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Ex Ilva, dieci offerte per l’acquisizione degli stabilimenti

Ex Ilva, stop all’area a caldo: Taranto chiede risposte e un piano per il futuro

Dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano si apre una fase decisiva. Bitetti: «Il Governo dia risposte». Iaia: «Basta propaganda». Le imprese chiedono una transizione rapida, i sindacati temono la bomba sociale

TARANTO – La decisione della Corte d’Appello di Milano di rigettare la richiesta di sospensione del provvedimento che impone lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva apre una nuova e delicatissima fase per Taranto. Il termine fissato per la fermata degli impianti si avvicina e, con esso, cresce la pressione sulle istituzioni affinché individuino rapidamente una strategia capace di tenere insieme salute, ambiente, occupazione e futuro industriale.

Il provvedimento giudiziario, che conferma il percorso di spegnimento degli altiforni entro i termini stabiliti, viene accolto con rispetto dalle istituzioni e dalle forze sociali, ma con la consapevolezza che le conseguenze economiche e occupazionali potrebbero essere pesanti per l’intero territorio.

Il sindaco di Taranto Piero Bitetti ribadisce la necessità di trasformare questa nuova fase in un momento di assunzione di responsabilità da parte del Governo. «Rispettiamo la decisione dei giudici della Corte d’Appello di Milano, decisione che non ci sorprende», afferma il primo cittadino, ricordando le richieste già avanzate nei confronti dell’esecutivo.

«Il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo, i lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto». Secondo Bitetti, l’accelerazione determinata dal provvedimento giudiziario rende ancora più urgente l’attuazione delle misure richieste a Roma.

L’obiettivo, sottolinea il sindaco, deve essere quello di favorire nuovi investimenti e una ripresa economica capace di evitare l’impoverimento del territorio e un ulteriore peggioramento della qualità della vita. Il calendario, intanto, incombe: il 16 settembre rappresenterà un passaggio decisivo nel percorso verso lo spegnimento degli impianti. Da qui la richiesta di insediare in tempi utili il tavolo interministeriale per Taranto sollecitato da Palazzo di Città.

IAIA: «Basta propaganda, serve una visione»

Di segno politico differente, ma con la stessa attenzione rivolta al futuro della città, è la posizione del deputato di Fratelli d’Italia Dario Iaia, che invita a evitare semplificazioni e contrapposizioni.

«Sulla vicenda ex Ilva è arrivato il momento di fare chiarezza e di smetterla con una narrazione fatta di slogan e semplificazioni», sostiene Iaia, ribadendo che salute, sicurezza dei lavoratori e tutela dell’ambiente devono rappresentare priorità assolute, senza però ignorare la complessità industriale e occupazionale della vicenda.

Il parlamentare rivendica gli interventi messi in campo dal Governo per garantire continuità produttiva e pagamento degli stipendi, contestando al tempo stesso le posizioni assunte negli anni dal Movimento 5 Stelle e dalla sinistra nei confronti delle iniziative dell’esecutivo.

Iaia punta quindi il dito contro quella che considera una contraddizione nella posizione dell’amministrazione comunale: da una parte la richiesta di chiusura dell’area a caldo, dall’altra la necessità di salvaguardare i livelli occupazionali. «È legittimo avere una posizione politica sulla chiusura – sostiene – ma bisogna avere anche il coraggio di dire cosa succede il giorno dopo».

Per il deputato di Fratelli d’Italia il futuro dovrà passare dal Tavolo per lo sviluppo di Taranto, mettendo a sistema risorse pubbliche e private, infrastrutture, ambiente, industria, occupazione e nuove attività produttive. «Non servono contrapposizioni ideologiche. Non servono slogan. Serve costruire il futuro di Taranto», conclude.

Greco: «Ora decisioni coraggiose»

Sul fronte imprenditoriale, il presidente di CONFAPI Taranto, Fabio Greco, considera la decisione dei giudici un punto di svolta. «Rispettiamo e prendiamo atto della decisione dei giudici», afferma, sostenendo che a questo punto il Governo debba assumere una linea chiara.

Per Greco, la strada obbligata è quella dell’installazione dei forni elettrici e dell’avvio delle bonifiche, all’interno di un processo di transizione industriale concreto.

«Paradossalmente, con questo provvedimento la situazione diventa finalmente chiara perché adesso si mette un punto e si deve cominciare a parlare di futuro della città senza perdere altro tempo», sottolinea il presidente di CONFAPI, secondo cui diversificazione economica e transizione industriale devono diventare strumenti concreti per evitare che Taranto possa trasformarsi in una nuova Bagnoli.

CONFAPI, che rappresenta oltre 140 aziende, ha già presentato alle istituzioni un proprio “Progetto per Taranto”, orientato alla diversificazione dell’economia locale. Greco ribadisce inoltre la necessità di superare la dipendenza del territorio dalla siderurgia e chiede una task force tecnica guidata da un commissario per Taranto.

Perrini: «Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro»

Anche il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Perrini pone al centro della discussione la tutela dei lavoratori e dell’indotto. «Accettiamo la sentenza della magistratura», afferma, sottolineando come si apra ora una fase decisiva nella quale sarà necessario salvaguardare ogni singolo posto di lavoro.

Particolare attenzione viene rivolta alle imprese dell’indotto, considerate tra i soggetti maggiormente esposti alle conseguenze dello stop produttivo. Perrini rilancia quindi l’idea di un Tavolo per lo sviluppo di Taranto, nel quale il CIS possa assumere un ruolo centrale per attrarre nuovi investimenti e costruire garanzie occupazionali di lungo periodo.

«Invito tutti, in questo momento, a mettere da parte la propaganda e le polemiche», è l’appello del rappresentante di Fratelli d’Italia, che chiede una collaborazione concreta tra tutti i livelli istituzionali.

Confindustria: «Serve un decreto legge urgente»

Ancora più preoccupata la posizione del presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, secondo il quale lo stop dell’area a caldo rischia di trasformarsi in una vera e propria «bomba sociale».

Toma chiede al Governo l’adozione di un decreto legge urgente capace di governare la transizione, garantendo nel frattempo la tutela dei lavoratori e dell’intero sistema produttivo.

La proposta di Confindustria è quella di consentire temporaneamente una produzione ridotta, entro un limite massimo di quattro milioni di tonnellate annue, nel rispetto della salute dei cittadini e delle prescrizioni ambientali, così da accompagnare il passaggio alle nuove tecnologie.

Parallelamente, secondo Toma, lo Stato dovrebbe sostenere economicamente la realizzazione dell’impianto DRI e di uno o due forni elettrici. La transizione, nella sua impostazione, dovrebbe essere sostenuta da investimenti certi e da un cronoprogramma vincolante, evitando che la decarbonizzazione produca un vuoto occupazionale e una desertificazione industriale.

Il presidente di Confindustria Taranto guarda inoltre con favore all’iniziativa promossa dal presidente della Camera di Commercio di Taranto-Brindisi Vincenzo Cesareo, finalizzata alla costruzione di una cordata di imprenditori locali e nazionali interessati alla partita per l’acquisizione dello stabilimento.

Casartigiani: «Non siano le imprese dell’indotto a pagare il prezzo più alto»

Anche Casartigiani considera la conferma dello stop all’area a caldo un passaggio decisivo e chiede che la transizione venga accompagnata da strumenti concreti a sostegno del sistema produttivo.

Il coordinatore regionale della Puglia, Stefano Castronuovo, ribadisce la necessità di una «fabbrica green», ma avverte che le conseguenze dello stop potrebbero ripercuotersi soprattutto sulle imprese dell’indotto, dall’autotrasporto alle aziende impegnate nelle attività a monte e a valle dello stabilimento.

Per questo vengono richieste misure straordinarie sul fronte fiscale e tributario, deroghe e strumenti di sostegno capaci di accompagnare le piccole e medie imprese nella fase di transizione.

Secondo Casartigiani, lo stop all’area a caldo non deve trasformarsi in un vuoto industriale. Le aree dismesse dovranno essere bonificate e progressivamente restituite a nuovi investimenti e attività produttive.

CGIL: «Ora la messa in sicurezza sociale»

Durissima la posizione della CGIL Taranto, attraverso le parole di D’Arcangelo, che definisce quello attuale un punto di snodo fondamentale.

«L’area a caldo dell’ex Ilva dovrà chiudere i battenti entro la fine del mese di ottobre», ricorda il rappresentante sindacale, secondo cui l’esito giudiziario non è inatteso e rende ancora più urgente affrontare le conseguenze occupazionali della crisi.

La CGIL accusa il Governo di non aver fornito risposte sufficienti sul futuro dello stabilimento e sul percorso di decarbonizzazione, criticando anche le condizioni di manutenzione e sicurezza degli impianti.

La priorità indicata dal sindacato è ora la messa in sicurezza sociale delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal blocco dei licenziamenti nel sistema degli appalti e dalla tutela del reddito.

«Non accetteremo passivamente un piano che risolva il tutto con anni di cassa integrazione o peggio ancora licenziamenti», afferma D’Arcangelo, ribadendo che la decarbonizzazione del ciclo industriale resta un obiettivo concreto e possibile.

UGL: «Evitare che la crisi giudiziaria diventi crisi sociale»

Sulla stessa linea di forte preoccupazione si colloca il segretario nazionale UGL Metalmeccanici Antonio Spera. «Le sentenze vanno rispettate e la volontà della magistratura osservata», afferma, ma allo stesso tempo sottolinea le pesanti conseguenze che il blocco dell’area a caldo potrebbe produrre sulla continuità industriale e occupazionale.

Per l’UGL è necessario che tutte le parti coinvolte assumano le proprie responsabilità e lavorino immediatamente alla ricerca di una soluzione capace di coniugare il rispetto della decisione giudiziaria con la necessità di garantire lavoro e produzione.

Il rischio, secondo Spera, è quello di una «bomba sociale» che coinvolga migliaia di lavoratori, famiglie e imprese. «Ciò che va evitato – sottolinea – è che una vicenda giudiziaria si trasformi in una crisi industriale e sociale».

Il futuro oltre gli altiforni

Le posizioni espresse nelle ultime ore convergono dunque su un punto: la decisione della magistratura chiude una fase, ma non offre da sola una soluzione al futuro di Taranto.

Da una parte c’è l’esigenza di garantire il rispetto delle prescrizioni ambientali e la tutela della salute pubblica; dall’altra la necessità di impedire che lo spegnimento dell’area a caldo produca una crisi occupazionale capace di coinvolgere direttamente lavoratori, famiglie, imprese dell’indotto e l’intero sistema economico provinciale.

Il tempo, intanto, si restringe. Governo e istituzioni sono chiamati a trasformare annunci, tavoli e proposte in decisioni operative: decarbonizzazione, forni elettrici, DRI, bonifiche, diversificazione economica, sostegno alle imprese e garanzie occupazionali.

La partita dell’ex Ilva, a questo punto, non riguarda soltanto il destino di una fabbrica. Riguarda il modello di sviluppo che Taranto dovrà scegliere per i prossimi decenni. Una sfida nella quale salute, ambiente e lavoro non possono più essere considerati alternative, ma devono necessariamente diventare parti della stessa strategia.

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