di Matteo Di Castri
Dalla stagione vissuta sulla panchina del Taranto fino all’attualità del calcio pugliese. Ciro Danucci si racconta in esclusiva ai microfoni di GiornaleRossoBlu.it, ripercorrendo il suo percorso alla guida della formazione rossoblù nel primo anno di Eccellenza e tornando sui momenti più significativi di una stagione iniziata tra mille difficoltà e conclusa a un passo dalla finale.
Un’esperienza fatta di risultati, cambiamenti, infortuni e situazioni da gestire, ma anche di rapporti personali e professionali che hanno lasciato il segno. Danucci parla del rapporto con l’ex direttore sportivo Danilo Pagni, di Fabio Delvino e Nicola Loiodice, dell’esonero di Giuliatto e di quella chiamata che, dopo quanto fatto sulla panchina rossoblù, avrebbe voluto ricevere.
Un racconto a tutto campo nel quale l’ex tecnico del Taranto ripercorre il passato senza nascondere qualche rammarico, ma anche con la consapevolezza di aver dato tutto in una stagione particolarmente complessa. Lo sguardo si allarga poi al presente e al futuro, con un pensiero inevitabile al Brindisi, piazza che Danucci ha condotto in Serie C nel 2023, e alle protagoniste del calcio pugliese.
La stagione sulla panchina del Taranto
«All’inizio ho accettato questa avventura con tanti punti interrogativi, perché quando ho scelto di sposare il progetto Taranto mancavano pochissimi giorni all’inizio del campionato. La squadra non aveva garanzie, né dal punto di vista tecnico né da quello societario. La società era ancora in piena fase organizzativa e non c’erano certezze praticamente sotto nessun punto di vista.
Io e il mio staff ci siamo buttati a capofitto in questa avventura, cercando di intervenire il più possibile sulle cose sulle quali potevamo incidere. Dovevamo amalgamare velocemente una squadra costruita in pochissimi giorni, con quello che ci offriva in quel momento il mercato.
Molti giocatori erano rimasti fuori da altre dinamiche di mercato e abbiamo cercato di costruire una squadra in fretta, senza avere la possibilità di scegliere realmente i giocatori. Abbiamo cercato di fare il massimo con quelli che avevamo a disposizione.
Soprattutto per quanto riguarda gli under eravamo in netta difficoltà dal punto di vista numerico, perché eravamo davvero pochi. Nonostante tutto, siamo partiti molto bene, ottenendo quattro vittorie consecutive ed eliminando il Brindisi dalla Coppa Italia, con prestazioni importanti.
Abbiamo continuato su quella strada fino al momento del mio esonero. Quando sono stato sollevato dall’incarico eravamo comunque a quattro punti dalla prima in classifica.
Era prevedibile che potessimo avere un calo, perché eravamo una squadra che non aveva una base solida alle spalle e non aveva avuto una preparazione adeguata. A metà novembre, però, la società ha deciso di esonerarmi».
L’esonero e il ritorno a Taranto
«La società non ha tenuto conto di tante variabili e del fatto che di lì a poco si sarebbe riaperto il mercato. Avremmo potuto potenziare una squadra che, nonostante fosse partita con un grosso handicap, si stava comportando bene.
Quando sei sotto contratto subentra anche una questione economica: nel momento in cui rifiuti di rientrare, vai anche a perdere il tuo compenso. Io, però, ero molto sicuro di poter rientrare e fare bene, soprattutto perché c’erano diversi ragazzi che erano stati con me all’inizio e sui quali sapevo di poter fare affidamento.
Con me si erano sempre comportati benissimo, sia in campo che fuori. Quando sono rientrato c’era Pagni, che aveva operato tantissimo sul mercato. La squadra era stata completamente rivoluzionata e ho trovato una situazione molto diversa rispetto a quella che avevo lasciato.
Quando ero andato via il Taranto era una squadra anche dal punto di vista dell’animo. Al mio ritorno, invece, ho trovato un Taranto in grande difficoltà: i risultati non arrivavano, c’erano tanti giocatori, ma mancava l’affiatamento e non c’era un’idea comune.
È stato tutto più complicato, ma lavorando sapevo che potevamo venire a capo della situazione. E così è stato, perché secondo me abbiamo fatto un grandissimo percorso.
L’unico vero neo sono stati i tantissimi infortuni che abbiamo avuto e che ci hanno poi penalizzato anche nella partita di ritorno contro il Bisceglie in Coppa Italia. Siamo andati a giocare con dodici infortunati e tre squalificati. Avere quindici persone fuori naturalmente influisce molto».
La sfida contro il Bisceglie
«Eravamo davvero contatissimi. Basti pensare che in panchina c’erano diversi juniores. In quella partita, per esempio, Loiodice è venuto in panchina dopo essersi allenato soltanto per un giorno e mezzo, a seguito di uno stop di oltre un mese.
Come lui, tanti altri giocatori erano in condizioni non ottimali. Siamo stati sfortunati ad arrivare a quella partita di Coppa in quelle condizioni, con giocatori molto importanti fuori.
Poi abbiamo metabolizzato la sconfitta. È stata una sconfitta immeritata, perché la partita d’andata, se fosse finita 5-1, non ci sarebbe stato nulla da dire. Riuscimmo a ribaltare il risultato nonostante la partita fosse iniziata subito in salita per l’infortunio tecnico di Rizzo sul loro gol.
La partita di ritorno è stata invece molto equilibrata e si è sbloccata nel secondo tempo a causa di una nostra disattenzione. Sono state due partite ben giocate, naturalmente nella gara di ritorno, con i giocatori che avevamo a disposizione, tutto è stato più complicato.
Dopo quella delusione, credo che molti, anche all’esterno, non credessero più nella possibilità di salire e anche arrivare ai playoff era diventato quasi proibitivo. Non parlo dei giocatori, ma dell’ambiente che ci circondava.
Quando sono rientrato eravamo a tredici punti dalla prima e a dodici dalla seconda, con Brindisi e Bisceglie molto vicine. Era pura utopia pensare alla vittoria del campionato e, a un certo punto, anche alla partecipazione ai playoff.
Nonostante questo, nel girone di ritorno abbiamo avuto una media punti molto importante, pressoché vicina a quella del Brindisi. È stato molto complicato, ma alla fine siamo riusciti a raggiungere i playoff, inanellando una serie di risultati importanti.
Siamo arrivati bene alla fase decisiva. Abbiamo battuto agevolmente il Canosa in casa, una squadra che già all’epoca era molto forte, poi abbiamo giocato la semifinale contro l’Apice, ribaltando in casa il risultato dopo essere passati in svantaggio e passando il turno nella partita di ritorno, nonostante ci fossero stati assegnati due rigori contro e un arbitraggio a dir poco rivedibile.
Poi è arrivata la famosa finale contro il Gladiator. All’andata abbiamo fatto veramente bene e avremmo meritato quantomeno di andare in vantaggio.
Il ritorno, invece, è stata una partita stregata. Siamo passati in svantaggio, abbiamo reagito da grande squadra, l’abbiamo raddrizzata, sfiorato tantissime volte il vantaggio, ma purtroppo abbiamo perso all’ultimo minuto per un gol arrivato in maniera molto rocambolesca.
Secondo me abbiamo giocato un’ottima partita, ma siamo stati davvero sfortunati: un gol regolarissimo annullato, tre legni, quattro-cinque occasioni da gol nitide e altrettanti miracoli del portiere».
Il rapporto con Danilo Pagni
«Pagni lo conoscevo da anni, ma non avevo mai lavorato con lui, né da giocatore né da allenatore. Quando sono rientrato, il mercato era già stato completamente fatto dal direttore e io non ho potuto incidere praticamente su nulla.
La squadra veniva da risultati molto negativi. D’altronde, se la lasci a quattro punti dalla prima e la ritrovi a tredici, completamente rivoluzionata, significa che probabilmente quella rivoluzione non ha dato i frutti sperati.
Con il direttore ho sempre avuto un rapporto molto diretto e schietto. Penso di avergli dato una grossa mano perché prima del mio rientro alcune delle scelte fatte sul mercato si erano rivelate non funzionali, la squadra non stava andando bene, mentre dopo il mio ritorno abbiamo ottenuto grandi risultati.
Dal mio punto di vista ho contribuito notevolmente a rivalutare il mercato che era stato fatto.
Era una squadra che aveva dei difetti. Non avevamo dei cambi adatti in determinati ruoli. Se, ad esempio, Loiodice non stava bene, non avevamo in rosa un giocatore con caratteristiche simili alle sue che potesse sostituirlo.
Sarebbe servito un attaccante con caratteristiche diverse, che avesse potuto fare concorrenza ad Aguilera. A centrocampo sarebbe servito magari un giocatore diverso da quelli che avevamo in rosa.
Anche sulla destra, dove di solito giocava Cristian Hadziosmanovic, quando magari avrei voluto farlo riposare o non stava bene non avevamo un vero sostituto.
La squadra aveva qualche lacuna, ma nonostante tutto abbiamo cercato di andare avanti con i giocatori a disposizione, cercando di ottenere il massimo da ognuno di loro.
Il mio rapporto con Pagni è stato molto professionale. Magari qualche volta non siamo stati d’accordo su alcune situazioni, ma comunque è stato un rapporto sempre rispettoso e di stima reciproca.
Io e il mio staff abbiamo cercato di lavorare incessantemente per la causa Taranto, sobbarcandoci anche responsabilità che non ci competevano e penso che abbiamo raggiunto ottimi risultati, soprattutto considerando da dove eravamo partiti.
Se pensiamo che nella mia gestione non abbiamo mai perso fino alla finale, questo dice molto sulla qualità del lavoro che abbiamo fatto. Forse, ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte, se non fossi stato esonerato, avremmo potuto fare qualcosa in più.
Sicuramente, senza il mio esonero, saremmo intervenuti in maniera diversa sul mercato. Avrei avuto la possibilità di incidere sulla costruzione della rosa, cosa che non sono riuscito a fare né la prima né la seconda volta.
La prima volta perché le squadre erano già praticamente tutte fatte, la seconda perché quando sono stato richiamato il mercato era già stato fatto e stava di lì a pochi giorni per chiudersi completamente.
Io sul mercato avrei optato per migliorare la rosa esistente con l’innesto di quattro o cinque giocatori importanti, migliorare il parco under, senza stravolgerla completamente, come invece è stato fatto.
Avrebbe potuto rivelarsi un vantaggio, invece di cominciare nuovamente da zero.
Dopo la finale mi aspettavo un confronto schietto, nel quale mettere in evidenza le cose che erano andate bene e quelle che erano andate meno bene, cercando in maniera costruttiva di ripartire da lì, programmare con calma, senza gli affanni dell’anno precedente.
Invece sono state fatte altre scelte.
La cosa che mi è più dispiaciuta è che l’incontro che ho avuto con Pagni mi è sembrato molto di facciata. Ho avuto la sensazione che quell’incontro sia avvenuto a giochi già fatti e per pura cortesia.
Mi sarei aspettato qualcosa di diverso, anche considerando tutto il percorso fatto e i risultati ottenuti. Nella mia gestione, ripeto, il Taranto ha avuto la stessa media punti del Brindisi. Almeno per questo mi aspettavo di essere preso in considerazione in maniera più consistente».
Il retroscena sulla trattativa e le difficoltà iniziali
«Ho accettato Taranto senza nessuna garanzia, sia dal punto di vista tecnico sia da quello logistico. Abbiamo avuto problemi anche per quanto riguarda il campo dove allenarci e, all’inizio, anche con i tesseramenti.
C’erano diverse problematiche perché la società, in quel momento, non aveva ancora un’organizzazione strutturata. Mancavano un segretario, un team manager e tante altre figure che avrebbero dovuto aiutarci.
Quando siamo partiti, mancava persino un magazziniere e molte volte ci siamo dovuti adoperare anche per dare una mano. Questo la dice lunga su tutto quello che abbiamo vissuto.
Devo dire, però, che in quel momento il direttore di Bari è stato veramente molto presente e vicino e ci ha dato una grandissima mano.
Proprio per far fronte a tutte queste difficoltà si era creato un bel gruppo, molto coeso. Secondo me, se quel gruppo non fosse stato intaccato, sarebbe potuto arrivare lontano».
Nicola Loiodice
«Quando è arrivato Nicola Loiodice, veniva dal Fasano, dove aveva fatto molto bene nella prima parte del campionato, prima di avere un problema fisico.
Quando è arrivato, naturalmente, tutti avrebbero voluto Loiodice, perché negli anni precedenti era stato un giocatore capace di spostare gli equilibri in Serie D. Uno si aspetta quindi che in Eccellenza possa fare completamente la differenza.
Secondo me Nicola ha un po’ sottovalutato la categoria. Quando scegli di affrontare una determinata categoria devi farlo con la testa e con l’atteggiamento giusti. Secondo me lui l’ha sottovalutata un po’.
Nella mia gestione iniziale ha avuto molti problemi fisici, perché si portava dietro il problema che aveva avuto nella parte finale della sua esperienza a Fasano. In più c’era anche la questione della Kings League.
Dal punto di vista mentale era un po’ in confusione, sempre in viaggio, e sicuramente quella situazione non lo ha aiutato, così come dal punto di vista fisico il continuo cambio di superficie sulla quale giocava.
Si allenava poco e, dopo qualche prestazione opaca, ho preso in mano la situazione. Ho cercato di coinvolgerlo e, allo stesso tempo, anche in maniera dura e diretta, di metterlo davanti all’evidenza.
Ho cercato di fargli capire che non bastava il talento e che doveva allenarsi di più, con maggiore intensità, e fare una vita più regolare.
Nella parte finale del campionato, soprattutto nelle ultime sette-otto partite, aveva raggiunto uno stato di forma accettabile. Non era ancora il Loiodice che eravamo abituati a vedere negli anni precedenti, ma era comunque un giocatore che poteva darci una mano. Infatti, ha fatto meglio rispetto alla prima parte della stagione.
Poi c’è stato l’episodio della partita contro il Gladiator. Secondo me, nel momento in cui si decide di ripartire con Loiodice, bisognava farlo davvero, dandogli la possibilità di lasciarsi alle spalle quello che era successo l’anno precedente.
O lo tieni e cerchi di proteggerlo, coinvolgendolo nel modo giusto e facendolo allenare nella maniera corretta, oppure prendi un’altra decisione. Invece, gli è stata tolta subito la fascia di capitano ed è stato messo in discussione già nella prima partita di campionato.
Nicola a un certo punto ha completamente staccato la spina.
Naturalmente tutti ci aspettavamo molto di più da lui, ma penso che lo sappia bene anche lui. A volte ci sono dei matrimoni che poi non si rivelano così felici.
Il Taranto si aspettava di più da lui e lui stava attraversando una fase della sua carriera, anzi, della sua vita in generale, nella quale stava facendo un po’ di fatica.
Non mi aspettavo però che il Taranto lo cedesse nel suo stesso girone, al Trani, che in questo momento, per quello che dice la classifica, è una delle pretendenti alla vittoria finale.
Nicola è un giocatore che, se decide di farlo, può sicuramente alzare notevolmente il livello di una squadra. Mi aspettavo che tornasse in Serie D con qualche squadra e mi ha sorpreso un po’ il suo approdo a Trani.
Il Taranto ha cercato di ricostruire diverse volte il rapporto con Nicola. Ho sentito anche alcuni audio che erano circolati, nei quali sembrava non sentirsi a suo agio.
Penso quindi che lasciare Taranto sia stata una soluzione migliore sia per lui sia per il Taranto».
Fabio Delvino
«Fabio è un ragazzo splendido e un giocatore molto affidabile. Con me ha fatto bene la prima parte della stagione, poi, dopo il mio rientro, ha avuto qualche problema di pubalgia. È tornato e ha disputato alcune partite.
È molto affidabile, sia in campo che fuori. È un valore aggiunto anche come uomo spogliatoio, uno su cui puoi contare in ogni momento».
L’esonero di Giuliatto e quella chiamata mai arrivata
«Sinceramente mi aspettavo di essere contattato. Anche perché dell’anno scorso sono rimasti sette-otto giocatori che con me avevano fatto molto bene.
Poteva essere una scelta più conservativa e semplice, considerando che sarei arrivato conoscendo l’ambiente e gran parte della rosa. Molti giocatori li avevo già allenati, altri li avevo comunque incontrati da avversari.
Mi aspettavo di essere contattato anche considerando il percorso fatto, sia dal punto di vista numerico della media punti sia per la qualità del gioco espresso dal Taranto nella mia gestione.
Una chiamata, devo dirlo sinceramente, me l’aspettavo».
La rosa attuale del Taranto
«La rosa del Taranto, dal punto di vista dei nomi, è una rosa fuori categoria.
Pensiamo che molti di questi giocatori l’anno scorso erano in squadre costruite per vincere o che hanno vinto il campionato. Però molte volte i nomi da soli non bastano: serve comunque dare un’organizzazione importante alla squadra e costruire un gruppo solido.
Nelle prime partite ho visto, per quello che si può vedere dall’esterno, una squadra non brillantissima. Magari stava pagando i carichi di lavoro o il caldo, ma ho visto una squadra un po’ spenta, sia fisicamente che dal punto di vista delle idee.
Non ho visto una squadra tosta, caratteristica fondamentale per vincere i campionati. Naturalmente ora è tutto in divenire e anche il lavoro del nuovo allenatore potrà cambiare tante cose.
Dal punto di vista della rosa, però, il Taranto ha due giocatori per ruolo. Pensiamo che fino alla scorsa giornata in tribuna ci andava Delvino, che ha oltre 300 partite in Serie C, oppure giocatori come Perretta e Potenza, che l’anno scorso all’Apice hanno fatto molto bene.
Parliamo quindi di una rosa molto ampia, che naturalmente deve essere gestita nel modo giusto. Gestire tanti calciatori, tutti di un certo livello e una storia importante alle spalle, non è facile».
«Allenare il Taranto è stato un onore»
«Per me è stato un onore allenare il Taranto, l’ho sempre detto, anche se avrei voluto farlo in un’altra categoria e soprattutto allenarlo per una volta in condizioni normali, con i tempi giusti: preparazione, ritiro e mercato.
Detto questo, per me è stato un onore e un’avventura professionale importante.
La pressione è una cosa normale quando si allenano certe squadre, ed è anche una cosa positiva che ti spinge sempre a dare il massimo e a curare ogni dettaglio. Del resto Taranto, con la sua storia, con la sua passione, con il suo seguito, non può non mettere pressione.
Poi, ovviamente, allenare la squadra della tua città ti riempie d’orgoglio e posso dire senza alcun dubbio che io e il mio staff abbiamo dato il massimo, affrontando tante difficoltà e cercando in tutti i modi possibili di superare i tanti ostacoli che si sono presentati lungo il cammino».
I contatti in estate e il futuro
«La mia priorità è stata dare disponibilità al Taranto, qualora si fosse deciso di continuare sulla strada intrapresa.
Io sono sceso in Eccellenza, non avendo mai allenato in categoria, solo perché era il Taranto e perché la squadra della mia città, in quel momento complicato, ne aveva bisogno.
Sono un allenatore che in Serie D ha avuto sempre ottimi risultati: il sesto posto con il Nardò, i playoff con il Fasano, la vittoria con il Brindisi, portandolo in Serie C, e poi la Fidelis Andria.
Sono sceso in Eccellenza solo per il Taranto e perché aveva bisogno di una mano per ripartire. Voglio tornare in Serie D e spero di farlo quanto prima».
Il Brindisi e il derby contro la Virtus Francavilla
«A Brindisi sono stato benissimo. Ho avuto la fortuna di vincere la Serie D dopo 33 anni e quando parlo del Brindisi lo faccio con grande malinconia, perché è una piazza dove mi sono trovato bene.
Stasera c’è questo derby. Ho visto bene la Virtus Francavilla, anche se non ha investito come gli anni scorsi, ha comunque la voglia di fare bene in campionato.
Il Brindisi ha speso molto, costruendo una buona rosa e affidandosi a un ottimo allenatore. L’inizio non è stato perfetto, con una sconfitta, ma credo possa fare bene.
Mi aspetto una gara molto maschia e intensa.
Per quanto riguarda la Serie D, le protagoniste potrebbero essere il Brindisi, la Turris, il Bisceglie e l’Andria, considerando il mercato fatto. Poi ci sono le outsider, come la Virtus Francavilla, il Gravina, la Nocerina e l’Aversa Normanna».
Un futuro ancora in panchina
Quello di Ciro Danucci è un racconto che parte da Taranto, ma attraversa gran parte del suo percorso nel calcio pugliese. Dalle difficoltà di una stagione iniziata in fretta e tra mille ostacoli fino alla rincorsa verso i playoff, passando per rapporti, scelte e uomini che hanno lasciato il segno, emerge il ritratto di un’esperienza intensa, complessa e significativa.
Dalle sue parole emerge anche il rammarico per alcune scelte compiute nel corso della stagione e, soprattutto, per quella chiamata che dopo l’esonero di Giuliatto non è arrivata. Danucci, però, guarda avanti.
L’obiettivo è chiaro: tornare in Serie D e riprendere il cammino dalla panchina. Il legame con Taranto e con le piazze che hanno accompagnato la sua carriera resta forte.
Perché nel calcio, spesso, non c’è molto tempo per fermarsi a guardare indietro: una stagione finisce e subito si apre una nuova sfida, con nuove responsabilità e nuove storie da raccontare.















