di Maurizio Corvino
Ai nostri microfoni Luigi Falcone, ex calciatore rossoblù che, nonostante un grave infortunio, è stato protagonista del ritorno del Taranto in Serie C nell’anno post-COVID. Con lui abbiamo ripercorso i suoi brillanti esordi, una carriera condizionata dai troppi infortuni, passando per l’esperienza tarantina fino ai nuovi progetti personali.
Gli esordi nel settore giovanile del Lecce
Quando sono arrivato a Lecce, il settore giovanile era già un fiore all’occhiello della società. Corvino aveva dato un’impostazione precisa e una linea da seguire: i calciatori venivano scelti per le loro caratteristiche tecniche e poi formati. Dagli esordienti, tutto si basava sulla tecnica, e quell’impostazione è stata la chiave per poter vincere tanto a livello giovanile.
Uno sguardo alla carriera
Per come ho vissuto la mia carriera, per quello che ho dato e per quello che il calcio mi ha restituito, non ho alcun rammarico. Credo che, alla fine, ognuno ottenga ciò che merita. All’inizio mi veniva prospettata una carriera importante: ho fatto tutta la trafila delle Nazionali giovanili, ho esordito in Serie A con il Lecce, ma forse qualche stop di troppo mi ha frenato. Ho avuto tanti infortuni e non so spiegarne il motivo, anche perché mi sono sempre comportato da vero professionista, dedicando la mia vita al calcio. Nella crescita di un ragazzo conta molto anche la maturazione personale, che può influire sulle scelte di carriera. Scelte che, comunque, non rimpiango. Mi sono sempre divertito, ho giocato per amore del gioco, e questo mi rende felice e soddisfatto.
Il passaggio in rossoblù
Taranto, senza dubbio, rappresenta il ricordo più bello della mia carriera, indipendentemente dalla categoria. È stato un anno fantastico che, nonostante un infortunio grave come la rottura del tendine d’Achille, porterò sempre nel cuore. Ho solo il dispiacere di non aver potuto continuare, a livello di progetto, quanto avevamo costruito. Avrei voluto proseguire a vestire la maglia rossoblù anche dopo il primo anno di Serie C. Con la mia famiglia avevamo persino immaginato di rimanere a Taranto a lungo, costruendo lì qualcosa di importante.
La vittoria del campionato
Siamo partiti a fari spenti: era l’anno post-COVID e la squadra era stata impostata in un certo modo. Io sono arrivato a settembre inoltrato e a novembre abbiamo subito il primo stop per il COVID, ripartendo poi a dicembre con un gruppo più definito. Da lì in poi abbiamo iniziato la nostra scalata, e domenica dopo domenica ci siamo convinti di poter fare qualcosa di importante. Poi è filato tutto via molto velocemente: abbiamo cominciato a giocare ogni tre giorni e, a marzo, ci siamo ritrovati in una posizione di classifica tale che nello spogliatoio abbiamo iniziato a credere davvero nella promozione.
L’esclusione dal campionato
Non mi aspettavo che il presidente lasciasse in quel modo. Nel biennio in cui sono stato a Taranto non è stato facile: tutti sapevamo quanto la situazione sanitaria complicasse le cose, sia a livello organizzativo sia economico. Con la Serie C sembrava che le difficoltà si stessero stabilizzando. L’ultimo anno, al di là delle scelte — condivisibili o meno —, la squadra ha ottenuto risultati importanti, centrando i playoff. Sembrava l’inizio di qualcosa di solido, e invece non è stato così. Da fuori è sembrato un fulmine a ciel sereno, qualcosa di totalmente inaspettato.
I rapporti personali
Avevo un buon rapporto con il presidente, soprattutto dopo qualche mese di conoscenza e, ovviamente, dopo la vittoria del campionato, quando mi fece firmare un biennale nonostante l’infortunio: per me fu un grande segnale di fiducia. Non avevamo però contatti frequenti. Il nostro unico vero punto di riferimento era l’allora direttore sportivo Francesco Montervino; non avevamo altri riferimenti né contatti diretti con altri membri della società.
Il calore del tifo rossoblù
L’anno scorso è stato fantastico. Dopo l’assenza di pubblico durante la stagione della promozione, nella successiva, in Serie C, abbiamo finalmente potuto vivere quell’atmosfera, soprattutto nella partita casalinga contro il Bari. La mia sensazione, però, è che, anche senza tifosi allo stadio, la loro presenza la sentivamo comunque: percepivi il calore, la spinta. Vivere quel contesto mi ha fatto rivivere emozioni che avevo provato in categorie superiori. A Taranto è stata una Serie D con emozioni da Serie B. Se avessi potuto, avrei chiuso la mia carriera lì, senza alcun dubbio.
Una maglia pesante
Sì, ma dipende sempre da cosa un calciatore cerca. Le mie scelte sono sempre state orientate verso piazze capaci di farmi sentire vivo. Ho giocato in città come Lecce, Catania, Catanzaro, Trapani, Casarano, Taranto: piazze dove non conta tanto la categoria, quanto le emozioni che ti trasmettono quando sei in campo.
Casarano, un anno dopo
L’anno scorso siamo partiti con l’ambizione di vincere, ma così non è stato. Sicuramente qualcosa l’abbiamo sbagliata, ma sappiamo bene quanto sia difficile vincere nel Girone H. Detto questo, credo che la stagione passata abbia gettato le basi per la vittoria di quest’anno. Anche se ho giocato a Casarano solo per un anno, sono molto felice per la loro promozione.
Il calcio al centro di tutto
Ho fatto una scelta che, a molti, può sembrare strana: lasciare il calcio a 32 anni. Ma chi mi conosce sa come approccio le cose: quando vedo cambiare le prospettive, mi metto davanti alle scelte. Ho sempre affrontato tutto con grande stimolo e, quando capisco che questo viene meno, preferisco voltare pagina. Oggi gestisco un progetto dedicato ad allenatori e professionisti in ambito calcistico: il calcio resterà comunque il centro della mia vita. Ho dedicato quest’anno a conseguire le licenze necessarie per intraprendere questo nuovo percorso professionale. Da giugno vedremo cosa potrà accadere.
Il saluto ai tifosi tarantini
Il mio saluto ricalca ciò che ho scritto in una storia sui social: l’amore dei tifosi per il Taranto sarà sempre la loro salvezza. Devono continuare a crederci, perché prima o poi torneranno a sognare.













