aranto deve conoscere già oggi quale potrà essere l’impatto occupazionale della trasformazione della siderurgia. È questo il punto centrale posto da Confartigianato Taranto nel dibattito sul futuro dell’ex Ilva e sul processo di decarbonizzazione dello stabilimento siderurgico ionico.
«Taranto deve conoscere adesso la verità sul proprio futuro occupazionale. Non quando saranno costruiti i nuovi impianti o migliaia di lavoratori dovranno cercare un’altra prospettiva. Adesso», sostiene il segretario generale di Confartigianato Taranto, Fabio Paolillo.
Decarbonizzazione e nuova configurazione industriale
Il Governo ha indicato la prosecuzione della produzione siderurgica a Taranto attraverso la decarbonizzazione, con forni elettrici e l’impiego di DRI, il preridotto utilizzato nei processi siderurgici.
Secondo Confartigianato, la discussione sul futuro industriale della città deve però partire da una quantificazione concreta delle conseguenze. L’associazione chiede di conoscere quali saranno i livelli produttivi, gli impianti previsti, le lavorazioni che resteranno sul territorio, il fabbisogno di gas della configurazione ipotizzata e le modalità di approvvigionamento.
Tra le questioni indicate anche quella relativa all’eventuale realizzazione di un rigassificatore a Taranto.
Ma il tema centrale, secondo Confartigianato, riguarda soprattutto l’occupazione: quanti posti di lavoro potrà garantire la nuova configurazione siderurgica.
La simulazione: tra 2.800 e 3.500 addetti
L’associazione sottolinea che una siderurgia profondamente trasformata dal punto di vista tecnologico e impiantistico avrà un fabbisogno di lavoro inferiore rispetto all’attuale ciclo integrale.
Per provare a quantificare l’ordine di grandezza della possibile riduzione occupazionale, Confartigianato ha elaborato una propria simulazione, ipotizzando uno scenario con 4 milioni di tonnellate annue prodotte a Taranto, attraverso DRI, due forni elettrici, metallurgia secondaria e colata, considerando anche le lavorazioni a valle presenti sul territorio e i flussi destinati agli stabilimenti del Nord.
In questo scenario, la simulazione colloca l’occupazione diretta nell’ordine di 2.800-3.500 addetti.
Nel calcolo rientrano produzione primaria, lavorazioni a caldo e a freddo, tubifici, manutenzione, logistica, utilities, ambiente, qualità e servizi.
Confartigianato precisa che si tratta di una propria stima costruita sullo scenario industriale ipotizzato, non di una previsione dell’organico futuro né di un dato ufficiale.
I benchmark utilizzati
Per sostenere la propria analisi, l’associazione richiama anche alcuni benchmark industriali.
Nel proprio Company Profile, Acciaieria Arvedi indica per il sito di Cremona, dotato di due forni elettrici, 1.800 occupati e 3,5 milioni di tonnellate di produzione totale, a fronte di una capacità di 4 milioni di tonnellate.
Il sito di Trieste impiega invece 350 persone e dispone di un complesso metallurgico a freddo con una capacità produttiva di 800 mila tonnellate annue.
Viene citato anche l’impianto DRI/HBI di Corpus Christi, in Texas, con una capacità di 2 milioni di tonnellate annue e oltre 270 occupati. Confartigianato sottolinea tuttavia che quest’ultimo dato riguarda esclusivamente la riduzione diretta e non l’intero ciclo siderurgico.
Si tratta, precisa l’associazione, di realtà che non possono essere trasferite automaticamente alla realtà tarantina, molto più grande e articolata, ma che possono fornire elementi per comprendere come cambiano i livelli di occupazione in funzione delle tecnologie e delle configurazioni produttive.
Quanto acciaio verrà lavorato a Taranto?
Un’altra variabile indicata come decisiva riguarda non soltanto la quantità di acciaio che verrà prodotta a Taranto, ma anche quella che verrà lavorata nello stabilimento ionico.
L’eventuale arrivo dall’esterno di bramme o HRC potrebbe infatti incrementare l’utilizzo degli impianti a valle e sostenere ulteriore occupazione.
Confartigianato ricorda che già il piano ArcelorMittal prevedeva fino a 4 milioni di tonnellate di bramme e HRC esterni per massimizzare le finiture. L’associazione sottolinea però che non è ancora possibile quantificare quale sarebbe l’eventuale ricaduta occupazionale di questa soluzione.
La distanza dagli attuali livelli occupazionali
Un altro dato richiamato da Confartigianato riguarda l’organico dello stabilimento.
A novembre 2025, secondo i dati riferiti dai sindacati, i dipendenti effettivi dello stabilimento di Taranto erano 7.938.
La differenza rispetto ai 2.800-3.500 addetti ipotizzati dalla simulazione non può essere considerata automaticamente come un numero di futuri esuberi. A incidere saranno infatti pensionamenti, uscite, riorganizzazioni e scelte industriali del futuro acquirente.
Secondo l’associazione, tuttavia, la distanza tra i due ordini di grandezza pone una questione che non può essere rinviata: «Quanto lavoro dovremo costruire fuori dalla siderurgia?».
Il nodo dell’appalto
Un capitolo specifico riguarda l’indotto.
In una configurazione che superi integralmente il ciclo a carbone verrebbero meno cokerie, agglomerato, altiforni e numerose attività collegate. Altre lavorazioni, dalle manutenzioni specialistiche ai servizi, rimarrebbero invece necessarie.
Confartigianato sceglie di non attribuire un numero all’occupazione futura dell’appalto, ritenendo che non vi siano elementi sufficienti per una stima attendibile.
L’associazione evidenzia inoltre che l’attuale occupazione dell’indotto non può essere considerata automaticamente trasferibile nella nuova configurazione industriale. In presenza di personale diretto da ricollocare, alcune attività oggi affidate all’esterno potrebbero inoltre essere internalizzate, producendo ulteriori effetti sull’occupazione delle imprese dell’appalto.
Il confronto istituzionale
Nel documento viene richiamata anche la proposta del sindaco di Taranto, Piero Bitetti, relativa a un Patto nazionale per Taranto, insieme alla disponibilità al confronto manifestata dal presidente provinciale di Fratelli d’Italia, Dario Iaia.
Per Confartigianato, questi elementi possono rappresentare la base per un confronto istituzionale. Ma, secondo l’associazione, il confronto dovrà partire da numeri, tempi, risorse, responsabilità e dimensione effettiva del problema occupazionale.
«Il lavoro che potrebbe non esserci domani dobbiamo costruirlo oggi»
Da qui la richiesta di accelerare non soltanto sulle bonifiche, ma anche sulla diversificazione economica del territorio, attraverso manifattura, porto e blue economy, artigianato, servizi, turismo e nuova impresa.
«Le bonifiche non sono il dopo-Ilva: sono risanamento e lavoro da costruire adesso», sottolinea Confartigianato. E aggiunge: «La diversificazione non è il piano B dell’Ilva: è la strada per la rinascita economica di Taranto».
Per programmare formazione, incentivi, autoimpiego e sostegno alla nuova impresa, secondo l’associazione è necessario conoscere quante persone potrebbero essere accompagnate verso percorsi occupazionali alternativi.
La richiesta rivolta al Governo e alla struttura commissariale è quindi quella di elaborare una valutazione degli ordini di grandezza occupazionali collegati alle diverse ipotesi di configurazione industriale: volumi produttivi, impianti, turnazioni, occupazione diretta, attività eventualmente internalizzabili e appalti.
Non un numero definitivo, precisa Confartigianato, perché quello dipenderà dal futuro acquirente e dal piano industriale, ma una base quantitativa utile a programmare già da oggi le politiche per il lavoro.
«La nostra stima può essere discussa. Ma non può essere sostituita dal silenzio. Se è sbagliata, si mettano sul tavolo i numeri giusti», conclude Paolillo. «Chiediamo di conoscere la dimensione del problema che Taranto dovrà affrontare. Perché il lavoro che potrebbe non esserci domani dobbiamo cominciare a costruirlo oggi».















