di Francesca Raguso
La Settimana Santa a Taranto, per i tarantini — ma ancora di più per chi è confratello o consorella, come chi scrive — è un momento profondamente atteso e sentito, soprattutto da chi vive la fede con devozione autentica.
Tutto inizia con la Domenica delle Palme, quando nell’aria si avverte già quella sensazione dolce e, perché no, anche “dondolante”, che ti attraversa al solo ascolto delle prime marce. Poi arriva finalmente il Giovedì Santo.
Quest’anno il tempo non è stato clemente: le prime coppie di confratelli, impegnate nel pellegrinaggio tra città nuova e città vecchia, sono uscite sotto una pioggia incessante. Ma la pioggia non spaventa chi, fin da piccola, è stato abituato a vivere questi Misteri — e ancora meno chi, come me, li vive oggi da consorella.
Alle 15:00 ero già lì, davanti a quel portone, a fare avanti e indietro tra le varie poste, prima di prendere parte alla Messa in Coena Domini. Una celebrazione ancora più intensa perché vissuta anche attraverso i miei figli: uno come ministrante, l’altro scelto dagli scout per rappresentare uno dei discepoli nella lavanda dei piedi.
Poi l’attesa della mezzanotte, quando dovrebbe uscire la processione dell’Addolorata. Ma ancora una volta la pioggia ha la meglio, ritardando tutto. Solo verso le 4:00 concede tregua, lasciando spazio perfino al sole. E così, alle 7:00, sono già sul ponte ad aspettare il suo arrivo: il cuore accelera, le lacrime scorrono, e in una rosa affido le mie preghiere e quelle delle persone che amo.
Non c’è tempo per riposare. Alle 18:00 del Venerdì Santo sono già fuori casa, da un’amica, per vivere la processione dei Misteri — quella che senti ancora più profondamente, quella in cui ti lasci andare completamente. È lì che cerchi di trasmettere ai tuoi figli le emozioni e la fede che porti dentro.
Quando la processione attraversa via Anfiteatro, senza transenne, riesci davvero a viverla fino in fondo: così come dovrebbe essere, immersa nel popolo.
E poi, quasi senza accorgertene, arrivano le 8:30 del mattino. In quel momento il mondo sembra fermarsi: l’attesa delle tre bussate del Troccolante, il rientro della processione, i volti dei confratelli segnati dalla stanchezza e dall’emozione. È il compimento di un percorso, l’offerta silenziosa della propria fatica e devozione al Signore.
Da fuori tutto questo è difficile da comprendere. Spesso viene etichettato come fanatismo o esibizione. Ma chi lo vive sa che non è così. Lo sai nel profondo, ancora di più da quando sei consorella.
E così ti lasci travolgere fino all’ultimo istante: dal nodo alla gola alle tre bussate, dalle ultime marce alle ultime “nazzicate” dei perdoni e dei portatori, fino alla chiusura del portone dopo l’ingresso dell’Addolorata.
Si chiude così, anche quest’anno, la nostra Settimana Santa. E finché il Signore me ne darà la forza, continuerò a vivere e a tramandare queste tradizioni, con le stesse emozioni che, fin da piccola, mi sono state donate e che ancora oggi mi attraversano completamente.














