esclusivamente sul campo e alla dirigenza di programmare senza dover rincorrere ogni giorno indiscrezioni e smentite.
La cultura della riservatezza non è chiusura. È organizzazione.
Oggi Taranto dispone di elementi che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili: una proprietà che ha garantito continuità gestionale, uno stadio moderno ormai prossimo alla consegna e una tifoseria che continua a rappresentare uno dei patrimoni più autentici del calcio italiano.
Sono fondamenta importanti. Ma da sole non costruiscono il futuro.
Perché il nuovo Iacovone sia davvero il simbolo di una nuova stagione, serve un cambiamento che coinvolga l’intero ambiente. Meno protagonismi, meno interessi personali, meno conflitti alimentati per appartenenza o convenienza. Più responsabilità, più rispetto dei ruoli e una maggiore capacità di riconoscere che, anche nelle differenze di opinione, esiste un obiettivo comune.
Il Taranto ha davanti un’occasione rara. La città può tornare a vivere il proprio stadio come un luogo di sport, identità e partecipazione, capace di attrarre famiglie, giovani e nuove energie. Può trasformare un investimento pubblico in un volano per il calcio e per il territorio. Può dimostrare che una comunità cresce quando istituzioni, società, tifosi e operatori scelgono il dialogo anziché lo scontro.
Il nuovo Iacovone è il punto di partenza. La vera sfida, adesso, è costruire una nuova cultura sportiva.
Perché il futuro del Taranto non dipenderà soltanto dalla bellezza del suo stadio, ma dalla capacità di tutta la città di sentirsi parte dello stesso progetto. E questa, forse, è la partita più importante da vincere.














