Il mondo del calcio piange la scomparsa di Mircea Lucescu, morto a 80 anni a Bucarest a seguito di un infarto che lo aveva colpito nei giorni scorsi. Figura simbolo del calcio romeno e protagonista assoluto anche a livello internazionale, lascia un’eredità fatta di successi, innovazione e profonda cultura sportiva.
In Romania era considerato una vera icona, al pari di Gheorghe Hagi, ma Lucescu ha saputo lasciare il segno anche in Italia, dove ha allenato Pisa Sporting Club, Brescia Calcio e Inter. Proprio il club nerazzurro lo ha ricordato come «uno dei tecnici più autorevoli e rispettati del panorama internazionale», capace di distinguersi per visione, carisma e competenza.
Una vita interamente dedicata al calcio: da giocatore, con una carriera iniziata nel 1963, fino al passaggio in panchina nel 1982. Fino all’ultimo, Lucescu ha vissuto il calcio con passione assoluta: lo scorso 26 marzo aveva guidato la nazionale romena nella sfida playoff mondiale contro la Turchia allenata da Vincenzo Montella, nonostante le condizioni di salute precarie. «Non posso andarmene da codardo», aveva dichiarato.
Pochi giorni dopo, un nuovo malore lo aveva costretto al ricovero. Sembrava fuori pericolo, ma un infarto lo ha portato al coma, spegnendo ogni speranza.
Da calciatore fu bandiera della Dinamo Bucarest, con cui conquistò sette titoli nazionali, e protagonista con la nazionale romena, partecipando ai Mondiali del 1970 in Messico da capitano, affrontando squadre leggendarie come il Brasile di Pelé e l’Inghilterra di Bobby Moore.
Ma è da allenatore che ha scritto le pagine più importanti della sua carriera. Ha guidato la Romania agli Europei del 1984 e, nel corso degli anni, ha collezionato successi in tutta Europa, vincendo con club come Galatasaray, Beşiktaş, Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev. In totale, 37 trofei che lo rendono uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio.
Importante anche il suo passaggio in Italia: al Pisa, nella stagione 1990-91, portò la squadra sorprendentemente in vetta alla classifica; al Brescia conquistò la promozione in Serie A nel 1992, mentre all’Inter raggiunse i quarti di finale di Champions League prima delle dimissioni nel 1999.
Numerosi i messaggi di cordoglio arrivati da club, ex giocatori e colleghi. Tra gli ultimi, proprio Vincenzo Montella, che lo aveva abbracciato a lungo prima e dopo la sfida playoff.
Con la sua scomparsa, il calcio perde non solo un grande allenatore, ma un uomo capace di incarnare valori di eleganza, passione e dedizione, lasciando un segno indelebile nella storia di questo sport.














