di Luca Chianura
«Alle cinque della sera» è una delle poesie più celebri del compianto Federico García Lorca. E in questo sabato qualunque, parafrasando «Un sabato italiano» di Sergio Caputo, brano del 1983, diventato per certi versi un mercoledì qualunque e, soprattutto, un mercoledì tarantino, arriva l’ennesimo capitolo di una storia che nella nostra città sembra ripetersi con inquietante puntualità.
Il nuovo episodio porta la firma del presidente del Taranto, Sebastiano Ladisa, intervenuto in diretta alla trasmissione «Fuoricampo» di Canale 7. Il massimo dirigente rossoblù ha espresso parole durissime nei confronti dell’amministrazione comunale, contestando quello che ha definito un atteggiamento caratterizzato dall’invio di lettere dal contenuto, a suo giudizio, intimidatorio.
Ladisa ha inoltre stigmatizzato l’assenza del sindaco e degli assessori alla gara Taranto-Novoli del 27 settembre, serata che ha segnato il ritorno del calcio rossoblù allo stadio Erasmo Iacovone dopo 644 giorni. Il presidente ha quindi annunciato che, almeno per il momento, lui e il fratello Vito non saranno presenti alle partite interne, scegliendo di seguire la squadra in trasferta.
«Stiamo profondendo impegno, sudore e ingenti somme per il Taranto», ha sottolineato Ladisa, manifestando il proprio disagio per una situazione nella quale la proprietà sostiene di non sentirsi accolta all’interno della propria città.
Tra gli episodi contestati anche la mancata concessione dell’area hospitality dello Iacovone per la consegna delle maglie ai primi cento sottoscrittori dell’abbonamento per la stagione 2026-2027. Una vicenda che, secondo il presidente rossoblù, rappresenterebbe un ulteriore segnale di un rapporto ormai deteriorato.
La proprietà, tuttavia, ha ribadito di voler proseguire il proprio impegno: «Continueremo a fare calcio in città finché avremo entusiasmo e motivazioni».
Una storia che viene da lontano
Il problema, però, non nasce oggi.
I rapporti tra il calcio tarantino e la politica locale hanno conosciuto, nel corso dei decenni, momenti di collaborazione ma anche di forte contrapposizione. Una storia fatta di società, presidenti, amministrazioni comunali, fallimenti, ripartenze e occasioni spesso perdute.
Nel 1984 i compianti Pignatelli e Semeraro chiesero sostegno alle istituzioni comunali e al mondo imprenditoriale. Secondo la ricostruzione di quegli anni, quel sostegno non arrivò in maniera sufficiente. L’AS Taranto fallì l’anno successivo e il calcio rossoblù, dopo la retrocessione in Serie C, ripartì con il Taranto FC presieduto dall’ingegnere Vito Fasano, anch’egli scomparso.
Nel 1993 arrivò un’altra pagina drammatica: il Taranto FC fu radiato dall’allora presidente della FIGC, Antonio Matarrese. La società fu costretta a ripartire dal Campionato Nazionale Dilettanti e assunse la denominazione Taranto Calcio 1906.
Anche quella esperienza fu segnata da tensioni e contrapposizioni. Nel 1998, durante una fase caratterizzata da forti diatribe tra l’amministrazione guidata da Giancarlo Cito e la dirigenza composta da Bitetti, Comegna e Ruta, la società arrivò alla liquidazione coatta amministrativa. Il titolo sportivo cambiò quindi denominazione in Arsenal Taranto, presieduto da Emanuele Papalia, storico presidente di Ascom Confcommercio.
Nell’ottobre 2004 un altro terremoto. Il Taranto Calcio di Ermanno Pieroni venne dichiarato fallito durante il campionato di Serie C2. Nel dicembre dello stesso anno Gigi Blasi, noto imprenditore di Manduria, rilevò il titolo sportivo dal Tribunale di Taranto.
La nuova società, la Taranto Sport, conquistò la salvezza nel playoff di Ragusa nel giugno 2005. Ma anche in quel caso i rapporti con l’amministrazione comunale non furono semplici.
L’era Blasi fu caratterizzata da forti contrasti con l’amministrazione guidata da Ippazio Stefano sull’utilizzo dello stadio di via Lago di Como. Nel novembre 2007 l’assessore ai Lavori pubblici Alfredo Spalluto dispose la chiusura dell’impianto, provocando la reazione della dirigenza e della tifoseria rossoblù.
D’Addario, Blasi e una nuova ripartenza
Nel settembre 2009 Gigi Blasi cedette il Taranto a Enzo D’Addario, imprenditore fortemente sostenuto e apprezzato da una parte del mondo politico cittadino. Furono annunciati progetti ambiziosi, con riferimenti alla Serie A e persino alla Champions League.
Ma anche quella parabola terminò senza il risultato auspicato.
Nel 2012 l’AS Taranto Calcio, penalizzato di sette punti per inadempienze amministrative, perse il playoff per la Serie B contro la Pro Vercelli e, tra lo stupore generale, non si iscrisse al successivo campionato di Lega Pro.
Ancora una ripartenza, questa volta dalla Serie D, con il Taranto FC 1927.
Da allora il calcio tarantino ha continuato a muoversi tra Serie D e Serie C, tra ambizioni, difficoltà economiche, cambi societari e occasioni sfumate.
Il 7 marzo 2025 è arrivata un’altra svolta drammatica, con l’esclusione della società presieduta da Massimo Giove dal calcio professionistico.
Nell’estate dello stesso anno il Taranto è ripartito dal Campionato Regionale di Eccellenza, con il titolo sportivo assegnato dal sindaco Piero Bitetti alla famiglia Ladisa.
Lo sport dovrebbe unire
Ed è proprio qui che la storia torna al presente.
Lo sport dovrebbe essere un veicolo di valori, lealtà, motivazioni, condivisione, aggregazione e partecipazione sociale. Dovrebbe rappresentare uno spazio nel quale una comunità riesce a riconoscersi, al di là delle appartenenze politiche e delle divisioni.
Dovrebbe, soprattutto, rimanere il più possibile lontano dalle contrapposizioni politiche, dalle ingerenze, dalle divisioni tra guelfi e ghibellini, dalle speculazioni e da quelle dinamiche che finiscono per trasformare ogni questione in una guerra di posizione.
Per questo, a stretto giro di posta, il Comune di Taranto, la SS Taranto Calcio, il Commissario straordinario per i Giochi del Mediterraneo Massimo Ferrarese e Global Legends dovrebbero trovare una strada per il dialogo concreto.
La città e il popolo rossoblù hanno il diritto di conoscere con chiarezza quale sarà il futuro dello stadio Erasmo Iacovone, come verranno gestite le strutture sportive cittadine e quali saranno i rapporti tra istituzioni, società e soggetti coinvolti.
Non servono altre schermaglie.
Servono risposte.
«È l’ora dei fatti»
È arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.
Basta con le polemiche, le contrapposizioni e le fibrillazioni. Così non si va da nessuna parte.
Il Taranto ha bisogno di serenità per affrontare il proprio percorso sportivo. La società ha bisogno di interlocutori istituzionali. Il Comune ha il dovere di tutelare l’interesse pubblico e il patrimonio della città. E tutti devono rispettare le regole e le rispettive competenze.
Ma la politica cittadina ha davanti anche questioni enormemente più grandi dello sport.
Vorremmo che il sindaco Piero Bitetti assumesse una posizione forte e chiara sulla vicenda ex Ilva, sulla situazione di Kyma Ambiente, ex Amiu, alle prese con una massa debitoria indicata in circa 45 milioni di euro, e sulla situazione dei lavoratori del verde pubblico, per i quali esiste una concreta preoccupazione sul futuro occupazionale.
I cittadini meritano una classe politica capace di far sentire il peso di Taranto nei luoghi nei quali vengono assunte le decisioni che riguardano il territorio: a Roma, a Bari e in tutte le sedi istituzionali competenti.
Le continue fibrillazioni all’interno della maggioranza consiliare e un clima sempre più difficile tra sindaco e Giunta non aiutano una città che deve affrontare emergenze sociali, occupazionali, industriali e ambientali di enorme portata.
Taranto ha bisogno di una politica concentrata sulla soluzione dei problemi, non sull’alimentazione dei conflitti.
Lo sport, in questo quadro, non dovrebbe diventare un ulteriore terreno di scontro.
Dovrebbe essere aiutato.
Non ostacolato.
E soprattutto dovrebbe tornare a essere quello che è sempre stato: una straordinaria occasione di partecipazione, identità e aggregazione per un’intera comunità.















