Con la firma dello storico Accordo di Pace e Ricostruzione tra Israele e Palestina, il giurista internazionale Giovanni Di Stefano ha pubblicato un parere legale che, per la prima volta, delinea i fondamenti giuridici per la revoca o sospensione dei mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) in relazione al conflitto di Gaza 2023–2024.
Nel documento, intitolato “The Legal Basis and Mechanism for Lifting ICC Warrants Following the Israel–Palestine Peace Agreement”, redatto dallo Studio Legale Internazionale di Giovanni Di Stefano e Salvatore D’Apice, l’autore sostiene che “la prosecuzione dei procedimenti giudiziari contro funzionari israeliani e palestinesi rappresenterebbe un ostacolo diretto alla piena attuazione del processo di pace e alla legittimità politica di entrambe le parti.”
La posizione di Di Stefano
Di Stefano — che in passato ha agito come consulente in varie mediazioni internazionali e mantiene relazioni dirette con entrambe le delegazioni — ha dichiarato:
“Ora che la pace è realtà, è moralmente e giuridicamente necessario che i mandati di arresto vengano ritirati. Non significa impunità: significa permettere alla giustizia di servire la pace e non ostacolarla.”
Secondo l’avvocato, la Corte Penale Internazionale dispone del potere di sospendere o revocare i mandati in virtù degli articoli 53, 58(6), 61(10) e 16 dello Statuto di Roma. Tali disposizioni consentono al Procuratore o alla Camera preliminare di “cessare gli effetti” di un mandato quando nuove circostanze — come un accordo di pace verificato — rendano la prosecuzione contraria agli interessi della giustizia.
“La legge non è un codice punitivo astratto”, aggiunge Di Stefano, “ma uno strumento al servizio dell’umanità. Continuare le incriminazioni mentre le parti costruiscono la pace significherebbe tradire lo spirito stesso dello Statuto di Roma.”
La richiesta: un’iniziativa multilaterale
Il parere propone un percorso articolato in sei fasi, che include:
- Iniziativa diplomatica di uno Stato neutrale (come Svizzera o Norvegia) o del Segretario Generale ONU, con una comunicazione ufficiale alla CPI ai sensi dell’articolo 15(2);
- Revisione del Procuratore in base all’articolo 53(2)(c), per stabilire se la prosecuzione dei processi serva ancora gli interessi della giustizia;
- Decisione della Camera preliminare per dichiarare cessata l’efficacia dei mandati;
- Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU ai sensi dell’articolo 16, che sospenda le indagini per periodi rinnovabili di 12 mesi;
- Dichiarazione dell’Assemblea degli Stati Parte a sostegno della discrezionalità del Procuratore;
- Verifica indipendente delle misure di giustizia transizionale, per garantire che la revoca non equivalga a impunità.
Il precedente storico e il principio di riconciliazione
Nel testo si richiama la giurisprudenza internazionale sui processi di riconciliazione post-conflitto: dal Sudafrica dell’Apartheid alla Lomé Peace Accord in Sierra Leone, fino alla Special Jurisdiction for Peace colombiana. Tali precedenti, osserva Di Stefano, “hanno dimostrato che la giustizia restaurativa e la verità riconciliativa possono soddisfare i diritti delle vittime meglio di processi penali che rischiano di riaccendere la guerra.”
La logica è quella della giustizia transizionale, riconosciuta dalle Nazioni Unite nel rapporto del 2004 The Rule of Law and Transitional Justice in Conflict and Post-Conflict Societies: pace e giustizia non sono antagonisti, ma complementari.
“Il diritto internazionale ha un fine supremo: preservare la pace e la vita umana. Se il perseguimento penale di capi politici o militari minaccia l’accordo raggiunto, allora la prosecuzione diventa un abuso del processo”, si legge nel parere.
L’appello da Monaco e Roma
Di Stefano, citando Monaco come sede simbolica di neutralità e diplomazia, ha ribadito che il Principato “può fungere da interlocutore privilegiato per la presentazione formale alla Corte Penale Internazionale e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una richiesta congiunta di sospensione dei mandati”.
“La comunità internazionale non può pretendere riconciliazione e allo stesso tempo mantenere in vita ordini di arresto che rendono impossibile l’attuazione della pace. La revoca dei mandati è una condizione preliminare per la fiducia reciproca e per la ricostruzione.”
Secondo l’autore, la rimozione dei mandati non comporta il perdono delle colpe, ma il riconoscimento che “la giustizia deve essere adattata alle nuove circostanze politiche e umanitarie.” In tale prospettiva, il documento propone anche la creazione di una Commissione di Verifica della Giustizia Transizionale, incaricata di monitorare la piena applicazione delle misure di verità e riparazione previste dall’accordo.
Il significato politico
L’iniziativa di Di Stefano arriva in un momento in cui la comunità internazionale plaude al cessate il fuoco permanente e alla costituzione di un Consiglio Congiunto Israelo-Palestinese per la Sicurezza e la Ricostruzione di Gaza. Tuttavia, la persistenza di mandati d’arresto contro dirigenti di entrambe le parti — inclusi funzionari israeliani e membri di Hamas — rischia di paralizzare i meccanismi di cooperazione previsti.
Analisti a Ginevra e L’Aia hanno definito la proposta “un test decisivo per la maturità istituzionale della CPI”.
Un diplomatico europeo, che ha richiesto l’anonimato, ha commentato:
“Non si tratta di cancellare la memoria del dolore, ma di evitare che la giustizia penale diventi una barriera alla pace. Il documento Di Stefano offre una via giuridica concreta e coerente con lo Statuto di Roma.”
Diritto, morale e futuro
Il testo sottolinea che “la sospensione dei mandati di arresto non costituisce impunità, ma un temporaneo e condizionato riequilibrio fra giustizia e pace.” Qualora le parti violassero l’accordo, il Procuratore potrebbe riattivare immediatamente i procedimenti.
La conclusione dell’Advisory Opinion, firmata a Monaco il 10 ottobre 2025, sintetizza il principio guida:
“La revoca di questi mandati non cancella il passato; consente il futuro. La legge deve essere strumento di riconciliazione, non di vendetta.”
Prospettive
Nei prossimi giorni, si prevede che il documento sarà trasmesso ufficialmente alla Corte Penale Internazionale, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all’Assemblea degli Stati Parte dello Statuto di Roma, insieme a una richiesta formale di esame ai sensi dell’articolo 53.
Fonti diplomatiche a Bruxelles hanno confermato che diversi Paesi europei e mediorientali sono favorevoli a sostenere un’iniziativa di sospensione temporanea delle procedure, definendola “un passo indispensabile per consolidare la pace.”
Conclude Di Stefano:
“Se la legge non può costruire la pace, allora non serve. È tempo che la comunità internazionale scelga la riconciliazione, non la rappresaglia. L’umanità non ha bisogno di nuovi tribunali, ma di nuova fiducia.”













