Ennesima puntata della serie «Il calcio ai tempi del non-calcio». La situazione è brutta e per una volta non parliamo di serie A, Uefa, ricchi premi e cotillon. Ci tuffiamo un po’ più in basso, nel purgatorio della Lega Pro e della serie D, laddove il pallone è sempre rotondo e si gioca comunque in 11, ma per il resto… siamo all’altro mondo. Per capirci: da queste parti il virus punta a fare strike. E parliamo di club che rischiano di saltare e di decine e decine di lavoratori (calciatori, dipendenti, magazzinieri ecc…) che sono tutto tranne che “privilegiati”.
Scordatevi il glorioso calcio Anni ’80 e ’90, quello dei miliardari (in lire) in serie A e dei mega stipendi in B e C. Ora il calciatore-tipo di terza serie porta a casa un salario che è di poco supera l’idea di “normalità”. Sempre se lo prende, tra l’altro, perché negli ultimi anni – e anche in assenza di virus -, qua e là in giro per l’Italia c’è chi a metà stagione ha smesso di incassare e buonanotte ai suonatori.Ci sono le eccezioni, per carità, ma sono per l’appunto, eccezioni. E voi direte: «Ognuno ha i suoi problemi» e in effetti è così, in assenza di correttivi però è possibile che molti tra gli attuali professionisti debbano trovare un’altra occupazione.
Ma lasciamo la parola al presidente dell’Aic, Damiano Tommasi, prima di riprenderla per svelare clamorose (si fa per dire) verità. Ecco Tommasi: «Il Monza taglia gli stipendi del 50%? Sono accordi che singolarmente i club stanno iniziando a cercare con i loro tesserati. Quello di cui stiamo parlando riguarda i redditi più bassi. Soprattutto in Lega Pro, Serie D e nel calcio donne ci sono giocatori che mantengono la famiglia con stipendi molto bassi che rischiano oggi di non venire rispettati per la crisi. Il tentativo è capire se le risorse che si riescono a recuperare dal sistema possono aiutare ad avere una tutela di questi stipendi più bassi, senz’altro non paragonabili a quelli dei grandi campioni. Il 70% dei giocatori di Lega Pro guadagna meno di 50 mila euro lordi».
Ed ecco a voi la “grande rivelazione”.
In Serie D ci sono circa 160 squadre. Benissimo. Non siamo tra i professionisti e, infatti, molti tra i calciatori hanno anche una seconda occupazione (a rischio pure quella, tra l’altro). Molti,ma moltissimi altri no: ci si allena cinque volte a settimana, spesso di pomeriggio, si viene pagati poco, un po’ ovunque con formule che riassumeremo con questo giro di parole: «Oggi ti prendi questa somma, domani vediamo come va il campionato e decidiamo». E se il campionato va bene vanno avanti a pagarti, altrimenti si procede con i “tagli” e arrivederci. Questo in condizioni di normalità, figuratevi sotto regime di virus. Diciamola tutta: la stagione dalla Serie D in giù – salvo miracoli – è terminata e questo significa che una marea di ex pedatori non avranno un lavoro, ma probabilmente neppure un sussidio. Del resto una scusa è già pronta: mica sono professionisti…
Fonte: Fabrizio Biasin – Libero













