di Maurizio Mazzarella
C’è un silenzio strano a Taranto. Non quello della domenica pomeriggio senza calcio, ma quello più cupo, più profondo, che si sente dentro quando qualcosa si spezza definitivamente. Perché il Taranto, una delle realtà calcistiche più appassionate e radicate del Sud, è stato escluso dalla Serie C e per la prima volta nella sua storia disputerà il campionato di Eccellenza Pugliese. Una notizia che ha il sapore amaro di una condanna.
Non è solo una retrocessione tecnica, né tantomeno un normale scivolone sportivo. È il punto più basso mai toccato da un club che ha vissuto stagioni in Serie B, che ha riempito lo Iacovone di orgoglio, che ha cresciuto generazioni di tifosi con il rossoblù cucito addosso. E oggi si ritrova a dover affrontare un campionato regionale, tra trasferte contro Brilla Campi e Racale, contro squadre che non hanno nulla da invidiare per dignità, ma che fino a ieri non condividevano neppure lo stesso universo calcistico.
Eppure, dietro questa caduta non c’è solo il campo. C’è una gestione societaria che ha fallito, una città che forse si è allontanata dalla sua squadra e un sistema calcistico che continua a punire le piazze popolari e calde, mentre chi può garantire bilanci in ordine resta a galla anche senza storia. Il Taranto è una vittima di se stesso, ma anche di un calcio che ha dimenticato il cuore delle sue comunità.
La prossima stagione non sarà una “ripartenza” come qualcuno romanticamente vorrebbe raccontare. Sarà un calvario. Ogni partita, ogni campo polveroso, ogni avversario motivato a fare l’impresa contro il “grande Taranto” sarà un macigno. E poi c’è il Brindisi, anch’esso retrocesso, pronto a rendere il girone un derby permanente del dolore.
Per tornare in alto non basterà la maglia. Serviranno idee, persone serie, programmazione, e un’umiltà che questa piazza spesso non ha voluto conoscere. Ma servirà soprattutto la passione dei tifosi, quelli veri, che non smetteranno di cantare nemmeno se si giocasse nel parcheggio dell’Ipercoop.
Il Taranto non è morto. Ma oggi non si può parlare di futuro senza guardare in faccia la verità: siamo in Eccellenza. E non per caso.














