Colgo, come Presidente dell’ASI, la preoccupazione dei lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto per la situazione di incertezza che si è creata intorno al centro siderurgico, senza trascurare il grido di allarme dei cittadini e delle associazioni impegnate nella difesa della salute.
Il Tribunale di Milano potrebbe già nei prossimi giorni, applicando la sentenza della Corte di Giustizia Europea dello scorso anno, decidere lo stop alla produzione e all’attività della fabbrica. Da qui l’urgenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, affinché gli attori istituzionali firmino un accordo di programma propedeutico al rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
Si tratta di una corsa contro il tempo che rischia di far dimenticare l’obiettivo principale: operare “pro Taranto”, affrontando e risolvendo le numerose criticità ambientali, sanitarie e sociali che la comunità sta pagando.
In questo senso, fanno bene il Sindaco di Taranto Pietro Bitetti, il Presidente della Provincia Giancarlo Palmisano e il Sindaco di Statte Fabio Spada a chiarire al Governo che l’accordo di programma non può prevedere alcuna delega in bianco, né tantomeno si può fare pressione sulle istituzioni locali evocando come minaccia il rischio di chiusura senza prescrizioni precise.
Premesso ciò, non si può continuare a operare in modo divisivo, scaricando responsabilità, ma è necessario, nel rispetto del territorio, lavorare per garantire soluzioni attraverso una visione chiara, una programmazione precisa e un’azione efficace.
L’Accordo di Programma Interistituzionale è sicuramente lo strumento più adatto per definire con serietà chi deve fare cosa, in che modo e in quali tempi avviare e completare il processo di decarbonizzazione degli impianti, un passaggio non più rinviabile se vogliamo tutelare la salute e garantire il lavoro, due facce della stessa medaglia.
Occorre però considerare diversi aspetti fondamentali:
- quello industriale, con le implicazioni relative alla manutenzione, alla condizione dei dipendenti, all’accordo imprescindibile con le parti sindacali e ai rapporti con gli altri soggetti coinvolti;
- quello ambientale, che si concentra su bonifiche e AIA, quest’ultima con particolare attenzione alla recente e poco convincente richiesta di revisione, soprattutto alla luce del D.Lgs. n. 5 del 30 gennaio 2025 riguardante la Valutazione Ambientale e del Danno Sanitario (VAS), che verrebbe affidata ai gestori dell’impianto, cioè controllori e controllati, mentre sarebbe più opportuno affidare tale compito a un organismo terzo competente;
- quello urbano, che prevede tutele per l’indotto locale, sostegno alla comunità, arretramento dal porto e dalla città, e investimenti nella ricerca (Tecnopolo, università, ecc.);
- quello finanziario, che riassume le opportunità economiche disponibili (PNRR, CIS, ZES, JTF), oltre agli ammortizzatori sociali da impiegare;
- quello operativo, che definisce i dettagli dell’accordo quali durata, cabina di regia, revisioni e gruppi di lavoro.
È necessario inoltre porre particolare attenzione alle clausole giudiziali e risolutive, indispensabili per inquadrare l’accordo anche alla luce di questioni preesistenti come il sequestro degli impianti, chiarendo quali soggetti dovranno contribuire alla stesura dell’accordo, suddivisi nei diversi livelli governativi, locali, socio-economici e tecnico-scientifici.
Questa emergenza richiede impegni precisi, che includano:
- l’inserimento nel bilancio dello Stato di un fondo di circa 4 miliardi di euro, somma stimata per il risanamento funzionale dell’impianto, sia per la componente ambientale sia per quella tecnologica;
- la gestione del centro siderurgico, per almeno cinque anni, da parte di un sistema di partenariato pubblico-privato.
Queste misure rappresenterebbero la garanzia di una reale volontà di intraprendere un percorso di transizione ecologica che salvaguardi salute, ambiente e produzione in tempi ragionevoli, e non entro il paventato 2039.
Ognuno deve quindi fare la propria parte in modo propositivo e costruttivo, senza tatticismi o strategie dilatorie, perché la transizione ecologica, già avviata nella nostra città, non può subire arresti. La comunità jonica e i suoi interessi ambientali, occupazionali e industriali non possono più essere ostaggio di una politica approssimativa e procrastinatrice.
Giustizia ambientale e sociale devono essere i capisaldi dell’azione programmatica che i diversi attori istituzionali devono elaborare a ogni livello, tenendo conto dei bisogni della città, del rapporto con la comunità e delle indicazioni inderogabili delle politiche europee.














