Difensore dalle buone doti tecniche, oltre che un vero e proprio “combattente” nel campo con uno spiccato senso di appartenenza alla maglia; uno dei protagonisti del Taranto più ambizioso degli ultimi 20 anni, per intenderci, quello che sotto la gestione del presidente Donato Carelli disputava costantemente la serie B, accarezzando anche il sogno della serie A prima di vedere gli spettri del fallimento: parliamo di Luca Brunetti che noi del Giornale RossoBlu abbiamo contattato telefonicamente.
Hai disputato con la maglia rossoblu 130 partite siglando 9 reti, mettendoti in evidenza non solo per le tue qualità tecniche ma soprattutto per quelle umane. A Taranto tanti tifosi ti ricordano ancora con affetto.
Devo dire che fra tutte le squadre in cui ho giocato quelle del Taranto e del Brescia sono quelle dalle cui tifoserie ricevo ancora tanti attestati di stima e questo mi fa enormemente piacere perché mi danno una vera e propria botta di energia; vuol dire che la gente ha apprezzato la mia persona. Per quanto riguarda i gol, sono stati tutti gol importanti. C’è stato quello con la Juve, a coronamento di una partita dominata; un altro gol importante lo siglai appena giunto a Taranto contro un Parma che aveva ambizioni di primato. Mi ricordo anche un gol con la Reggina su punizione, oltre a quello con il Pescara realizzato da una posizione in cui si segna una volta nella vita. Erano gol realizzati sempre davanti a 20.000 persone; dello Iacovone ho dei ricordi stupendi che mi fanno stare bene ogni volta che ci penso.
Quelli con il presidente Carelli sono stati anni fantastici; confermi?
Assolutamente sì. È stato, penso, l’unico presidente che ha provato a portare il Taranto in serie A. Purtroppo dopo quattro anni aveva speso anche parecchi soldi, le cose non andarono bene e quindi 4-5 giocatori, tra cui il sottoscritto, Turrini, D’Ignazio e Spagnulo, trovammo sistemazione in altre squadre per fare carriera.
Come è proseguita poi la tua carriera dopo aver appeso le scarpe al chiodo?
Ho smesso di giocare a 40 anni con la maglia del Cecina; in precedenza avevo giocato anche nel Pontedera nei professionisti. Dopo aver smesso di giocare ho intrapreso la carriera di allenatore allenando le giovanili. Sono stato a Pisa, poi sono stato con Mister Papadopulo, io avevo la primavera e lui la prima squadra. Abbiamo vinto il campionato e siamo andati via, poi sono stato a Bologna sempre con lui, poi sono stato un anno nel settore giovanile del Padova e poi sono stato un anno a Livorno, sempre col settore giovanile. Adesso spero di rientrare nel giro; il problema di fare il secondo è che, per quanto si conseguano ottimi risultati in serie B o A, la figura del secondo allenatore non è vista come quella del tecnico vero e proprio.
Ti piacerebbe in futuro allenare il Taranto?
Certo, se ci fossero le condizioni lo allenerei molto volentieri. Penso che alla società qualche abbonamento lo farei fare, ma comunque poi sarebbero i risultati a determinare il mio destino. Per questo mi piacerebbe allenare solo in un contesto ideale e con una squadra forte, non vorrei rovinare il feeling stupendo con la piazza. Innanzitutto, speriamo che il Taranto esca dalla serie D, la città merita minimo la Lega Pro.
Lo segui il Taranto?
Certo, seguo sempre i risultati degli ionici dal televideo. Quando allenavo in Lega Pro speravo di poterlo incontrare per incontrare amici e tifosi, poi per una ragione o per l’altra non ci si incontrava mai. Speriamo che il Taranto riesca a fare il salto in B che facemmo noi nell’89-90.
Da addetto ai lavori ti chiedo una parere sulla situazione del calcio italiano con l’Italia esclusa dagli ultimi Mondiali, campionati che saltano e regole degli under spesso mal viste dagli stessi allenatori.
Io la regola degli under non la accetto, così come le cinque sostituzioni che alterano una partita. Mi sta bene far giocare i giovani italiani, però non mi sta bene l’obbligo degli under in serie D perché se un ragazzo è bravo gioca comunque. Chi ha la possibilità di attingere agli under forti è favorito rispetto alle altre. In nazionale siamo arrivati a questo perché ci sono giocatori che in campionato giocano 15 partite all’anno. Mancini ha ragione, ma per stare ai vertici con le migliori ci vorranno 7-8 anni. I giovani hanno bisogno di giocare. In più al sud ci sono strutture carenti che non consentono ai vivai di emergere.
Andrea Loiacono















