Secondo quanto riportato da La Gazzetta del Mezzogiorno lo scorso 4 dicembre 2024, il “Patto per la Puglia” da 6 miliardi di euro traccia la nuova mappa degli investimenti regionali. Ma, dietro l’etichetta di “sviluppo sostenibile” utilizzata dal governatore Michele Emiliano, emergono squilibri significativi: Bari e Lecce attraggono più risorse, mentre Taranto appare in fase di stagnazione, se non addirittura in decrescita.
Gli allegati all’intesa e i dati della Regione, riclassificati per priorità strategiche, mostrano infatti una distribuzione delle risorse che premia le aree più dinamiche. Bari si conferma polo trainante con il 23% della spesa territorializzabile (733 milioni di euro), seguita a breve distanza da Lecce con il 22% (693 milioni). Taranto, invece, pur con 598 milioni assegnati, resta fanalino di coda insieme a Foggia e paga un arretramento che stride con il potenziale industriale e logistico del territorio.
Il primo destinatario dei fondi restano le imprese, che beneficiano complessivamente di 829 milioni, mentre la Regione incassa 900 milioni da distribuire tra infrastrutture (531 milioni) e welfare (370 milioni). Tuttavia, i progetti territoriali raccontano una storia diversa: se Bari conquista risorse decisive per le grandi infrastrutture (come gli 80 milioni per la Camionale), Lecce intercetta finanziamenti di rilievo su ricerca e innovazione, come la “cell factory” e il centro sul cambiamento climatico.
A Taranto, invece, i progetti bandiera appaiono più legati a opere datate e mai completate: il dissalatore del Tara (70 milioni), il potenziamento del depuratore Gennarini (37 milioni) e il sollevamento di Torre del Diavolo (20 milioni, in sospeso dal 2020). Interventi certamente utili, ma che non proiettano la città in un percorso di crescita e modernizzazione paragonabile a quello dei due poli emergenti.
L’analisi delle priorità strategiche evidenzia che lo sviluppo economico e i trasporti assorbono gran parte delle risorse (rispettivamente 1,25 e 1,2 miliardi). La transizione ambientale segue con 1,1 miliardi, mentre sanità e welfare si fermano a 957 milioni. Tuttavia, l’impressione è che la distribuzione sia guidata più da logiche politiche e da una geografia dei consensi che da una reale strategia di riequilibrio territoriale.
Se Bari e Lecce consolidano così la loro centralità nel disegno di sviluppo pugliese, Taranto rischia di restare incagliata in vecchi dossier e opere mai pienamente operative. Un destino che, senza una svolta nelle scelte di investimento, potrebbe accentuare ulteriormente le fratture interne della regione.













