Sud. A tutt’oggi ci sono terapie intensive di Bari, Campobasso e altri ospedali meridionali che ospitano pazienti trasferiti dal Nord, e non viceversa.
Di questa mappa epidemiologica non può non tenersi conto adesso che ci si propone di programmare una riapertura parziale, disegnando una strategia della fase due centrata su cinque punti: 1) distanziamento sociale e obbligo di mascherine; 2) rafforzamento della medicina di territorio per individuare e isolare, attraverso un più largo uso dei tamponi, i positivi e i loro contatti; 3) apertura di ospedali deputati a trattare solo i malati di Covid; 4) impiego dei test sierologici per verificare le condizioni di immunità della popolazione; 5) tracciamento dei contatti e telemedicina per seguire i pazienti attraverso un’apposita app.
Il dibattito sulla tempistica della fase due ha fin qui evidenziato una divergenza temporale: c’è chi vorrebbe sciogliere una parte dei vincoli dopo Pasqua, chi aspetterebbe maggio, chi addirittura non lo farebbe prima di giugno. I numeri qui riportati suggeriscono di sostituire la discriminante del tempo con quella geografi ca. La riapertura non può prescindere dalle diverse condizioni del Nord, che ha il 45 per cento della popolazione e l’80 per cento di tutti i contagiati fin qui censiti, e del Centrosud, dove le percentuali si ribaltano: gli abitanti arrivano al 55 per cento e i malati sono solo il 20 del totale.
Queste differenze raccontano un Paese che aspetta, chiuso nella morsa dei divieti, che la Lombardia spenga l’incendio divampato nei suoi ospedali. Sarebbe un paradosso che, di fronte all’ipotesi di una ripresa delle attività, la geografi a del virus fosse ignorata.
Eppure accade di sentire qualche epidemiologo, come Vittorio Demicheli sul Corriere della Sera di ieri, sostenere che «il differenziamento geografico non ha senso», e che anzi «la riapertura dovrebbe iniziare dalla Lombardia, perché ha una percentuale di immuni superiore a quella della Sardegna».
Di fronte a simili affermazioni, il cittadino profano può convincersi che perfino la scienza è un’opinione, a cui non sono estranei pregiudizi culturali, rivendicazioni identitarie, o rivalità ideologiche. Una volta tanto non resta che sperare nella politica. A cui compete una decisione che compari gli obiettivi epidemiologici con i costi sociali ed economici del Paese.
Fonte: Alessandro Barbano – Corriere dello Sport













