Il cordoglio per l’ennesima morte sul lavoro non può e non deve esaurirsi in parole di circostanza. Di fronte a una tragedia che ferisce profondamente, il dolore si accompagna alla rabbia. È inaccettabile pensare di potersela cavare con un cordoglio fine a sé stesso.
Da anni, infatti, viene ignorato il grido di allarme delle lavoratrici e dei lavoratori, delle RSU e degli RLS, che con costanza cercano di richiamare l’attenzione delle istituzioni preposte sul rispetto delle condizioni di sicurezza all’interno della fabbrica e sulla tutela della salute, non solo dei lavoratori ma dell’intera comunità.
Non accettiamo più di essere il bersaglio di una campagna che colpisce le lavoratrici, i lavoratori e le Organizzazioni Sindacali che li rappresentano, consentendo la più grande operazione di annientamento e cancellazione della memoria storica e sociale di questo territorio.
Tutto questo avviene mentre si piange l’ennesima vittima in quella fabbrica. Un vociare scomposto, talvolta irriguardoso, che oggi ci indigna e ci inorridisce. Il lutto diventa terreno di propaganda, anche per chi quella fabbrica non l’ha mai vista, neppure da lontano.
Mentre un padre di famiglia, un lavoratore, oggi non torna a casa da suo figlio, da sua moglie e dai suoi affetti più cari, l’“uso” strumentale del suo corpo e della sua morte ci lascia senza parole.
La morte di un operaio ex ILVA sembra diventare un argomento “utile” per tutti.
Ma una cosa deve essere chiara: non è vero che non ci siano responsabilità.
Non è vero che non ci siano colpevoli.
Lo sciopero di 24 ore indetto dalle categorie non è che la punta di un iceberg fatto di anni di segnalazioni, denunce, richieste di intervento e coinvolgimento degli organi ispettivi. Un lavoro spesso invisibile, ma indispensabile, per non lasciare soli, ancora una volta in quell’acciaieria, Claudio e tutti quelli come lui.
Non arretreremo di un passo.
Per Claudio.
Per il suo lavoro.
Per il lavoro di tutte e di tutti.
Per la comunità.













