A suo modo è un eroe dei due mondi, con Argentina e Italia nel cuore e Taranto nel presente. L’esterno d’attacco rossoblù Leandro Guaita ha una duplice anima che, da buon pronipote e figlio d’arte, l’ha sempre guidato nel difficile mondo del calcio a ogni latitudine, dalla Cina all’Ecuador, dalla Germania alla Svizzera. Nel suo primo anno tarantino ha mostrato solo in parte il suo valore, ma il pronto riscatto sarebbe già dietro l’angolo.
Leandro Guaita, da qualche giorno potete finalmente allenarvi in
campo e non a casa, è contento?
«Sono felice come un bambino: appena ho messo piede allo Iacovone sono impazzito e ho cominciato a correre a destra e manca. Durante la quarantena mi sono arrangiato come potevo; per fare pesi, ad esempio, ho utilizzato delle casse d’acqua. Purtroppo non abbiamo le stesse possibilità dei giocatori della Serie A».
A mente fredda, come descriverebbe i suoi primi mesi tarantini?
«Dico che è difficile salvare dei giocatori, quando la squadra non raggiunge gli obiettivi. Sicuramente si poteva fare di più, ma io posso dire di avere vissuto un’annata particolare. Ci sono state partite dominate novanta minuti e poi perse che mi hanno fatto riflettere. A noi è successo in continuazione, persino durante il ritiro estivo. In campionato, poi, penso alle partite con il Brindisi e il Sorrento nelle quali abbiamo giocato solo noi. Sono state delle batoste allucinanti. Il resto della stagione è stato figlia di quanto accaduto all’inizio. Penso che sia meglio vincere quattro partite e poi perdere la quinta che non fermarsi alla prima e vincere le successive quattro: non è la stessa cosa».
Lei è legato al Taranto da un biennale, ha avuto modo di parlare con la dirigenza ionica?
«La società mi ha espresso la volontà di proseguire il rapporto ed è anche il mio desiderio. Ho lasciato Potenza e ho scelto Taranto per vincere: è diventata una sfida personale, un obiettivo da centrare. Vorrei rimanere a Taranto sino a quando non si vincerà».
A Taranto ha legato con qualche compagno in particolare?
«Ho il difetto di legarmi molto, con persone che potrei non vedere più in vita mia. E su questo fronte ho una vasta esperienza visto che ho vestito tante maglie in giro per il mondo. Qui a Taranto ho trovato tante persone per bene, un bel gruppo che è rimasto unito anche nelle avversità».
Non giocare il campionato è stata la scelta migliore?
«Non saprei, io potrei parlare della nostra condizione di calciatori. Siamo tristi per diversi motivi: intanto per la passione che abbiamo per il calcio e che non possiamo più esprimere e anche per una questione economica. Tuttavia come potrei dirti se sia stato giusto o meno, quando ci sono persone che sono decedute a causa del Coronavirus? In ogni caso riprendere sarebbe impossibile perché ci sono troppe norme
da rispettare e non tutte le società possono permettersi di ricominciare. Dico solo che i giocatori andrebbero tutelati sotto il profilo economico».
Lei è italo argentino, nel suo modo di giocare cosa c’è di italiano e cosa di argentino?
«In Argentina si pensa soltanto ad attaccare, poi se rimane tempo si comincia a difendere. In Italia cambia la priorità: primo non prenderle, poi segna re. Io sono nato come attaccante, ma in Italia ho fatto il quinto di centrocampo, la mezzala e il terzino e tutto questo mi ha arricchito tanto. Impongo a me stesso di imparare più ruoli: infatti anche se ho 33 anni mi metto sempre in gioco, perché bisogna essere versatili».
Cosa preferisce gustare: pizza o empanadas?
«Quando torno in Argentina la pizza non si può più mangiare per colpa dell’Italia, perché una volta assaggiata qui non puoi più farlo altrove. Mi piacciono, però, anche le empanadas, s’intende».
Durante questa quarantena ha avuto modo di appassionarsi a qualcosa?
«Ho un bambino di cinque anni che non mi lascia un secondo. Posso dire, però, che è servita a rendere più forte la mia famiglia. Alla fine di questa quarantena o divorzi o esci più forte e noi siamo più forti (ride, ndr)».
Lei è figlio d’arte: suo nonno è stato campione del mondo nel 1934 con Vittorio Pozzo: questo precedente ha influenzato la sua voglia di giocare a calcio?
«Assolutamente: la storia di mio nonno mi ha sempre affascinato e ha acceso il mio desiderio di recarmi in Italia, un paese che lo aveva reso campione del mondo. Nel 2005 dal Basilea volai in Messico per giocare con la squadra del Tigres: ero pronto a firmare, quando ebbi la chiamata dall’Italia. Non pensai un secondo e feci le valigie. Anche mio padre ha giocato a calcio e ha vinto uno scudetto con l’Estudiantes nel 1983: loro sono stati i più bravi della famiglia»
Fonte: Giuseppe Di Cera – Corriere dello Sport














